scritto per noi da
Francesca Micheletti
Verità, giustizia, riconciliazione. Questi i tre passi verso
la pace definitiva nei Balcani. In particolare in Bosnia Erzegovina, dove la
verità, nella guerra di cifre che ancora divide la popolazione serba da quella
musulmana, viene tuttora ricercata attraverso l’unico interlocutore rimasto
credibile: la scienza. Con un minuzioso lavoro di esumazione, ricomposizione e
identificazione genetica dei cadaveri degli scomparsi, si riesce a dare dei volti
e dei nomi alla tragedia. E porre così fine allo scontro fra le opposte verità.
Un duro compito. Un
lavoro che viene portato avanti quotidianamente dallo staff della
Icmp, la Commissione
internazionale per la ricerca delle persone scomparse. Questo organo è presente
nella ex Jugoslavia dal 1996, impegnato nella ricerca e nella identificazione
di coloro che sono venuti a mancare durante la guerra, rapiti e deportati o uccisi
e seppelliti nelle fosse comuni. Il lavoro della Icmp si svolge in collaborazione
con i governi delle entità federali in Bosnia, la Repubblica Srpska e la Federazione
croato musulmana. In parallelo si svolge l’identificazione tramite il
materiale genetico che coinvolge una serie di operatori sul campo, impegnati a
raccogliere campioni di sangue dei parenti delle vittime, da abbinare poi a
quelle degli scomparsi.
In questi anni, Icmp ha prelevato più di 5500 campioni di
sangue, che vengono classificati e analizzati per ricavarne il Dna nel
laboratorio centrale di Tuzla. Dove pervengono campioni dagli altri centri Icmp
in Bosnia (Sarajevo e Banja Luka), Serbia e Montenegro (Belgrado) e Kosovo
(Pristina). Si stima che sia stato raccolto l’80 percento dei campioni
necessari ad una identificazione soddisfacente nella sola Bosnia.
Lo scopo principale della Icmp è la creazione di una lista unica degli scomparsi,
che sia valida e inconfutabile per tutte e due le parti. “E’ impossibile
dialogare finché non si è d’accordo nemmeno su che cosa sia successo” spiega
Doune Porter, responsabile comunicazione di Icmp.
Un fattore intimo e privato come la scomparsa di una persona
cara è infatti stata trattato e strumentalizzato negli anni successivi a Dayton
come una questione politica. “I nazionalisti sfruttano molto le cifre per
manipolare le emozioni della gente – spiega la Porter – attraverso il nostro
lavoro stiamo cercando di fornire prove inconfutabili di quante persone sono
morte effettivamente, sbarazzando il campo da ambiguità che possono essere
sfruttate a fini politici”.
Il
puzzle del Dna. Edin Jasaragic
è il direttore della Divisione Identificativa della Icmp a
Tuzla. Nato nella città bosniaca teatro di una delle stragi più cruente della
guerra (una bomba all’università che nel maggio 1995 uccise 76 studenti), Edin
ha sentito fin da subito come una missione quella di impegnarsi nella ricerca
degli scomparsi.
“E’ un lavoro necessario che va terminato”, sostiene con
forza. La stessa con cui si impegna, giorno dopo giorno, a contattare le
famiglie, a parlare con loro. “Vado a casa di chi ha perso un parente, a
spiegare come funziona la procedura del Dna. Trovo famiglie di rifugiati che
hanno perso tutto e conservano solo fotografie. Spesso una fotografia unica,
sulla quale sono incollati tutti i suoi membri, così da sembrare uniti. In
realtà nella foto originaria non erano insieme, sono stati solo incollati
insieme”. E’ difficile convincere le persone a farsi prelevare un campione per
l’analisi del Dna? “All’inizio,
nel 2000, si faceva fatica a spiegare la procedura alle persone – spiega
Jasaragic - nessuno voleva credere che sarebbe servito a qualcosa. Adesso
praticamente tutti conoscono questo metodo, anzi, tutti vogliono fare il test
del Dna. Molte persone sono rifugiati, che tornano in Bosnia, per un viaggio,
per cercare i loro cari, o per sempre. Il test d’altronde è semplice: basta
qualche goccia di sangue, raccolta su carta assorbente”. Con che stato
d’animo le persone vengono a farsi prelevare i campioni di sangue per
l’identificazione? “Certo
le persone che vengono qua hanno ancora una remota speranza di ritrovare vivi
i
loro cari. Ma la maggior parte sa che sono stati catturati e molto
probabilmente uccisi. Vuole solo avere delle spoglie da sotterrare, una tomba
su cui piangere. Mi viene in mente il caso di una madre che si è rivolta a noi
perché le erano stati sottratti tre figli durante il conflitto e non sapeva che
fine avessero fatto. Il suo desiderio era semplicemente poter dire: 'Ok, mio
figlio riposa qui'”. Come funziona
l’identificazione tramite il confronto del Dna? “La procedura di identificazione
con il Dna, attiva dal 2001, è ormai una prassi consolidata e permette un
riconoscimento con un tasso di certezza del 99, 95 percento. E’ sufficiente il
sangue di uno o due parenti (figli o genitori) da confrontare con il Dna
prelevato dai campioni di materiale organico rinvenuti nelle fosse comuni.
Tutto è contenuto in un database elettronico, e se i dati coincidono, la
probabilità che le spoglie siano effettivamente del parente è veramente molto
alta”.
Storia di una fossa comune. Il lavoro di René Kosalka,
canadese, biologa specializzata in antropologia forense, si svolge in
parallelo a quello di Edin. René, che fa parte della divisione Esumazione e
Analisi della Icmp, passa la sua giornata a seguire gli scavi in diverse
località della Bosnia, che portano all’esumazione dei corpi gettati in tempo di
guerra nelle fosse comuni. Negli ultimi mesi ha operato a Goradze, Liplje e
Suha. Da agosto 2005 a oggi ha assistito alle esumazioni in 45 siti piccoli e
3
fosse di grandi dimensioni. Il suo compito è quello di interpretare il terreno
e i resti che in esso si trovano. Ecco come si svolge il suo lavoro quotidiano.
“Il lavoro inizia con l’identificazione del terreno dove è
probabile che sia presente una fossa comune. Lo si viene a sapere da testimoni
locali, oppure, di recente - i testimoni col tempo diventano sempre di meno -
attraverso immagini aeree e satellitari, oppure ancora studiando la
conformazione del terreno, la morfologia, le caratteristiche geologiche”. Il
linguaggio di René è freddo e scientifico. Cerca le tracce del passato,
ricostruisce avvenimenti che solo i carnefici hanno visto, con una precisione
lucida, senza abbandonarsi all’emotività. Nel suo passato ha scavato anche fra
le macerie del World Trade Center e fra le vittime dello tsunami, in Indonesia.
Parla di post mortem damage ,
danneggiamento post morte, in maniera distaccata, come vuole la sua
professione. Dietro a quelle parole ci sono vere e proprie violenze compiute
sui cadaveri delle vittime del genocidio, tra i quali più volte i carnefici
hanno rovistato per cancellare le prove del genocidio. “Molte fosse sono
secondarie o terziarie – spiega René – questo significa che i corpi sono stati
rimossi dal luogo dove sono stati seppelliti la prima volta, per essere
seppelliti una seconda o terza volta. Con l’effetto di smembrare e decomporre
i
corpi: spesso si trovano corpi senza bacino, o senza testa, o senza arti”. René
è in grado di ricostruire con precisione anche come sono stati effettuati gli
scavi. “Quasi tutte le maggiori fosse sono state scavate con dei front-end-loader truck, macchine
escavatrici con la pala frontale, lo si vede dal segno dei dentelli sulle
pareti delle fosse, e dalle impronte delle gomme, spesso visibili soprattutto
su terreni argillosi”. La pala ha anche determinato lo smembramento dei corpi,
spezzandoli in due o più parti. La profondità media di una fossa comune varia,
ma in media è di 3-4 metri. Ci sono poi le eccezioni: “Ne abbiamo trovate
alcune anche a 80 metri di profondità, dove i corpi sono stati gettati in
cavità naturali, come pozzi o canyon o grotte. Più difficile ancora il lavoro
su siti dove ci sono stati incendi – racconta l’antropologa - i corpi bruciati
lasciano dietro di sé solo piccoli frammenti di ossa. E spesso è accaduto che
i
siti venissero manomessi durante la notte mentre eravamo all’opera su uno
scavo”.
Ricostruire
il futuro. Oggi la popolazione ha imparato a riconoscere i
team dell’Icmp, e si mostra comprensiva e disposta ad aiutarli. “Spesso ora i
residenti ci portano anche il caffè e il pranzo. Siamo infinitamente
riconoscenti a loro per questi segnali di collaborazione” dice l’antropologa.
Sul sito degli scavi d’altronde sono solitamente presenti anche i parenti delle
vittime, membri delle varie associazioni dei familiari come le Madri di
Srebrenica. Soprattutto negli anni passati, vi era sempre una presenza
militare, oltre agli avvocati e ai legali che si occupano delle indagini, e i
media. “A volte è difficile concentrarsi” ammette René. René è una professionista dell’investigazione
mortuaria. Non vuole parlare delle proprie motivazioni profonde o
dell’emotività che può scaturire facendo un lavoro del genere, che tra l’altro,
ammette “Ai tempi dell’università mai mi sarei sognata di fare”. E’ il “valore
umanitario” dell’impresa che la spinge, la sensazione di partecipare ad un
processo che porterà alla giustizia e alla riconciliazione. Una cosa ha
imparato, nella sua esperienza balcanica, e la condivide volentieri: “Nel
mondo, soprattutto quello occidentale, siamo abituati a vedere tutto scorrere
e
cambiare velocemente. La riconciliazione invece è un processo lentissimo, che
richiede molto, molto tempo”.