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Il coordinatore della zona umanitaria di Arena Altas, leader della Comunità di
Pace San Josè de Apartadó, non ce l’ha fatta. Le ferite riportate per l’esplosione
di una granata lanciata dall’esercito colombiano nel campo dove stava lavorando
erano troppo gravi. Con Arlen Salas David se ne va un uomo coraggioso e pieno
di speranza per il futuro della sua gente. Arlen era un capo carismatico, rispettato.
Era colui che portava avanti l’eredità di Luis Guerra, brutalmente ucciso dai
soldati il febbraio scorso assieme alla sua famiglia; era colui che continuava
a testa alta a parlare in nome della sua gente, sulle orme dei tanti leader eliminati,
capillarmente, dall’esercito e dai suoi paras.
La ricostruzione dei fatti. “Non sappiamo come esprimere il dolore e la tristezza che sentiamo in questi
momenti. Vogliamo però consegnare alla storia e all’umanità quanto è accaduto,
affinché siano loro a giudicare – spiegano da San José de Apartadó - Il 17 novembre
alle 10.30 di mattina Arlen era ad Arenas Altas con altri sei membri della comunità
di San Josè de Apartadó, per ripulire il mais dalle erbacce. All’improvviso, colpi
di fucile. Un gruppo di soldati prende a sparare all’improvviso. Poi, uno dei
soldati tira una granata. Esplode proprio vicino a Arlen, che cade ferito. Mentre
gli altri sei cercano di aiutarlo, le raffiche continuano, tanto da costringerli
a cercare rifugio tra gli alberi. Quando cessano gli spari, le condizioni di Arlen
sono disperate”. A quel punto, alcuni di loro corrono a San Josesito, un villaggio
vicino, per raccontare quanto sta accadendo. Sono ormai le 13. Un gruppo di persone
della comunità accompagnate da internazionali partono per Arena Altas. Altra gente
parte da La Uniòn, un altro agglomerato di San Josè de Apartadó. Sono le 17 quando
i due gruppi si incontrano ad Arenas Altas. Ad aspettarli, i soldati, che li costringono
a entrare in una casa. “Hanno cominciato ad accusarli di essere dei guerriglieri
- spiegano – poi, sparando in aria, si sono messi a minacciare che avrebbero
sterminato l'intera Comunità di Pace, perché guerrigliera. La maggior parte dei
militari aveva con sé due fucili: quello d'ordinanza e uno portato generalmente
dai paras”.
Ma le minacce non si placano. Mentre la commissione è tenuta sotto tiro, un gruppo di militari inizia a sparare
contro il centro abitato di Arenas Altas, seminando il panico. Intere famiglie
si danno alla fuga, cercando di nascondersi. Molti dei proiettili colpiscono le
case. Hernan Goez, un abitante del villaggio, rimane ferito. L’esercito spara
anche contro la scuola, dove si trova un professore con molti bambini. “I militari
hanno poi sostenuto di aver solo risposto al fuoco, hanno detto che qualcuno sparava
dalla scuola. Ma è completamente falso. E’ il professore a dirlo. Ha raccontato
di essere rimasto steso a terra con gli alunni per tutto il tempo”.
Zitto o muori. “Purtroppo conosciamo già le risposte e le spiegazioni che ci daranno il governo
e la magistratura. Diranno che si trattava di guerriglieri, si faranno le solite
montature e tutto rimarrà impunito. Le vittime finiranno per diventare i carnefici
e tutto sarà archiviato. Sappiamo che per il governo i nostri bambini sono guerriglieri.
Per questo l’esercito spara e li uccide. Per lo Stato siamo semplicemente dei
collaboratori della guerriglia, per questo non risparmia sforzi per distruggerci.
Ma questa volta molta gente ha visto la verità. Sappiamo che un giorno tutti questi
assassini e questi crimini di lesa umanità saranno castigati. Abbiamo i testimoni.
Le organizzazioni internazionali e la stessa Defensoria hanno potuto vedere l’atmosfera di terrore in cui è costretta a vivere la comunità.
Solo otto giorni fa, Arlen stava parlando della situazione di Arenas Altas alla
Commissione italiana in visita nella zona. A loro ha raccontato delle varie minacce
e dei furti commessi dall’esercito. A loro ha denunciato la necessità di un appoggio
per evitare uno sterminio sicuro, preannunciato. Per questo lo hanno ucciso. Ancora
un altro leader è caduto per aver seguito i nostri principi, per aver lavorato
per il bene della comunità, per aver scelto la solidarietà”.
Contro l’impunità. “Ma questa barbarie non ci farà retrocedere. Anzi, saranno i nostri capi caduti
a indicarci il cammino da seguire. Ed è proprio in simili momenti di oscurità
che rinforziamo la nostra fiducia nel domani. Sappiamo che questo è un nuovo fatto
destinato a restare impunito e che al contrario verremo attaccati dalla magistratura.
Ma continuiamo a sperare. E a chiedere l’appoggio nazionale e internazionale per
porre fine a questo sterminio. Il lavoro serio e impegnato di Arlen ci guiderà.
Continueremo a gridare con dignità, come lui ci ha insegnato nel suo lavoro quotidiano
per la comunità. I suoi due figli piccoli cammineranno con noi per costruire un
domani diverso, dove la nostra vita sia rispettata. Arlen, le nostre lacrime accompagnano
questo orrore, ma tu sei qui con noi e ci dai vita. Grazie per il tuo impegno.
Un giorno la storia giudicherà gli assassini”. Stella Spinelli