20/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La fine della guerra in Jugoslavia ha lasciato ferite ancora aperte
Le guerre moderne non si possono scindere dalle immagini che le raccontano e rappresentano. Il conflitto nella ex Jugoslavia non fa differenza e, a parte i massacri e le stragi, resta impressa nella memoria collettiva la firma degli Accordi di Dayton (dal nome della città Usa dove si tenne la cerimonia della firma). Il 21 novembre 1995, dieci anni fa. Un tavolo, una stanza elegante, i potenti della terra in piedi e quelli che all'epoca erano i capi di Stato di Bosnia, Croazia e Serbia seduti mentre firmano la pace. Ma quale pace? Sicuramente quella che mette a tacere i fucili, e non è poco, ma anche quella che non ha saputo fare giustizia e che, nell'opinione della grande maggioranza delle genti dei Balcani ha lasciato il gusto amaro di una presa in giro.
  
la firma degli accordi di dayton, il 21 novembre 1995Senza risposte. Anche peggio, una bugia. E proprio da quella foto bisogna ripartire: Alija Izetbegovic per la Bosnia, Slobodan Milosevic per la Serbia e Franjo Tudjman per la Croazia. Tre presidenti allora, tre criminali di guerra oggi. O meglio, criminali di guerra per alcuni, eroi per gli altri. Questo è uno dei problemi più spinosi che la pace non ha risolto. Basta sfogliare i libri di storia che vengono utilizzati nelle scuole serbe, croate e bosniache per capire che non esiste una memoria condivisa, non esiste una storia e, se la verità è un'utopia, almeno un ripensamento circa l'odio che ha lacerato un Paese.  Tutti hanno metabolizzato il conflitto a modo loro e nessuno ha la forza di ripensare anche ai propri errori. Un'altra bugia è quella che il conflitto sia deflagrato per motivi religiosi. Non è andata così. La guerra nei Balcani ricorda, per certi versi, un funerale. La morte di un padre di famiglia che scatena le rivalità tra i figli che vogliono accaparrarsi la sua eredità. Il destino della Jugoslavia (il padre) era segnato dopo la caduta del muro di Berlino e Croazia e Serbia (i figli, assieme alla Bosnia, alla Slovenia e alla Macedonia) ambivano a ereditarne il patrimonio politico, economico e militare. Il problema che nel 1991 si poneva alle élite dei singoli paesi che componevano la ex Jugoslavia era semplice quanto fondamentale: come fare a mettere gli uni contro gli altri gli 'jugoslavi'? Come fare a convincere persone che avevano fatto il militare assieme, che giocavano nelle stesse nazionali dei vari sport, che avevano studiato nelle stesse università utilizzando gli stessi libri di testo e che si erano sposati fra di loro a odiarsi e a combattersi? La ricetta scelta è stata un classico: nazionalismo e religione. Il tuo vicino, all'improvviso, diventa un potenziale assassino e, se qualcuno non abboccava, ci pensavano le milizie paramilitari e i mezzi d'informazione a fare il resto. Il vaso di Pandora aperto all’epoca, per interessi politici, non si riesce a richiudere. E di queste responsabilità, negli Accordi di Dayton, non c’è traccia.
  
karadzic, il mandante della strage di sebrenica, ancora latitanteUn fallimento internazionale. Come non c’è traccia delle responsabilità della comunità internazionale nella guerra. Il riconoscimento dell’indipendenza della Croazia e della Slovenia, avvenuto in poche ore nel 1991, da parte della Germania e della Città del Vaticano contribuì, seppur indirettamente, all’accelerazione della svolta militare. Così come, dopo una serie di massacri avvenuti nell’indifferenza generale, l’intervento delle Nazioni Unite nel conflitto si risolse con uno dei più grandi fallimenti della storia del Palazzo di Vetro. Ancora oggi, a Srebrenica, si chiedono perché i caschi blu non mossero un dito per salvare uomini, donne e bambini dell’enclave musulmana dall’eccidio. Questo ha diffuso una forte disillusione tra la gente dell’ex Jugoslavia: il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja in Olanda, eccezion fatta per Slobodan Milosevic e pochi altri, nella sua attività non è stato in grado di offrire all’opinione pubblica una risposta ai drammi del conflitto. Basta pensare che Mladic e Karadzic, rispettivamente esecutore materiale e mandante della strage di Sebrenica, sono ancora latitanti. Milosevic stesso, con un abile politica dilatoria, sta trasformando il suo processo in una farsa. La nomina dei giorni scorsi del giurista italiano Fausto Pocar alla presidenza del Tribunale fa sperare, vista l’alta levatura professionale dell’esperto italiano, in un futuro miglioramento della situazione, ma la situazione resta comunque complessa. Anche perché il Tribunale è ancora troppo limitato nella sua operatività dalla politica.
 
un croato bacia il manifesto del criminale di guerra ante gotovinaLa Croazia. Questo è il caso della Croazia, per esempio.  I negoziati di Zagabria con l’Unione Europea per l’ingresso della Croazia in Europa, nonostante gli appelli del procuratore Carla Del Ponte, sono stai vincolati solo alla consegna del generale Ante Gotovina all’Aja. Ma non una parola è stata spesa per il rispetto delle minoranze in Croazia, e il fatto di concedere un cammino privilegiato alla Croazia stessa e alla Slovenia nell’adesione all’Unione non fa che scavare un solco sempre più profondo tra questi due stati e gli altri che formavano la Jugoslavia. Come fu per il riconoscimento della loro indipendenza, anche per l’ingresso nell’Unione si sottolinea così facendo una distanza che, nella lettura degli eventi di tanti serbi, macedoni, bosniaci si spiega con il fatto che Croazia e Slovenia sono paesi a maggioranza cattolica. Vero o falso che sia questo presupposto, resta il problema della percezione che ne ha il popolo dei Balcani.
  
sarajevo distrutta dalla guerra - foto di tommaso radaLa Bosnia - Erzegovina. Gli Accordi di Dayton non hanno saputo risolvere neanche i problemi della Bosnia – Erzegovina. Uno stato che esiste solo nella mente dei mediatori della pace. La Bosnia è una federazione di due entità politiche: la Repubblica Srpska e la Federazione croato-musulmana. Questo significa due polizie, due eserciti, due burocrazie e così via. Come se non bastasse, gli Accordi di Dayton prevedono un’amministrazione tripartita del potere. La gestione della vita pubblica bosniaca è imperniata attorno a un tavolo dove sono rappresentati un serbo ortodosso per la Repubblica Srpska, un musulmano e un croato cattolico per la Federazione. Una vera e propria paralisi amministrativa. Anche per un palo della luce bisogna negoziare. Sancendo peraltro di fatto la divisione etnico-religiosa della Bosnia. Così facendo, i bosniaci si sentono ‘prigionieri’ della pace, in uno Stato che non riesce a essere tale e che non riesce a garantire sviluppo alla sua gente. I bosniaci si sentono abbandonati a se stessi e, fenomeno sconosciuto in passato a quella che era considerata una delle città più cosmopolite del mondo, a Sarajevo si scorgono ogni giorno più moschee finanziate da enti benefici sauditi o giordani, che in cambio di una barba lunga e di un burqa garantiscono entrate sicure a famiglie che non riescono a tirare la fine del mese.
  
slobodan milosevic all'ajaLa Serbia – Montenegro. Anche rispetto alla Serbia, i dieci anni trascorsi da Dayton pare siano passati invano. Sembra quasi, almeno secondo la percezione che ha la gente di Belgrado, che la comunità internazionale abbia assunto verso la Serbia lo stesso atteggiamento che assunse verso la Germania dopo il primo conflitto mondiale. E come se si stia facendo pagare alla popolazione una colpa collettiva. La Serbia è stato il Paese aggressore sia nella guerra del 1991-1995 che in quella del Kosovo nel 1999, ma i serbi hanno scacciato il dittatore Milosevic da soli e l’isolamento politico di Belgrado è miope nell’ottica di un futuro assetto della regione. La popolazione serba convive con un grande passato che stride con un presente di povertà, disoccupazione e miseria. A questo va aggiunto che un Paese e una cultura che ha una grande opinione di sé potrebbe trovarsi a essere ridimensionato ulteriormente se il Montenegro e il Kosovo dovessero staccarsi da Belgrado. Il Montenegro infatti, nel 2006, vorrebbe un referendum per rendersi totalmente indipendente dalla federazione e i negoziati sullo status definitivo del Kosovo potrebbero sancire la secessione della regione a maggioranza albanese. Questo porterebbe i serbi a sentirsi sempre più vessati dalla comunità internazionale e non porterebbe la pace nella regione. Anche perché un’eventuale secessione del Kosovo, potrebbe scatenare un pericoloso ‘effetto emulazione’ in Macedonia, dove la minoranza albanese scalpita da tempo.
  
Guardare avanti. Tanti i nodi irrisolti e tante le questioni aperte. La comunità internazionale, dopo l’indifferenza mostrata negli anni Novanta verso un eccidio nel cuore della ‘civilissima’ Europa, non può permettersi il lusso di ignorare la situazione dei Balcani. In questo senso, l’Europa in primo luogo, deve sapersi assumere le sue responsabilità coinvolgendo indistintamente tutte le realtà dell’ex Jugoslavia in un progetto di sviluppo. E deve sostenere il processo ai responsabili della guerra. Una metafora della situazione attuale nella ex Jugoslavia è quella delle vittime degli eccidi. Migliaia di persone non hanno ancora una tomba sulla quale piangere, migliaia di corpi attendono di vedersi restituita almeno la dignità di un nome.  Il decennale degli accordi di Dayton, più che una celebrazione, deve essere un momento di riflessione. Questi dieci anni saranno passati invano se, alla capacità di portare la pace, non si aggiungerà la volontà di fare giustizia e di guardare al futuro offrendo l’opportunità a chi ieri ha imbracciato un fucile di poter guardare al domani con speranza. Solo così il fantasma della Jugoslavia avrà pace.
 

Christian Elia

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