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No ai reclutatori. Il secondo referendum è stato quello che ha scatenato più polemiche. Il 60 per
cento dei votanti, nell’Election Day dell’8 novembre, ha dato il suo sì alla Proposition I, altrimenti conosciuta come “College not combat”: la proposta, cioè, secondo cui le autorità di San Francisco dovrebbero opporsi alla presenza dei reclutatori nelle scuole pubbliche cittadine. In California
il tema è più sentito che altrove: proprio alla San Francisco State University,
lo scorso marzo, si ebbe notizia della prima “ribellione” degli studenti contro i reclutatori, cacciati a forza con il loro banchetto
dall’interno dell’ateneo. Il referendum non aveva valore vincolante, quindi i
reclutatori non saranno banditi dagli istituti: le scuole che lo facessero perderebbero
i finanziamenti federali. In sostanza, si chiede agli amministratori di offrire
borse di studio e altri incentivi agli studenti più vulnerabili dal punto di vista
economico, quelli che con più probabilità i reclutatori cercano di convincere
a entrare nelle forze armate. Ma Todd Chretien, uno degli autori della proposta,
vede la vittoria di San Francisco solo come l’inizio degli sforzi per chiudere
i cancelli degli istituti alle sirene dell’esercito. “La Proposition I ha avuto un impatto enorme, ora vogliamo cambiare anche la legge federale”,
dice. “Speriamo che misure simili si estendano anche ad altre città, e che gli
studenti d’ora in poi guadagnino fiducia per organizzarsi contro la presenza
dei reclutatori”.
Le accuse di antipatriottismo. Con la guerra in Iraq diventata sempre più un tema caldo nella politica statunitense,
l’iniziativa “College not combat” è stata subito attaccata dai sostenitori del
presidente Bush e della teoria stay the course, cioè che bisogna finire il lavoro iniziato in Medioriente. In un faccia a faccia
sulla arciconservatrice Fox News, la più seguita tv d’informazione negli Usa,
lo stesso Chretien è stato affrontato senza troppi complimenti dal conduttore, che gli chiedeva continuamente se sostenesse
i soldati americani impegnati al fronte per difendere anche le sue libertà – dire
di no negli Usa è praticamente tabù, anche chi è contro la guerra spesso specifica
I support the troops, sto con i nostri soldati, per paura di essere bollato come antipatriottico.
Un altro anchorman della Fox News, Bill O’Reilly, è andato più in là, dando in
pratica il proprio benestare a un attentato di al Qaida contro la città ribelle. “Ok, volete fare di testa
vostra? Fatelo”, ha tuonato il popolare conduttore, “e se i terroristi di al Qaida
verranno da voi per farsi esplodere, noi non muoveremo un dito. Gli diremo: guardate,
non andate in nessuna città degli Usa tranne San Francisco”.
Bando alle armi. L’altro referendum approvato a San Francisco, con il 58 per cento dei voti,
riguarda la messa al bando delle armi da fuoco in città. Ha probabilmente un valore
solo simbolico (lo stesso sindaco Gavin Newsom, che l’anno scorso ha sposato migliaia
di coppie gay sfidando la legge, ha definito l’iniziativa “un grande sondaggio”),
perché le lobby delle armi guidate dalla National Rifle Association (Nra, quella che Michael Moore tartassava in “Bowling a Columbine”) ha già annunciato di voler ricorrere contro di essa, e molto probabilmente vincerà: secondo la
costituzione californiana, infatti, i provvedimenti sulle armi possono essere
adottati solo a livello statale e non delle singole città. Ma al momento, la situazione
è questa: da gennaio, i residenti di San Francisco non potranno vendere, comprare,
possedere o cedere in prestito nessuna arma da fuoco, e chi ne possiede già una
dovrà consegnarla alla polizia entro aprile. La città californiana aveva già fatto
una cosa simile nel 1982, ma già quella volta il provvedimento fu annullato in
tribunale. Allarmati dall’impennata di omicidi nel 2004 (+28 per cento), gli amministratori
cittadini hanno voluto provare la carta già tentata da Washington e Chicago, dove
un divieto del genere è già in vigore. Se l’esito del referendum verrà annullato,
si consolino: le statistiche disponibili mostrano che nelle due città l’effetto
della messa al bando è stato praticamente nullo. Alessandro Ursic