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Il ruolo dell’Onu Sarà compito della comunità internazionale fare da mediatore tra istanze opposte
in un processo negoziale che si prospetta lungo e difficile. Ahtissari avrà tre vice, fra cui uno designato dall'Unione Europea: l'ex segretario
generale del ministero degli Esteri austriaco, Albert Rohan. Gli altri sono indicati
da Usa e Russia, verso la quale la Serbia nutre speranze di appoggio. Athissari inizierà il delicato incarico facendo la spola fra Belgrado e Pristina,
e successivamente visitando altre città rilevanti per “reperire informazioni”,
come egli stesso ha dichiarato. Con una delibera della settimana scorsa, Pristina ha approvato una risoluzione a sostegno della piena indipendenza e sovranità della provincia.
La ratifica con voto unanime è giunta nonostante le critiche della comunità internazionale,
e in particolare del governatore Onu Soren Jessen Petersen, che aveva invitato
gli albanesi a non compiere "passi affrettati" per non rischiare
di compromettere il futuro avvio dei negoziati con Belgrado. Il primo ministro kosovaro Bajram Kosumi, in una lettera inviata al Consiglio
di sicurezza, ha invece affermato che il governo del Kosovo e la maggioranza della
popolazione ritengono che la provincia dovrebbe ottenere l'indipendenza.
Nella stessa
giornata il parlamento serbo si è riunito per varare una
risoluzione parallela. Stando alle dichiarazioni del presidente Boris
Tadic e del primo ministro Vojislav Kostunica, non è difficile intuire
che la richiesta di Belgrado sarà diametralmente opposta a quella di
Pristina. “Inaccettabile” è l’aggettivo recentemente utilizzato da
entrambi in merito alle istanze indipendentiste espresse dal governo
kosovaro. “Sono contrario all’indipendenza del Kosovo, e per me è
inaccettabile – ha sottolineato Tadic durante un comizio – non
accetterò mai questa soluzione”.
Il dialogo impossibile
Muro contro muro dunque, per un negoziato che ha già alzato il livello
di tensione nella tormentata provincia. Giovedì scorso una bomba è
esplosa al mercato di Strce, cittadina a maggioranza serba situata nel
sud del Kosovo, ferendo gravemente tre ragazzi serbi. Il giorno prima
una macchina della polizia è stata fatta saltare nel capoluogo
kosovaro, nei presso della sede centrale dell’Unmik. E da qualche tempo
ha aumentato la propria visibilità un gruppo paramilitare che si fa
chiamare Kosovo independence army (Aik), che ha apertamente minacciato
il governo di Pristina, intimandogli di varare una vera e propria dichiarazione
d'indipendenza, e nel contempo instaurando posti di blocco in vari
punti del Paese.Non peccano di ottimismo a questo punto le parole del capo dell’Unmik. “Visto
che hanno posizioni opposte, non ha senso chiedere alle due parti di sedersi e
risolvere la situazione insieme – ha dichiarato alla Bbc Soren Jessen Petersen– anche se vogliamo arrivare ad una soluzione non possiamo
aspettarci che siano d’accordo”. Ma nega che l’unica risposta finale sia quella
dell’imposizione dall’alto. “Per ora il passo fondamentale è creare una certa
sensibilità, anche nella società civile, in modo da preparare le due parti in
causa al cambiamento – ha continuato - inoltre, esistono dei punti fermi da rispettare:
niente ritorno alla situazione prima di marzo 1999, e niente annessione del Kosovo
a stati confinanti”. Ma soprattutto, “la tutela delle minoranze”, principalmente
quella serba (il 10 per cento della popolazione kosovara), verosimilmente attraverso
la continuità della presenza di sicurezza Nato e delle istituzioni europee sulla
polizia e giustizia.
La questione del Kosovo è dunque destinata a tornare sotto ai riflettori della
comunità internazionale. In merito si è espresso in questi giorni anche il finanziere
statunitense George Soros: “E' veramente ora di definire lo status della provincia.
E personalmente, credo
che non ci sia alternativa all’indipendenza del Kosovo” ha dichiarato durante
una visita in Albania, dove la sua Soros Open society Foundation finanzia dal
1992 una serie di progetti di educazione e di innovazione.