Scritto per noi da
Paolo Lezziero
Il Centroamerica, la cerniera tra il Nord potente e il Sud dei paesi “ in via
di sviluppo”, “ appare come un laboratorio sperimentale che permette di mettere
in luce contraddizioni capitali che investono il ruolo e il futuro del paese
che ancora influenza i destini dell’intero pianeta: è qui che la politica estera
degli Stati Uniti incontra prima che altrove la verifica imposta dal confronto
con processi di democratizzazione…”
E’ quanto scrive il giornalista Luca Rastello nella prefazione al volume “Centroamerica
Reportages”, stampato da Fratelli Frilli editori e scritto da Maurizio Campisi,
giornalista collaboratore di “ Diario della Settimana” che da dieci anni vive
e lavora in Costa Rica.
Una raccolta di articoli quasi tutti inediti che narrano il viaggio della politica
economica in quelle regioni, arrivato ormai, come risultato finale, al capolinea
di una vita di “desolazione, baraccopoli e sfruttamento.”
In Costa Rica la violenza della commercializzazione porta a dipingere interi
quartieri, di antico carattere contadino, coi colori della Coca e della Pepsi
Cola, una Pepsiland e una Cocatown calata dall’alto violentando tradizioni, una
non cultura sovrapposta a una cultura e a una tradizione reale di centinaia di
anni.
L’errore tragico è stato associare la parola “democrazia” al neo-liberalismo.
I “benefici” quasi definitivi sono la povertà stabile, con 110 milioni di abitanti
del sub-continente che arrancano non solo nella scarsezza di redditi ma soprattutto
nella carenza di Istituzioni sociali, di servizi di salute, dell’educazione.
Per fare un esempio concreto, in Nicaragua esplode la malattia del “Nemagòn”,
un pesticida usato nelle grandi piantagioni di banane il cui contatto rende gli
uomini sterili, con le donne costrette ad abortire. Ci vorranno mesi di marce
sulla capitale per essere ricevuti da chi comanda e decide, e affrontare il problema.
Il raggiungimento del trattato di pace, nella regione, ha stimolato un nuovo
e cinico interesse delle nazioni industrializzate. Per riavviare l’economia i
governi locali accettano privatizzazioni e aperture incondizionate del mercato.
Nasce così la “ maquila”, un’industria completamente autonoma basato sullo sfruttamento
del materiale umano. Investimenti immediati e automatici bassi salari. In Honduras
si formano 18 zone franche e quindi senza controllo con 140 imprese e 100.000
lavoratori pagati con 85 dollari al mese. Il subappalto è ossigeno per le economie
locali e i Ministeri del lavoro chiudono un occhio, o anche due. A farne le spese
sono i lavoratori, quasi tutte donne.
Campisi analizza anche il fenomeno sociale delle bande giovanili, che trovano
facile coltura in queste situazioni di degrado. A Ciudad de Panamà, la capitale
del paese dello Stretto dove ancora oggi gli Stati Uniti, dopo la cessione, ovviamente
“ contano” ancora molto, gruppi di giovani, disperati e sanguinari, si contendono
il territorio.
Il ritmo di vita è frenetico, perché, come negli States, più veloce è la vita
e più soldi si guadagnano.
I componenti delle “pandillas”, le giovani bande, non provengono certo dal centro
della città. Si formano nei quartieri periferici disastrati, poveri, in lotta
per il pane, che sono la vera anima panamense, un intreccio di culture e nazionalismo,
di scommesse in strada e di feste patronali, di corride improvvisate. Il modello
però è sempre quello del “ Grande Fratello del Nord”.
Sono ragazzi tra i dodici e i 15 anni, fumano “crack” ed estorcono soldi agli
abitanti del quartiere.
Hanno gli stessi abiti e tatuaggi per farsi riconoscere. E naturalmente sono
loro a farsi carico della distribuzione della droga, ai grandi consumatori e
alle migliaia di giovani “panderillos”.
Per quanto riguarda l’educazione scolastica, l’autore cita il caso di due maestre
e la loro tragica storia. Siamo nel Salvador. Per raggiungere la loro scuola in
una zona rurale, Rufina Garcìa ed Elba Sànchez dovevano guadare un fiume con mezzi
di fortuna. Un giorno la corrente le ha trascinate via facendole annegare, una,
Rufina, incinta di tre mesi. Sono 12000 i maestri rurali salvadoregni, e vengono
visti male nelle comunità dove lavorano, posti senza elettricità e acqua corrente
uniti da mulattiere. Inviare i bambini a scuola vuol dite toglierli dai campi
e dal lavoro, manodopera familiare, o peggio “soldatesca alle bande giovanili”.
In Guatemala esiste robusta e ben radicata “la cultura del linciaggio”. Il giudice
Hugo Martinez è morto linciato dalla folla perché, nella regione di Alta Verapaz
aveva lasciato libero un uomo sospettato di violenze a una bambina del posto.
Senza prove. Dopo gli accordi del 1996 il linciaggio è una pratica comune. Nasce
dalla diffidenza verso il nuovo, il diverso, il turista. Un viaggiatore giapponese
era capitato in un villaggio dove era avvenuto un delitto. In pochi minuti viene
bloccata la polizia e comincia la caccia all’uomo, che colpevole o no viene linciato
sul posto, ferito a colpi di machete e bruciato vivo.
Ci sono poi altri interventi terribili, come “ I sogni muoiono alla frontiera”,
i 3700 chilometri che dividono Messi da Stati Uniti, dove cercano di passare
tutti i disperati dell’America latina per un sogno di decente sopravvivenza, carovane
di umanità che cercano di passare guidate dai superpagati “polleros”, le guide
che spesso li lasciano morire nel deserto.
I reportages di Maurizio Campisi sono diretti, scritti “ in mezzo” ai poveri
protagonisti e alle loro terribili storie, quasi incredibili ma vere. Non sono
saggi accademici ma ritratti dal vero, filmati da prima linea. Con coraggio e
rispetto per la verità.