Cos'è rimasto dei Buddha di Bamiyan. La loro storia, da Hsuan-Tsang a Edmund Melzl
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Il volto e le mani dorate dei due Buddha risplendono al sole
in maniera accecante. Così come gli innumerevoli ornamenti che ricoprono le
loro vesti: rossa quella del Buddha grande, blu quella del piccolo. Le
gigantesche nicchie che li ospitano sono ricoperte da dipinti multicolori. La
parete della montagna è costellata da scale e tettoie di legno che collegano e
proteggono le policrome porte d'ingresso alle centinaia di celle monastiche e
alle decine di santuari scavati nella roccia. Tutti, al loro interno,
riccamente decorati da statue e raffigurazioni del Buddha. A collegare nicchie,
santuari e celle c'è anche un'intricata rete di ripidi passaggi interni scavati
nel cuore della montagna. Nella valle ai piedi dei Buddha sventola un mare di
banderuole colorate appese agli alti pennoni dei dieci monasteri, gremiti da
migliaia di monaci in tunica gialla e da una miriade di pellegrini.
Un buddismo dal volto umano. Così appariva Bamiyan
agli occhi di Hsuan-Tsang, un pellegrino cinese che venne qui nel 632 dopo
Cristo. A quell'epoca questo era il più importante centro buddista dell'Asia.
Il luogo dove per la prima volta il Buddha venne raffigurato in forma umana, e
non più simboleggiato solo da un trono vuoto, una ruota, un'impronta o un
ombrello, com'era stato fino alla costruzione dei Buddha di Bamiyan nel III
secolo dopo Cristo. Questa umanizzazione della filosofia buddista, che così
divenne una vera e propria religione, fu stabilita dai saggi della scuola
Mahayana, fondata in quegli anni in Kashmir su impulso dell'imperatore afgano
Kanishka, della dinastia Kushan, il cui potere si estendeva fino all'Asia
centrale, alla Mongolia e all'India.
Oggi solo distruzione e macerie. Pochi anni dopo il
pellegrinaggio di Hsuan-Tsang, il centro buddista di Bamiyan decadde per sempre
in seguito all'arrivo degli invasori musulmani. Furono già loro a scalpellar
via i visi dei Buddha di Bamiyan, anche di tutti quelli dipinti.
Ma dovranno passare altri tredici secoli prima che la follia
talebana distrugga completamente i due colossi. Per una tragica ironia della
storia, oggi quelle due nicchie vuote ricordano i troni vuoti che
simboleggiavano il Buddha nella fase per-Mahayana.
Al posto dei templi della valle, adesso ci sono le macerie
del vecchio villaggio di Bamiyan raso al suolo dai talebani, campi di patate e
le fatiscenti costruzioni del nuovo bazaar. Nelle caverne che un tempo erano
santuari e celle monacali, oggi vivono i profughi che sono tornati dopo la
guerra e che hanno trovato le loro case ditrutte.
Dalle nicchie alle scatole di Edmund. Edmund Melzl,
rubicondo tedesco bavarese sulla sessantina, entra nell'ufficio archeologico di
Bamiyan, ai piedi della nicchia del grande Buddha. E’ sporco di polvere e ha in
mano due buste di plastica piene di pezzi di terra. Li sparge su un tavolo, li
esamina, li divide e li sistema in diverse cassette metalliche disposte su una
lunga scaffalatura di legno. Edmund lavora da due anni a Bamiyan come
restauratore per conto dell'Icomos (Consiglio Internazionale per i Monumenti e
i Siti), l'organizzazione addetta al certosino lavoro di raccolta e
catalogazione dei frammenti dei due Buddha. “Stamattina ho trovato poca roba,
ma guardate qui”, dice tirando fuori alcune cassette dagli scaffali. Una di
queste è piena di pezzi di corda. “Sono perfetti, vero? Come nuovi. E invece
hanno almeno 1.700 anni”, spiega Edmund. “Le hanno usate come intelaiatura
delle pieghe del mantello dei Buddha: le fissavano alla superficie, una
parallela all'altra, e poi le rivestivano così da dare render e meglio
l'effetto del tessuto e da garantirne la tenuta”.
Corde, paletti e bombe. “Per fissarle – continua il
restauratore tirando fuori un'altra cassetta – le annodavano a dai paletti di
legno conficcati nella roccia. Questi qui”, dice versando sul tavolo alcuni
cunei di legno chiaro. “Anche questi, come nuovi! Il legno è ancora morbido: si
incide con un'unghia. E lo stesso vale per queste grosse travi, che venivano
usate come impalcatura per sorreggere le strutture più delicate. E' legna
ancora buona da ardere nel camino! E' solo grazie al tasso di umidità
estremamente basso che c'è qui che le corde e il legno si sono conservati così.
In un altro posto non ce ne sarebbe più traccia”.
“Ma io e i miei collaboratori – continua Edmund – non
troviamo solo pezzi di Buddha, ma anche quello con cui li hanno fatti a pezzi”.
Edmund indica uno scaffale in basso, pieno di schegge di bomba, pezzi d'acciaio
contorti, cilindri sformati, pezzi di proiettili da cannone. “Sono i resti
delle bombe dei talebani”.
C'è ben poco da recuperare. Gli domandiamo se i
frammenti raccolti finora lasciano sperare di recuperare una percentuale di
pezzi originali (60 per cento secondo le regole dell'Unesco) tale da rendere
possibile la ricostruzione di uno dei Buddha.
Edmund sorride e scrolla la testa. “Sommando quello che è
raccolto qui e tutti i grossi frammenti che pesano quintali e che perciò
abbiamo ammucchiato ai piedi delle nicchie, beh, non penso che superiamo il
dieci per cento del materiale originale. L'esplosione delle bombe, della
dinamite e le cannonate hanno polverizzato gran parte della struttura, quindi
sarà difficile trovare ancora tanti pezzi sani e riutilizzabili. Ma questa
rimane la nostra speranza. E' per questo che vengo qui a lavorare ogni mattina,
io come tutti i miei colleghi internazionali e i miei assistenti locali”.
La questione del mitico terzo Buddha. Prima di
lasciare Edmund al suo lavoro gli chiediamo un parere sulla famosa questione
del terzo Buddha gigante: un Buddha dormiente in posizione distesa, che se
messo in piedi sarebbe alto come la Torre Eiffel di Parigi. Da quattro anni
l'archeologo afgano Zemaryalai Tarzi, rifugiato in Francia durante la guerra,
lo sta cercando convinto della sua esistenza. “Il professor Tarzi è molto
stimato per la sua grande esperienza”, dice il restauratore bavarese. “Lo
conosco bene, è una persona seria. Basa la sua ricerca sullo scritto di
Hsuan-Tsang, che descrive con dovizia di particolari anche questo terzo Buddha,
come ha fatto, senza inventarsi nulla, con gli altri due. Quindi è legittimo
pensare che ci fosse anche questo enorme Buddha dormiente. Ma non penso che lo
troverà mai, perché se, come dice
Hsuan-Tsang, stava nel tempio principale della valle, è sicuramente
andato distrutto assieme a tutti gli altri templi, di cui non rimane alcuna
traccia perché le macerie furono usate successivamente come materiale da
costruzione”.
Una telefonata al professor Tarzi. Purtroppo il
professor Tarzi è a Parigi e il suo scavo, come ogni volta che si assenta, è
stato ricoperto per evitare le visite dei ladri di reperti. Quindi non ci
rimane che recuperare il suo numero e chiamarlo in Francia.
“Mi dispiace molto non essere lì e non potervi mostrare lo
scavo”, ci dice Tarzi in perfetto francese. “Vi avrei fatto vedere molte cose
interessanti. Dopo anni di tentativi falliti mi sono imbattuto nei resti di
quello che penso fosse il tempio principale: se è quello sono sicuro che dentro
ci troverò anche il Buddha dormiente. Lo so che molti mi ritengono un vecchio
pazzo, ma io credo che Hsuan-Tsang non
se lo sia inventato. In ogni caso ho deciso che continuerò a scavare fino al
2008, poi me ne andrò in pensione, con o senza il terzo Buddha”.
Visita archeologica con scorta. Nella speranza che il
professor Tarzi dimostri la fondatezza del detto “non c'è due senza tre”,
finalmente chiediamo al responsabile dell'ufficio archeologico di visitare i
Buddha. Sappiamo che il sito è stato chiuso alle visite la scorsa settimana per
il ritrovamento di nuove mine. Ma tentiamo lo stesso.
Il signor Nasir Muddabir ci concede una visita straordinaria
con tanto si soldatino di scorta. Ma solo alla nicchia del piccolo Buddha e
santuari annessi.
La visita si rivela comunque spettacolare. Il giovane
soldatino, Mohammed Hussein, lascia il kalashinkov nella sua garitta e ci fa
strada. Apre il cancello chiuso a chiave con su un cartello poco rassicurante
“Non entrare. Terreno minato”. Procediamo fino alla base della grande nicchia,
dove una porticina di legno nasconde l'accesso alla buia e ripida scalinata
interna che sbuca in una balaustra dietro alla testa del Buddha per poi
riscendere dall'altro lato. Da lassù si gode di un panorama magnifico, con le
vette dell'Hindu Kush inquadrate sotto la volta superiore della nicchia. Fa
impressione pensare che per diciassette secoli, fino a pochi anni fa, da lì si
vedeva la
grande nuca del Buddha.
L'impronta del fanatismo talebano. All'epoca di
Hsuan-Tsang i monaci, i fedeli e i pellegrini facevano questo percorso che
consentiva di compiere la deambulazione rituale attorno al Buddha, come avviene
in tutti i templi buddisti. La salita, così come la discesa dall'altra parte,
è
intervallata da tortuosi passaggi laterali di accesso ai santuari scavati nella
montagna: stanze rotonde con il soffitto a volta, scolpito o dipinto, con vari
ordini di nicchie in numero di 4, 8 o 12. In ognuna di esse si trovava una
statua del Buddha. Oggi ovviamente non ci sono più. I dipinti, sempre
raffiguranti il Buddha, sono ancora abbastanza visibili, anche nei colori. Ma
sono tutti scrostati in corrispondenza del corpo. Molti sono anneriti dal fumo,
dato che nei secoli passati queste caverne erano diventate il rifugio invernale
dei nomadi di passaggio nella valle.
Ma quello che più colpisce sono le centinaia di polverose
impronte di scarpa che i talebani, con l'aiuto di lunghi bastoni, hanno
lasciato sui soffitti anneriti come supremo atto dissacrante verso questi
luoghi 'blasfemi'. Suprema testimonianza di un fanatismo oscurantista che ha
avuto pochi eguali nella storia dell'umanità.