25/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il relatore Onu sulla tortura in Cina, dove esistono ancora i campi di rieducazione
Scritto per noi da
Alessandro Orrù 
 
  Laogai
A qualche giorno dalla visita di George W. Bush, il gigante asiatico rimane sotto i riflettori della stampa mondiale per l’annunciato arrivo nella capitale cinese di Manfred Nowak, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Tortura. Se al recente interessamento al rispetto dei diritti umani in Cina da parte del presidente americano le autorità hanno cordialmente risposto di “non tollerare ingerenze negli affari interni”, lo stesso ministro degli Esteri di Pechino ha detto che verrà prestata molta attenzione al lavoro che verrà svolto dal Relatore Nowak. Durante queste sue due settimane di permanenza il suo programma prevede diverse visite alle prigioni della capitale, ma anche nella provincia del Tibet e nell’estremo confine occidentale del Celeste impero, lo Xinjiang. E’ da queste due province che la maggior parte delle volte provengono i prigionieri politici “eccellenti”: tibetani e uiguri sono le due etnie accusate di minare all’unità dello stato e su di loro la legge di Pechino ha sempre esercitato forte pressioni.
 
Imputati maltrattati. Solo, qualche mese fa, ha suscitato in Cina grande scalpore il caso di un uomo che era stato liberato dopo undici anni di prigione. Era stato condannato per aver ucciso la moglie, ma la donna non solo era ancora viva, ma nel frattempo si era anche risposata. Ciò che viene denunciato ormai da anni dai gruppi per i diritti civili è che non solo il sistema giudiziario cinese avrebbe la tendenza a infliggere pene troppo severe, ma che risulta ampliamente dimostrato un utilizzo sistematico di maltrattamenti nei confronti degli imputati, spesso costretti a confessare reati che non hanno commesso. Da parte delle autorità dirigenti sembra esserci stata una recente presa di coscienza sull’argomento e nel luglio di quest’anno il parlamento ha fatto passare una legge che prevedeva punizioni per quei poliziotti che torturano i detenuti durante gli interrogatori. Purtroppo questo non deve comportarenecessariamente una presa di coscienza anche da parte dei quadri locali che molte volte vivono nelle zone dove maggiore è il numero delle pene di morte eseguite.
 
Manfred NowakLa strada è ancora lunga. Il mese scorso Louise Arbour, Alto Commissario Onu per i diritti umani, si era detta, in seguito alla sua visita in Cina, “guardinga, ma ottimista”. “Il paese” -aveva aggiunto- “stava facendo progressi”. Ma rimangono ancora parecchi indizi a far capire che la strada da percorrere perché l'Impero di Mezzo sia un luogo dove vengono rispettati i diritti più elementari del cittadino è ancora molto lunga: solo l’anno scorso il Parlamento Europeo aveva definito i campi di rieducazione cinesi veri e propri “campi di concentramento”. I Laogai, il cui nome tradotto risulterebbe eufemisticamente “riforma attraverso il lavoro”, hanno fatto la loro comparsa negli anni '60. Vennero riempiti con chiunque avesse mosso critiche al governo e spesso con persone prese a caso dalle loro abitazioni allo scopo di raggiungere le quote di prigionieri. Sono moderni campi di lavoro schiavistico, organizzati come fabbriche, ed è proprio su di loro che sono dirette le maggiori critiche da parte di Strasburgo perché vi si produrrebbero beni che poi vengono anche esportati all’estero o che comunque favorirebbero la crescita economica della Repubblica popolare cinese. Nonostante le autorità di Pechino non lo ammettano, con l’effettivo instaurarsi del capitalismo il paese ha notevolmente aumentato le pressioni sui carcerati, e i governi locali, visti diminuiti i loro profitti, fanno affidamento su di loro per integrare le entrate.
 
Categoria: Diritti, Tortura, Politica
Luogo: Cina