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Ieri in Ucraina si è festeggiato il primo anniversario della
‘rivoluzione arancione’ iniziata il 22 novembre 2004 e che portò alla caduta di
Leonid Kuchma. E oggi in Georgia si celebra il secondo anniversario della
‘rivoluzione delle rose’ che il 23 novembre 2003 costrinse alle dimissioni
Eduard Shevardnadze: la prima scintilla che innescò l’incendio arancione che da
Tbilisi si propagò a Kiev e poi a Bishkek, con la ‘rivoluzione dei tulipani’
che il 24 marzo 2005 segnò la fine del regime di Askar Akayev.
armati di rose rosse occuparono pacificamente il parlamento
di Tbilisi costringendo alle dimissioni l’anziano leader Eduard Shevardnadze.
Il 4 gennaio 2004 Saakashvili venne eletto presidente con un programma
nazionalista e filo-occidentale di sganciamento dalla Russia, integrazione
nella Nato e nell’Unione Europea e stretta amicizia con gli Stati Uniti.
Priorità assoluta del suo governo è stato fin da subito il ristabilimento
dell’integrità territoriale della Georgia, ovvero la reintegrazione in seno
alla repubblica georgiana delle tre regioni separatesi con il sostegno russo
durante le guerre dei primi anni Novanta: Abkhazia, Ossezia del Sud e Ajaria.
Per fare questo Saakashvili non ha esitato a usare la forza militare o a
minacciarne il ricorso. In Ajaria il bagno di sangue è stato evitato per un
soffio. In Ossezia del Sud invece è iniziato un conflitto a bassa intensità con
regolari provocazioni georgiane che rischiano ogni giorno di trasformare questa
crisi in guerra aperta. Guerra di parole invece, almeno per ora, con l’Abkhazia.
Ucraina: Yushchenko in crisi per aver svenduto il Paese. La sera del 22 novembre 2004 le piazze di Kiev si riempirono
per la prima volta di manifestanti dell’opposizione filo-occidentale guidata
dalla Timoskenko e da Viktor Yushchenko che chiedevano
l’annullamento delle elezioni del giorno prima e le dimissioni del presidente
Leonid
Kuchma e del suo delfino Viktor Yanukovych. Per diciassette giorni e
diciassette notti gli arancioni rimasero in pazza, allestendo una tendopoli
organizzata dal movimento studentesco Porà (E’ora), altra ceratura di
Soros. Alla fine la Corte Suprema, sottoposta a pesanti pressioni
internazionali, invalidò il voto e indisse nuove elezioni per il 26 dicembre:
le vinse Yushchenko, che diventò presidente nominando la bella Timoskenho a capo
del governo. I due leader arancioni hanno
subito impresso all’Ucraina una decisa svolta economica e politica in senso
liberista e filo-occidentale che ha sollevato grossi malumori. Gli ucraini,
soprattutto quelli delle regioni orientali tradizionalmente filorusse, ma non
solo quelli, hanno accusato Yushchenko di voler
svendere il Paese all’Occidente. Prima che questo diffuso malcontento sociale
si trasformasse in qualcosa di più grave, il presidente arancione è corso ai
ripari licenziando il governo di Yulia Timoshenko con l’accusa di corruzione.
In realtà la ‘pasionaria’ ha pagato il suo radicalismo filo-occidentale, poiché
sono stati lei e i suoi ministri ad aver spinto maggiormente sulla politica di
privatizzazione e di apertura all’Occidente. Nonostante questa mossa, e forse
anche a causa di questa divisione, Yushchenko e gli arancioni stanno
perdendo sostegno popolare, al punto che rischiano di perdere le elezioni
parlamentari del prossimo anno: il partito di Yanukovych, il successore di
Kuchma, è dato in vantaggio in tutti i sondaggi.
Kirghizistan: guerra per il potere tra clan mafiosi.
E’ forse presto per tracciare un bilancio della ‘rivoluzione dei tulipani’ in
Kirghizistan che il 24 marzo 2005 ha rovesciato, non proprio pacificamente,
l’autoritario e corrotto regime di Askar Akayev. Per sostituirlo, a quanto
pare, con un governo non meno legato alla malavita organizzata locale. Da
quando i due leader dell’opposizione, Kurmanbek Bakiev e Felix Kulov, sono
diventati rispettivamente presidente e primo ministro, tra i due si è scatenata
una sotterranea guerra per il potere a colpi di omicidi politici e di
manifestazioni e disordini provocati dall’una e dall’altra parte. Una lotta tra
clan politico-mafiosi che finora ha lasciato in secondo piano le emergenze che
affliggono il Kirghizistan, soprattutto la povertà estrema di buona parte della
popolazione, effetto della corruzione e del disinteresse della classe dirigente
e causa della diffusione dell’integralismo islamico, soprattutto nel sud del
Paese.Enrico Piovesana