18/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Botteghe del Cairo e fabbriche cinesi, oasi berbere e templi della moda

donna con fanous L'Egitto è sempre stato, tra i paesi del mondo arabo, uno dei più cosmopoliti. La sua millenaria cultura, la sua posizione geografica, le vicende della storia, hanno fatto del Paese dei Faraoni un crocevia di genti e di storie. Una storia lunghissima che ha le sue tradizioni antiche che, come tutto del resto, si trovano oggi a confronto con un mondo che cambia e che rischia di cancellare tradizioni usi e costumi sorpassati dalla modernità.

Le lampade di Ahmed. “Mio padre è morto quando aveva 100 anni. Io all'epoca ne avevo appena 30 ed ero l'ultimo di 8 figli. All'epoca tutti lavoravamo in bottega con mio padre, tutti imparavamo l'arte dei fanous. Al Cairo erano tantissime le botteghe di artigiani che lavoravano rigorosamente a mano le lampade. Oggi sono rimasto solo io”.

Ahmed Alì Ghoneim ha 72 anni e lavora nella sua bottega nel cuore arabo della capitale dell'Egitto. Ha ereditato l'arte e il negozio che fu del padre e del nonno prima di lui. Ahmed lavora a mano i fanous, le lampade votive che decorano gli ingressi delle case durante il sacro mese del Ramadan.

Lampade di ferro battuto, decorate da vetri colorati. Quello che un tempo era una forma di artigianato tipica dei maestri del Cairo, oggi sopravvive solo nelle abili mani di Ahmed.

“Ho 11 figli che mi aiutano”, racconta Ahmed, “gli uomini assemblano i pezzi di ferro che io lavoro a mano e le donne colorano i vetri delle lampade. Ma loro non faranno il mio mestiere. Studiano o fanno altro nella vita e io preferisco così. Per quanto mi dispiaccia veder scomparire l'arte di famiglia, mi rendo conto che oggi non riuscirebbero a sopravvivere”.

L'arte del fanous è stata importata dai Fatimidi, dinastia musulmana proveniente dalla Tunisia, che nel X secolo fondò il Cairo. Anticamente nel fanous c'era una candela che ornava le lampade esposte sulla soglia delle case dei ricchi della città. Oggi la tradizione del fanous è diventata di massa e spesso all'interno della lampada viene inserita una lampadina elettrica.

donna berbera che ricama“La produzione di oggi è per le masse”, spiega Ahmed, “la disoccupazione e la crisi economica hanno spinto tanti giovani del Cairo a dedicarsi all'import-export. Tantissimi di loro fanno costruire i fanous in Asia a basso costo, con materiali scadenti e con macchinari che non rendono l'arte delle lampade. Io comincio a lavorare tre mesi prima del Ramadan, ma i miei clienti sono tutti stranieri, turisti o persone che vivono all'estero, gente che può permettersi un lavoro di qualità. I miei concittadini comprano quella robaccia. Ci sono in circolazione anche dei fanous che diffondono una musica terribile”.


“Durante il resto dell'anno”, spiega Ahmed, “per sopravvivere, fabbrico trappole per topi. Io non mi abbatto però. Ogni anno, grazie agli studenti dell'Accademia d'Arte del Cairo, invento dei nuovi modelli. Fino ad oggi ho creato almeno 200 diverse forme di fanous, come il borg (la torre), l'amar (la luna), lo shamman (il melone) o il nagma (la stella). Non bastano tutti i cinesi del mondo per far concorrenza a 50 anni di esperienza”.


La storia di Ahmed dimostra come questo mondo sempre più simile a un immenso mercato rischi di cancellare arti e tradizioni antiche, tutto in nome del risparmio e dell'abbattimento dei costi di produzione. Ci sono però delle opportunità che, in un mondo che non comunica e che non si apre ad altre culture, sarebbero perdute. Ancora una volta un esempio ci viene dall'Egitto.

L'oasi del ricamo. “Tutto è cominciato 5 anni fa quando Tony Scervino, l'amministratore delegato della casa di moda di Ermanno Scervino, è stato in vacanza nell'oasi di Siwa, in Egitto. Ha avuto modo di vedere con i suoi occhi i ricami della comunità berbera che abita quel luogo, meravigliose opere di un artigianato diverse anche dalle altre tipiche produzioni delle popolazioni di cultura berbera in altri paesi. Uno stile istintivo, primordiale...affascinante”.

 
Il signor Lorenzini, addetto stampa della casa di moda Scervino, racconta al telefono la nascita di una collaborazione quanto meno inusuale. Cosa possono avere in comune uno stilista italiano alla moda e una comunità di 10mila anime che vive in un oasi di 20 chilometri in Egitto vicino al confine con la Libia? Nulla, si potrebbe pensare, ma il bello dell'incontro tra culture è proprio questo: la capacità di trovare inattese affinità elettive.
 
“Lo stilista ha cominciato a inserire dei ricami berberi nelle sue collezioni”, racconta Lorenzini, “con l'aiuto di Laila Nematalla, un'imprenditrice del Cairo, ha creato un'azienda che fa lavorare solo donne della comunità di Siwa. Abbiamo cominciato a dar lavoro a 10 di loro, ma oggi, in una struttura creata apposta per loro, abbiamo 500 donne che lavorano per noi, a seconda dei quantitativi che la nuova collezione richiede”.

L'arte del ricamo è antichissima in questa comunità, ma stava scomparendo. A Siwa le famiglie sono musulmane e si attengono ad una visione dell'Islam molto rigorosa. Le donne sposate sono coperte da capo a piedi e l'occasione di lavorare era praticamente impossibile. Appena sposate le donne badavano alle case e ai figli, mentre gli uomini si occupavano dei campi, fonte di sostentamento dell'intera comunità.

particolare dell'arte berbera del ricamo“Sul posto abbiamo una coordinatrice che si chiama Neama”, racconta Lorenzini”, e la sua storia è un po' il simbolo di questa collaborazione. Quando l'abbiamo conosciuta aveva 18 anni e non era ancora sposata. Questo faceva di lei un peso per la famiglia e si occupava delle faccende più umili per rendersi utile. Noi avevamo bisogno di qualcuno che tenesse i contatti con le ragazze che lavoravano per noi, essendo difficile in una comunità del genere far accettare l'intrusione di stranieri. Abbiamo scelto Neama che in pochi giorni si è trasformata da sguattera della famiglia a coordinatrice del progetto. Indipendente economicamente e importante per la sua comunità, visto che adesso tutte le ragazze che vogliono lavorare con noi sono scelte da lei”.

“Ogni anno le collezioni si rinnovano e non è sempre facile utilizzare questi ricami”, conclude Lorenzini, “ma noi teniamo a continuare questa collaborazione. Anzi da questo progetto si è creato un circolo virtuoso e quando abbiamo dovuto allargare la struttura costruendo nuovi edifici, lo abbiamo fatto con la tecnica della comunità berbera che utilizza una combinazione di acqua e sale per i muri, visto che nelle vicinanze dell'oasi c'è un lago salato. Anche questa tradizione andava smarrendosi e siamo contenti di aver dato una mano”.

Le ragazze lavorano guadagnando qualcosa, tengono viva un'arte che si stava smarrendo e hanno l'occasione di uscire di casa, di avere delle relazioni sociali. La casa di moda Scervino aggiunge un tocco di classe esotica e di qualità straordinaria ai pezzi della sua collezione. Una bella forma di collaborazione, di conoscenza e di scambio, che non cancella le tradizioni, ma le tutela e le diffonde. Un modo come un altro, di questi tempi, per far conoscere un Islam che ha radici antiche e che ha mille volti, non solo quello che viene riportato dalle televisioni ultimamente.

Christian Elia

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