Il relatore Onu sulla tortura in Cina, dove esistono ancora i campi di rieducazione
Scritto per noi da
Alessandro Orrù

A qualche giorno dalla visita di George W. Bush, il gigante
asiatico rimane sotto i riflettori della stampa mondiale per
l’annunciato
arrivo nella capitale cinese di Manfred Nowak, il Relatore Speciale
delle Nazioni Unite sulla Tortura. Se al recente interessamento al
rispetto dei diritti umani in Cina da parte del presidente americano le
autorità hanno
cordialmente risposto di “non tollerare ingerenze negli affari
interni”,
lo stesso ministro degli Esteri di Pechino ha detto che verrà prestata
molta
attenzione al lavoro che verrà svolto dal Relatore Nowak. Durante
queste sue
due settimane di permanenza il suo programma prevede diverse visite
alle
prigioni della capitale, ma anche nella provincia del Tibet e
nell’estremo
confine occidentale del Celeste impero, lo Xinjiang. E’ da queste due
province
che la maggior parte delle volte provengono i prigionieri politici
“eccellenti”:
tibetani e uiguri sono le due etnie accusate di minare all’unità dello
stato e su di loro la legge di Pechino ha sempre esercitato forte
pressioni.
Imputati maltrattati. Solo, qualche mese fa, ha suscitato
in Cina grande scalpore il caso
di un uomo che era stato liberato dopo undici anni di prigione. Era
stato
condannato per aver ucciso la moglie, ma la donna non solo era ancora
viva, ma nel frattempo si era anche risposata. Ciò che viene
denunciato ormai da anni dai gruppi per i diritti civili è che non solo
il
sistema giudiziario cinese avrebbe la tendenza a infliggere pene troppo
severe,
ma che risulta ampliamente dimostrato un utilizzo sistematico di
maltrattamenti nei confronti degli imputati, spesso costretti a
confessare reati che non hanno commesso. Da parte delle autorità
dirigenti
sembra esserci stata una recente presa di coscienza sull’argomento e
nel luglio di quest’anno il parlamento ha fatto
passare una legge che prevedeva punizioni per quei poliziotti che
torturano i
detenuti durante gli interrogatori. Purtroppo questo non deve
comportarenecessariamente una presa di coscienza anche da parte dei quadri locali
che molte volte vivono nelle zone dove maggiore è il numero delle pene
di morte eseguite.
La strada è ancora lunga. Il
mese scorso Louise Arbour, Alto Commissario Onu per i
diritti umani, si era detta, in seguito alla sua visita in Cina,
“guardinga,
ma ottimista”. “Il paese” -aveva aggiunto- “stava facendo progressi”.
Ma
rimangono ancora parecchi indizi a far capire che la strada da
percorrere perché l'Impero di Mezzo sia un luogo dove vengono
rispettati i diritti più elementari
del cittadino è ancora molto lunga: solo l’anno scorso il Parlamento
Europeo
aveva definito i campi di rieducazione cinesi veri e propri “campi di
concentramento”. I
Laogai, il cui
nome tradotto risulterebbe eufemisticamente “riforma attraverso il
lavoro”, hanno
fatto la loro comparsa negli anni '60. Vennero riempiti con chiunque
avesse
mosso critiche al governo e spesso con persone prese a caso dalle loro
abitazioni
allo scopo di raggiungere le quote di prigionieri. Sono moderni campi
di
lavoro schiavistico, organizzati come fabbriche, ed è proprio su di
loro che sono dirette le maggiori critiche da parte di Strasburgo
perché vi si produrrebbero
beni che poi vengono anche esportati all’estero o che comunque
favorirebbero la
crescita economica della Repubblica popolare cinese. Nonostante le
autorità di
Pechino non lo ammettano, con l’effettivo instaurarsi del capitalismo
il paese
ha notevolmente aumentato le pressioni sui carcerati, e i governi
locali, visti
diminuiti i loro profitti, fanno affidamento su di loro per integrare
le entrate.