20/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Bosnia, ricostruire la verità tramite l'esame dei corpi ancora anonimi
scritto per noi da
Francesca Micheletti

Verità, giustizia, riconciliazione. Questi i tre passi verso la pace definitiva nei Balcani. In particolare in Bosnia Erzegovina, dove la verità, nella guerra di cifre che ancora divide la popolazione serba da quella musulmana, viene tuttora ricercata attraverso l’unico interlocutore rimasto credibile: la scienza. Con un minuzioso lavoro di esumazione, ricomposizione e identificazione genetica dei cadaveri degli scomparsi, si riesce a dare dei volti e dei nomi alla tragedia. E porre così fine allo scontro fra le opposte verità.
 
esami del dnaUn duro compito. Un lavoro che viene portato avanti quotidianamente dallo staff della Icmp, la Commissione internazionale per la ricerca delle persone scomparse. Questo organo è presente nella ex Jugoslavia dal 1996, impegnato nella ricerca e nella identificazione di coloro che sono venuti a mancare durante la guerra, rapiti e deportati o uccisi e seppelliti nelle fosse comuni. Il lavoro della Icmp si svolge in collaborazione con i governi delle entità federali in Bosnia, la Repubblica Srpska e la Federazione croato musulmana. In parallelo si svolge l’identificazione tramite il materiale genetico che coinvolge una serie di operatori sul campo, impegnati a raccogliere campioni di sangue dei parenti delle vittime, da abbinare poi a quelle degli scomparsi.
In questi anni, Icmp ha prelevato più di 5500 campioni di sangue, che vengono classificati e analizzati per ricavarne il Dna nel laboratorio centrale di Tuzla. Dove pervengono campioni dagli altri centri Icmp in Bosnia (Sarajevo e Banja Luka), Serbia e Montenegro (Belgrado) e Kosovo (Pristina). Si stima che sia stato raccolto l’80 percento dei campioni necessari ad una identificazione soddisfacente nella sola Bosnia.
Lo scopo principale della Icmp è la creazione di una lista unica degli scomparsi, che sia valida e inconfutabile per tutte e due le parti. “E’ impossibile dialogare finché non si è d’accordo nemmeno su che cosa sia successo” spiega Doune Porter, responsabile comunicazione di Icmp.
Un fattore intimo e privato come la scomparsa di una persona cara è infatti stata trattato e strumentalizzato negli anni successivi a Dayton come una questione politica. “I nazionalisti sfruttano molto le cifre per manipolare le emozioni della gente – spiega la Porter – attraverso il nostro lavoro stiamo cercando di fornire prove inconfutabili di quante persone sono morte effettivamente, sbarazzando il campo da ambiguità che possono essere sfruttate a fini politici”.
 
uno dei trattori utilizzati per scavare le fosse comuniIl puzzle del Dna. Edin Jasaragic è il direttore della Divisione Identificativa della Icmp a Tuzla. Nato nella città bosniaca teatro di una delle stragi più cruente della guerra (una bomba all’università che nel maggio 1995 uccise 76 studenti), Edin ha sentito fin da subito come una missione quella di impegnarsi nella ricerca degli scomparsi.
“E’ un lavoro necessario che va terminato”, sostiene con forza. La stessa con cui si impegna, giorno dopo giorno, a contattare le famiglie, a parlare con loro. “Vado a casa di chi ha perso un parente, a spiegare come funziona la procedura del Dna. Trovo famiglie di rifugiati che hanno perso tutto e conservano solo fotografie. Spesso una fotografia unica, sulla quale sono incollati tutti i suoi membri, così da sembrare uniti. In realtà nella foto originaria non erano insieme, sono stati solo incollati insieme”. E’ difficile convincere le persone a farsi prelevare un campione per l’analisi del Dna? “All’inizio, nel 2000, si faceva fatica a spiegare la procedura alle persone – spiega Jasaragic - nessuno voleva credere che sarebbe servito a qualcosa. Adesso praticamente tutti conoscono questo metodo, anzi, tutti vogliono fare il test del Dna. Molte persone sono rifugiati, che tornano in Bosnia, per un viaggio, per cercare i loro cari, o per sempre. Il test d’altronde è semplice: basta qualche goccia di sangue, raccolta su carta assorbente”. Con che stato d’animo le persone vengono a farsi prelevare i campioni di sangue per l’identificazione? “Certo le persone che vengono qua hanno ancora una remota speranza di ritrovare vivi i loro cari. Ma la maggior parte sa che sono stati catturati e molto probabilmente uccisi. Vuole solo avere delle spoglie da sotterrare, una tomba su cui piangere. Mi viene in mente il caso di una madre che si è rivolta a noi perché le erano stati sottratti tre figli durante il conflitto e non sapeva che fine avessero fatto. Il suo desiderio era semplicemente poter dire: 'Ok, mio figlio riposa qui'”. Come funziona l’identificazione tramite il confronto del Dna? “La procedura di identificazione con il Dna, attiva dal 2001, è ormai una prassi consolidata e permette un riconoscimento con un tasso di certezza del 99, 95 percento. E’ sufficiente il sangue di uno o due parenti (figli o genitori) da confrontare con il Dna prelevato dai campioni di materiale organico rinvenuti nelle fosse comuni. Tutto è contenuto in un database elettronico, e se i dati coincidono, la probabilità che le spoglie siano effettivamente del parente è veramente molto alta”.
 
una donna che non ha saputo più nulla dei due figli scomparsi Storia di una fossa comune. Il lavoro di René Kosalka, canadese, biologa specializzata in antropologia forense, si svolge in parallelo a quello di Edin. René, che fa parte della divisione Esumazione e Analisi della Icmp, passa la sua giornata a seguire gli scavi in diverse località della Bosnia, che portano all’esumazione dei corpi gettati in tempo di guerra nelle fosse comuni. Negli ultimi mesi ha operato a Goradze, Liplje e Suha. Da agosto 2005 a oggi ha assistito alle esumazioni in 45 siti piccoli e 3 fosse di grandi dimensioni. Il suo compito è quello di interpretare il terreno e i resti che in esso si trovano. Ecco come si svolge il suo lavoro quotidiano.
“Il lavoro inizia con l’identificazione del terreno dove è probabile che sia presente una fossa comune. Lo si viene a sapere da testimoni locali, oppure, di recente - i testimoni col tempo diventano sempre di meno - attraverso immagini aeree e satellitari, oppure ancora studiando la conformazione del terreno, la morfologia, le caratteristiche geologiche”. Il linguaggio di René è freddo e scientifico. Cerca le tracce del passato, ricostruisce avvenimenti che solo i carnefici hanno visto, con una precisione lucida, senza abbandonarsi all’emotività. Nel suo passato ha scavato anche fra le macerie del World Trade Center e fra le vittime dello tsunami, in Indonesia. Parla di post mortem damage , danneggiamento post morte, in maniera distaccata, come vuole la sua professione. Dietro a quelle parole ci sono vere e proprie violenze compiute sui cadaveri delle vittime del genocidio, tra i quali più volte i carnefici hanno rovistato per cancellare le prove del genocidio. “Molte fosse sono secondarie o terziarie – spiega René – questo significa che i corpi sono stati rimossi dal luogo dove sono stati seppelliti la prima volta, per essere seppelliti una seconda o terza volta. Con l’effetto di smembrare e decomporre i corpi: spesso si trovano corpi senza bacino, o senza testa, o senza arti”. René è in grado di ricostruire con precisione anche come sono stati effettuati gli scavi. “Quasi tutte le maggiori fosse sono state scavate con dei front-end-loader truck, macchine escavatrici con la pala frontale, lo si vede dal segno dei dentelli sulle pareti delle fosse, e dalle impronte delle gomme, spesso visibili soprattutto su terreni argillosi”. La pala ha anche determinato lo smembramento dei corpi, spezzandoli in due o più parti. La profondità media di una fossa comune varia, ma in media è di 3-4 metri. Ci sono poi le eccezioni: “Ne abbiamo trovate alcune anche a 80 metri di profondità, dove i corpi sono stati gettati in cavità naturali, come pozzi o canyon o grotte. Più difficile ancora il lavoro su siti dove ci sono stati incendi – racconta l’antropologa - i corpi bruciati lasciano dietro di sé solo piccoli frammenti di ossa. E spesso è accaduto che i siti venissero manomessi durante la notte mentre eravamo all’opera su uno scavo”.
 
il cimitero delle vittime di sebrenicaRicostruire il futuro. Oggi la popolazione ha imparato a riconoscere i team dell’Icmp, e si mostra comprensiva e disposta ad aiutarli. “Spesso ora i residenti ci portano anche il caffè e il pranzo. Siamo infinitamente riconoscenti a loro per questi segnali di collaborazione” dice l’antropologa. Sul sito degli scavi d’altronde sono solitamente presenti anche i parenti delle vittime, membri delle varie associazioni dei familiari come le Madri di Srebrenica. Soprattutto negli anni passati, vi era sempre una presenza militare, oltre agli avvocati e ai legali che si occupano delle indagini, e i media. “A volte è difficile concentrarsi” ammette René.  René è una professionista dell’investigazione mortuaria. Non vuole parlare delle proprie motivazioni profonde o dell’emotività che può scaturire facendo un lavoro del genere, che tra l’altro, ammette “Ai tempi dell’università mai mi sarei sognata di fare”. E’ il “valore umanitario” dell’impresa che la spinge, la sensazione di partecipare ad un processo che porterà alla giustizia e alla riconciliazione. Una cosa ha imparato, nella sua esperienza balcanica, e la condivide volentieri: “Nel mondo, soprattutto quello occidentale, siamo abituati a vedere tutto scorrere e cambiare velocemente. La riconciliazione invece è un processo lentissimo, che richiede molto, molto tempo”.
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Bosnia Erzegovina
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