Una casa e una vita migliore per gli sfollati di guerra che vivevano nelle caverne
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Decine di migliaia di famiglie sono scappate dai villaggi della valle di Bamiyan
durante la guerra. Quando sono tornate, dopo la caduta dei talebani, al posto
delle loro case hanno trovato cumuli di macerie. Non avendo i soldi per ricostruirsene
una nuova, questa povera gente è andata a vivere nelle centinaia di caverne scavate
sulle pareti delle montagne della zona, quelle stesse caverne che millecinquecento
anni fa erano l'alloggio e il luogo di meditazione dei monaci e dei pellegrini
buddisti che affollavano la città santa di Bamiyan.
Una speranza per i più poveri. I più fortunati, quelli che sono riusciti a racimolare un po' di denaro grazie
a un lavoro, a un campicello o all'aiuto dei parenti, hanno tirato su due muri
davanti alla caverna cercando di trasformarla in una casa. Oppure si sono direttamente
trasferiti altrove.
Gli altri, i più poveri, le famiglie delle vedove di guerra con i figli a carico,
quelle degli uomini senza terra e senza lavoro, quelli vivono ancora lì, in condizioni
disastrose. La loro unica speranza è diventare un giorno cittadini del Villaggio
della Pace.
Un progetto di Sima Samar. Nel 2002 la dottoressa Sima Samar, amata benefattrice del suo sfortunato popolo,
gli hazara, e all'epoca dirigente dell'associazione
Shuhada (Martiri), oggi presiede la Commissione Indipendente per i Diritti Umani dell'Afghanistan
(Aihrc), ha voluto dare una casa vera, un lavoro, un reddito, un'istruzione, insomma
una vita quasi normale a questi sfortunati tra gli sfortunati. Così, grazie al
finanziamento di due associazioni*, ha costruito Kart-e-Sulh, che in dialetto
hazaragi significa appunto il Villaggio della Pace.
3.500 dollari per una casa vera. Kart-e-Sulh si trova poco fuori Bamiyan, lungo la valle in direzione ovest,
in una località chiamata Mulaholan. E' un villaggio modello, costruito da zero
e ancora in fase espansione.
“Attualmente ci sono ottanta case, per un totale di circa seicento abitanti”,
spiega Safiullah, 28 anni, della sede di Shuhada di Bamiyan. “Ma squadre di muratori,
gente del villaggio, sono al lavoro per costruire decine di nuove abitazioni.
Ogni casa è costata 3.500 dollari. Sono alloggi molto più confortevoli rispetto
alla media delle case di Bamiyan: sono costruite secondo criteri tradizionali,
ma sono ben rifinite, spaziose e luminose”.
I servizi sociali di Kart-e-Sulh. Ma il vero fiore all'occhiello del Villaggio della Pace sono i servizi sociali,
alcuni dei quali appena avviati: una clinica medica ambulatoriale con pronto soccorso
e sala parto, una scuola da nove aule al suo primo anno di funzionamento, un orfanotrofio
che ha aperto poche settimane fa e soprattutto un centro femminile dove le donne
di Kart-e-Sulh vengono pagate per frequentare dei corsi di formazione professionale,
di alfabetizzazione, di pianificazione familiare e di 'diritti umani e femminili'.
“Lo scopo del Villaggio della Pace non è solo quello di dare una casa agli sfollati
delle caverne, ma soprattutto quello di offrirgli una vita e un futuro migliore,
dal punto di vista economico, cultuale e sociale”, spiega Safiullah.
Rendere autosufficienti le vedove. Shigufa, 23 anni, è la direttrice del centro femminile. “Il centro funzione
dal 2003”, spiega la ragazza. “E' frequentato da una sessantina di donne, molte
delle quali con le loro figlie. La maggior parte sono vedove, quindi hanno la
necessità di imparare un mestiere per poter lavorare e mantenere i figli. Abbiamo
quattro corsi. In uno insegniamo loro a tagliare e friggere le patate, l'unico
prodotto agricolo della zona. In un altro le donne imparano a fare tappeti con
i telai tradizionali a mano. Poi c'è il corso di tessitura dei
pato, i tradizionali scialli di lana per uomini. E infine abbiamo il laboratorio
artigianale di argenteria dove le donne imparano a produrre ciondoli, collane
e orecchini secondo la lavorazione tradizionale hazara”.
Corsi retribuiti e alfabetizzazione. “Tutte queste cose vengono poi vendute al bazar e il ricavo va a Shuhada – continua
Shigufa – che lo reinveste nella gestione del villaggio, negli stipendi di medici,
insegnanti, ecc. Per frequentare i corsi le donne vengono pagate un dollaro al
giorno, che sembra poco, ma che qui rappresenta un buon salario. I laboratori
durano sette ore al giorno. Al mattino tutte quante sono obbligate a frequentare
un corso di alfabetizzazione. Inoltre, un giorno alla settimana, abbiamo il corso
di pianificazione familiare tenuto dalla dottoressa della clinica e quello sui
diritti umani e sui diritti delle donne, tenuto invece da un'avvocatessa di Shuhada”.
Una mamma ogni sette orfani. Nasrat, 30 anni, è invece il direttore dell'orfanotrofio, così nuovo che al
suo interno si sente ancora odore legno e vernice fresca.
“Abbiamo aperto a metà settembre. Per adesso abbiamo solo sedici orfani, perché
molte famiglie non ancora capito che qui possiamo prenderci cura dei bambini rimasti
senza padre o senza entrambe i genitori. Quasi tutti gli orfani di Kart-e-Sulh
sono orfani di guerra. Abbiamo stabilito un sistema per cui ogni sette bambini
c'è una donna del villaggio che fa loro da mamma, facendo tutto quello che fa
una madre per i propri figli”.
Bambini e bambine nella stessa classe. Accanto all'orfanotrofio c'è la scuola elementare. Le classi sono accoglienti,
pulite e luminose, con banchi, sedie e lavagne nuove di zecca.
“Questo è il primo anno scolastico: abbiamo iniziato le lezioni a gennaio”, spiega
Musa, insegnante ventiduenne. “Abbiamo nove classi, con nove maestri e maestre,
per un totale di circa quattrocento alunni. La particolarità di questa scuola,
come di tutte le scuole fondate dall'associazione di Sima Samar, sono le classi
miste, una cosa che nelle scuole statali non esiste perché è vista ancora come
un'offesa per i maschi e una vergogna per le femmine. Ovviamente frequentano anche
i bambini orfani, non solo quelli dell'orfanotrofio. I libri e i quaderni sono
forniti agli alunni gratuitamente”.
Servono nuovi finanziamenti. “Tantissime famiglie di sfollati delle caverne fanno richiesta per venire ad
abitare al Villaggio della Pace, molte più di quelle che siamo in grado di soddisfare”,
dice Safiullah prima di tornare all’ufficio di Shuhada. “Per questo stiamo costruendo
nuove cose, ma basteranno solo per una minima parte dei richiedenti. E poi saranno
le ultime, se non arriveranno nuovi finanziamenti”.