stampa
invia
Senza risposte. Anche peggio, una bugia. E proprio da quella
foto bisogna ripartire: Alija Izetbegovic per la Bosnia, Slobodan Milosevic per
la Serbia e Franjo Tudjman per la Croazia. Tre presidenti allora, tre criminali
di guerra oggi. O meglio, criminali di guerra per alcuni, eroi per gli altri.
Questo è uno dei problemi più spinosi che la pace non ha risolto. Basta
sfogliare i libri di storia che vengono utilizzati nelle scuole serbe, croate
e
bosniache per capire che non esiste una memoria condivisa, non esiste una
storia e, se la verità è un'utopia, almeno un ripensamento circa l'odio che ha
lacerato un Paese. Tutti hanno
metabolizzato il conflitto a modo loro e nessuno ha la forza di ripensare anche
ai propri errori. Un'altra bugia è quella che il conflitto sia deflagrato per
motivi religiosi. Non è andata così. La guerra nei Balcani ricorda, per certi
versi, un funerale. La morte di un padre di famiglia che scatena le rivalità
tra i figli che vogliono accaparrarsi la sua eredità. Il destino della
Jugoslavia (il padre) era segnato dopo la caduta del muro di Berlino e Croazia
e Serbia (i figli, assieme alla Bosnia, alla Slovenia e alla Macedonia)
ambivano a ereditarne il patrimonio politico, economico e militare. Il problema
che nel 1991 si poneva alle élite dei singoli paesi che componevano la ex
Jugoslavia era semplice quanto fondamentale: come fare a mettere gli uni contro
gli altri gli 'jugoslavi'? Come fare a convincere persone che avevano fatto il
militare assieme, che giocavano nelle stesse nazionali dei vari sport, che
avevano studiato nelle stesse università utilizzando gli stessi libri di testo
e che si erano sposati fra di loro a odiarsi e a combattersi? La ricetta scelta
è stata un classico: nazionalismo e religione. Il tuo vicino, all'improvviso,
diventa un potenziale assassino e, se qualcuno non abboccava, ci pensavano le
milizie paramilitari e i mezzi d'informazione a fare il resto. Il vaso di Pandora
aperto all’epoca, per interessi politici, non si riesce a richiudere. E di
queste responsabilità, negli Accordi di Dayton, non c’è traccia.
Un fallimento internazionale.
Come non c’è traccia delle responsabilità
della comunità internazionale nella guerra. Il riconoscimento
dell’indipendenza
della Croazia e della Slovenia, avvenuto in poche ore nel 1991, da
parte della
Germania e della Città del Vaticano contribuì, seppur indirettamente,
all’accelerazione della svolta militare. Così come, dopo una serie di
massacri
avvenuti nell’indifferenza generale, l’intervento delle Nazioni Unite
nel
conflitto si risolse con uno dei più grandi fallimenti della storia del
Palazzo
di Vetro. Ancora oggi, a Srebrenica, si chiedono perché i caschi blu non
mossero
un dito per salvare uomini, donne e bambini dell’enclave musulmana
dall’eccidio. Questo ha diffuso una forte disillusione tra la gente
dell’ex
Jugoslavia: il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja in Olanda,
eccezion
fatta per Slobodan Milosevic e pochi altri, nella sua attività non è
stato in
grado di offrire all’opinione pubblica una risposta ai drammi del
conflitto.
Basta pensare che Mladic e Karadzic, rispettivamente esecutore
materiale e mandante della strage di Sebrenica, sono ancora latitanti.
Milosevic stesso, con un abile politica dilatoria, sta trasformando il
suo
processo in una farsa. La nomina dei giorni scorsi del giurista
italiano Fausto
Pocar alla presidenza del Tribunale fa sperare, vista l’alta levatura
professionale dell’esperto italiano, in un futuro miglioramento della
situazione, ma la situazione resta comunque complessa. Anche perché il
Tribunale è ancora troppo limitato nella sua operatività dalla
politica.
La Croazia. Questo è il caso della Croazia, per esempio. I negoziati di Zagabria con l’Unione Europea
per l’ingresso della Croazia in Europa, nonostante gli appelli del procuratore
Carla Del Ponte, sono stai vincolati solo alla consegna del generale Ante
Gotovina all’Aja. Ma non una parola è stata spesa per il rispetto delle
minoranze in Croazia, e il fatto di concedere un cammino privilegiato alla
Croazia stessa e alla Slovenia nell’adesione all’Unione non fa che scavare un
solco sempre più profondo tra questi due stati e gli altri che formavano la
Jugoslavia. Come fu per il riconoscimento della loro indipendenza, anche per
l’ingresso nell’Unione si sottolinea così facendo una distanza che, nella
lettura degli eventi di tanti serbi, macedoni, bosniaci si spiega con il fatto
che Croazia e Slovenia sono paesi a maggioranza cattolica. Vero o falso che sia
questo presupposto, resta il problema della percezione che ne ha il popolo dei
Balcani.
La Bosnia - Erzegovina. Gli Accordi di Dayton non hanno saputo
risolvere neanche i problemi della Bosnia – Erzegovina. Uno stato che esiste
solo nella mente dei mediatori della pace. La Bosnia è una federazione di due
entità politiche: la Repubblica Srpska e la Federazione croato-musulmana.
Questo significa due polizie, due eserciti, due burocrazie e così via. Come se
non bastasse, gli Accordi di Dayton prevedono un’amministrazione tripartita del
potere. La gestione della vita pubblica bosniaca è imperniata attorno a un
tavolo dove sono rappresentati un serbo ortodosso per la Repubblica Srpska, un
musulmano e un croato cattolico per la Federazione. Una vera e propria paralisi
amministrativa. Anche per un palo della luce bisogna negoziare. Sancendo
peraltro di fatto la divisione etnico-religiosa della Bosnia. Così facendo, i
bosniaci si sentono ‘prigionieri’ della pace, in uno Stato che non riesce a
essere tale e che non riesce a garantire sviluppo alla sua gente. I bosniaci si
sentono abbandonati a se stessi e, fenomeno sconosciuto in passato a quella che
era considerata una delle città più cosmopolite del mondo, a Sarajevo si
scorgono ogni giorno più moschee finanziate da enti benefici sauditi o
giordani, che in cambio di una barba lunga e di un burqa garantiscono entrate
sicure a famiglie che non riescono a tirare la fine del mese.
La Serbia –
Montenegro. Anche rispetto alla Serbia, i dieci anni trascorsi da Dayton
pare siano passati invano. Sembra quasi, almeno secondo la percezione che ha la
gente di Belgrado, che la comunità internazionale abbia assunto verso la Serbia
lo stesso atteggiamento che assunse verso la Germania dopo il primo conflitto
mondiale. E come se si stia facendo pagare alla popolazione una colpa
collettiva. La Serbia è stato il Paese aggressore sia nella guerra del
1991-1995 che in quella del Kosovo nel 1999, ma i serbi hanno scacciato il
dittatore Milosevic da soli e l’isolamento politico di Belgrado è miope
nell’ottica di un futuro assetto della regione. La popolazione serba convive
con un grande passato che stride con un presente di povertà, disoccupazione e
miseria. A questo va aggiunto che un Paese e una cultura che ha una grande
opinione di sé potrebbe trovarsi a essere ridimensionato ulteriormente se il
Montenegro e il Kosovo dovessero staccarsi da Belgrado. Il Montenegro infatti,
nel 2006, vorrebbe un referendum per rendersi totalmente indipendente dalla
federazione e i negoziati sullo status definitivo del Kosovo potrebbero sancire
la secessione della regione a maggioranza albanese. Questo porterebbe i serbi
a
sentirsi sempre più vessati dalla comunità internazionale e non porterebbe la
pace nella regione. Anche perché un’eventuale secessione del Kosovo, potrebbe
scatenare un pericoloso ‘effetto emulazione’ in Macedonia, dove la minoranza
albanese scalpita da tempo.
Christian Elia