Srebrenica è la città della quale si parla con pudore.
La città della quale non si sa se si può parlare
liberamente. Evoca tra le più gravi responsabilità del
“mondo civile” degli ultimi decenni. La città per la
quale si usano parole come “genocidio”, “fossa
comune”, “prova del DNA”, “donne di Srebrenica”,
“madri di Srebrenica”, o ancora espressioni come
“magari si fosse trattato di una guerra”, “sono stati
giustiziati tutti, in pochissimi giorni”, “mancano
all’appello tra gli 8.000 e gli 11.000 uomini”, “i
caschi blu sono rimasti a guardare”.
In questa città la fatica più difficile, oggi, la
sostiene chi cerca di rimettere ordine tra le
espressioni che ho, disordinatamente, esposto sopra.
È la fatica delle persone che oggi accettano la sfida
di vivere in città e di vivere la città. Ne accettano
l’eredità grave, fatta di lutto, di silenzio, di
protesta inascoltata, di odio, di stenti. In questo
contesto sono molti a cercare di assumere un ruolo
positivo. Sono in molti che, nonostante una
quotidianità a tratti oscura, accettano la sfida di
crescere qui come persone, uomini e donne, prima
ancora che come serbi o musulmani.
Una unica strada conduce in città, una sola via per
entrare, una sola via per uscire. La si percorre
sempre lentamente, per rispetto. Sulla destra, a
Potocari, poco prima del centro cittadino, una distesa
di lapidi verdi, nomi, cognomi e date, occupa ancora
poco dello spazio che dentro al Centro Memoriale
aspetta le prossime identificazioni.
Entro spesso al memoriale; porto i miei studenti in
visita. Alle volte ci accompagna Amra.
Memoria quotidiana. Amra è tra le
prime persone incontrate l’autunno scorso; è tornata a
Srebrenica ma non riesce ad andare in tutti i posti…
alcuni le ricordano suo padre ed ha un blocco fisico.
Ha ventotto anni. Parla benissimo inglese. Prima che
venisse assunta dalla Fondazione che gestisce il
Centro Memoriale trascorreva alcuni periodi in Svezia
da sua sorella. La sorella qui non ci torna: l’hanno
portata alla fabbrica dell’orrore il giorno maledetto.
Il giorno della separazione degli uomini dalle donne.
La separazione. Voi da una parte, loro dall’altra. Un
tocco sulla spalla... “Ragazzina dove credi di andare?”
“Dal papà….” “Vieni, vieni qua…”
Suo papà non è ancora stato trovato.
Amra, per lavoro, guida i gruppi che vengono in visita
al Memoriale, che è sia cimitero che luogo e
monumento della memoria, e racconta loro la storia
della città che è anche la storia della sua stessa
vita.

In questa storia non c’è traccia di un passato
che abbia preceduto l’anno 1992. Quando ci sono io con
i miei studenti, sollevata, mi chiede se posso
sostituirla nel racconto. Mi chiede di non farle
rievocare ancora la storia che l’ha segnata. Io prendo
per un po’ il suo posto, conosco bene gli eventi, e
racconto. Do voce al dolore di altri. Lo faccio con
rispetto ma mi chiedo quanto grande sia la fatica di
Amra, la cui quotidianità è fatta dalla rievocazione
costante di tutto ciò che è capitato a Srebrenica ed a
se stessa. Mi colpisce chi riesce a vivere ed a
coltivare la propria umanità anche a Srebrenica.
L’ultima volta che sono stato in visita al Centro
Memoriale, appena qualche giorno fa, con me e Amra,
oltre ai miei studenti, c’erano
alcune classi di una scuola media di Mostar
in gita scolastica
. Una
cinquantina di bambini.
Brusio, confusione, scherzi, risate ma anche
attenzione e lacrime sono i doni che i giovani ospiti
hanno portato al cimitero. Di questo è fatta la
quotidianità da queste parti.