21/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A dieci anni dal massacro, la quotidianità del lutto
Scritto per noi da
Giuseppe Terrasi 
 
 
La "fabbrica dell'orrore" a Potocari Srebrenica è la città della quale si parla con pudore. La città della quale non si sa se si può parlare liberamente. Evoca tra le più gravi responsabilità del “mondo civile” degli ultimi decenni. La città per la quale si usano parole come “genocidio”, “fossa comune”, “prova del DNA”,  “donne di Srebrenica”, “madri di Srebrenica”, o ancora espressioni come “magari si fosse trattato di una guerra”, “sono stati giustiziati tutti, in pochissimi giorni”, “mancano all’appello tra gli 8.000 e gli 11.000 uomini”, “i caschi blu sono rimasti a guardare”. In questa città la fatica più difficile, oggi, la sostiene chi cerca di rimettere ordine tra le espressioni che ho, disordinatamente, esposto sopra. È la fatica delle persone che oggi accettano la sfida di vivere in città e di vivere la città. Ne accettano l’eredità grave, fatta di lutto, di silenzio, di protesta inascoltata, di odio, di stenti. In questo contesto sono molti a cercare di assumere un ruolo positivo. Sono in molti che, nonostante una quotidianità a tratti oscura, accettano la sfida di crescere qui come persone, uomini e donne, prima ancora che come serbi o musulmani.  Una unica strada conduce in città, una sola via per entrare, una sola via per uscire. La si percorre sempre lentamente, per rispetto. Sulla destra, a Potocari, poco prima del centro cittadino, una distesa di lapidi verdi, nomi, cognomi e date, occupa ancora poco dello spazio che dentro al Centro Memoriale aspetta le prossime identificazioni. Entro spesso al memoriale; porto i miei studenti in visita. Alle volte ci accompagna Amra.
 
Bambino dietro a filo spinatoMemoria quotidiana. Amra è tra le prime persone incontrate l’autunno scorso; è tornata a Srebrenica ma non riesce ad andare in tutti i posti… alcuni le ricordano suo padre ed ha un blocco fisico. Ha ventotto anni. Parla benissimo inglese. Prima che venisse assunta dalla Fondazione che gestisce il Centro Memoriale trascorreva alcuni periodi in Svezia da sua sorella. La sorella qui non ci torna: l’hanno portata alla fabbrica dell’orrore il giorno maledetto. Il giorno della separazione degli uomini dalle donne. La separazione. Voi da una parte, loro dall’altra. Un tocco sulla spalla... “Ragazzina dove credi di andare?” “Dal papà….” “Vieni, vieni qua…” Suo papà non è ancora stato trovato. Amra, per lavoro, guida i gruppi che vengono in visita al Memoriale, che è sia cimitero che luogo e monumento della memoria, e racconta loro la storia della città che è anche la storia della sua stessa
vita.
D0onne musulmaneal cimitero di SrebrenicaIn questa storia non c’è traccia di un passato che abbia preceduto l’anno 1992. Quando ci sono io con i miei studenti, sollevata, mi chiede se posso sostituirla nel racconto. Mi chiede di non farle rievocare ancora la storia che l’ha segnata. Io prendo per un po’ il suo posto, conosco bene gli eventi, e racconto. Do voce al dolore di altri. Lo faccio con rispetto ma mi chiedo quanto grande sia la fatica di Amra, la cui quotidianità è fatta dalla rievocazione costante di tutto ciò che è capitato a Srebrenica ed a se stessa. Mi colpisce chi riesce a vivere ed a coltivare la propria umanità anche a Srebrenica. L’ultima volta che sono stato in visita al Centro Memoriale, appena qualche giorno fa, con me e Amra, oltre ai miei studenti, c’erano alcune classi di una scuola media di Mostar
in gita scolastica . Una cinquantina di bambini. Brusio, confusione, scherzi, risate ma anche attenzione e lacrime sono i doni che i giovani ospiti hanno portato al cimitero. Di questo è fatta la quotidianità da queste parti. 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Bosnia Erzegovina