20/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La condizione dei bosniaci rifugiati in Slovenia nel 1992
 Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo
“Non chiedermi cosa si provi oggi a vivere qui. Per noi il passato non si cancella e io non immagino niente oltre il presente. Il futuro...beh, io il futuro, per ora, non  immagino come sia”.
Samel ha 25 anni, è un rifugiato bosniaco e vive a Ljubljana, in Slovenia. Dal 1992, l’anno in cui è scoppiata la guerra, lui e la sua famiglia hanno vissuto nel  campo profughi di Postunija. A lui la guerra ha sottratto quasi tutto: il padre, massacrato dalle milizie serbe e poi finito in una fossa comune e il fratello obbligato da quella stessa guerra a chiedere rifugio in Italia.
Samel parla piano e, con lo sguardo fisso sulle fotografie che mi mostra, commenta scuotendo il capo: “Life is a joke”. Uno scherzo, appunto. Lo scherzo di Dayton.
 
un immagine del centro di lubjianaImmagini di una vita. Le immagini che scorrono sono uno specchio della recente storia della ex Jugoslavia. C’è lui, bambino, in una fotografia di famiglia in cui si intravede un quadro del maresciallo Tito, e poi ci sono gli amici persi  e gli amori rubati da una guerra che quando non ha ammazzato nessuno è  riuscita ad allontanare per sempre anche due ragazzini alle prese con il loro primo amore. Così, mentre fissa l’immagine di una ragazza con gli azzurri e il capo velato, commenta: “Non so dove sia finita lei e tanti di loro. La guerra ci ha divisi tutti. Forse per sempre. Noi siamo scappati in Slovenia  e abbiamo provato a costruirci una nuova vita.”
La nuova vita di Samel, Almir, Safjia è cominciata in un campo profughi. A Postunija, Ljubljana, Iljrska Bistrica  e in altre decine di città slovene per più di dieci anni si sono incrociati i sogni, le paure e le speranze di gente in fuga. In quei posti ragazzi come loro hanno vissuto interamente la loro adolescenza .
Nei campi profughi, queste persone hanno provato a riallacciare gli stessi rapporti di solidarietà esistenti in Bosnia per non dimenticare il passato e provare a ricominciare insieme.
Ma se all’inizio la Bosnia per molti di loro rappresentava, nonostante tutto, il futuro, a dieci anni dagli accordi di Dayton tanti hanno scelto di non tornare. Dayton, “la grande bugia”, come molti dei bosniaci che vivono qui chiamano gli accordi, ai migranti e ai rifugiati bosniaci proprio non piace.
 
un rifugiato bosniaco ai tempi della guerraChe pace è questa? “Sarajevo era bella un tempo- mi raccontano fieri i giovani bosniaci- era lei la vera capitale multi-culturale della Jugoslavia. Non c’erano tensioni, in quel periodo stavamo bene tutti.” Poi uno di loro pensieroso aggiunge: “Oggi cosa è rimasto?”
Cosa resta di quei giorni lo raccontano, algide, le pagine degli accordi di Dayton. In molti, qui, ricordano che il segretario di Stato americano Warren Christopher aprendo ufficialmente il tavolo dei negoziati disse: “Siamo venuti nel cuore dell’America, per cercare di portare la pace in Europa”.
Quella pace per molti dei bosniaci non è ancora arrivata. “Come si fa a parlare di pace in una situazione come questa? Si, certo, non c’è più la guerra, ma secondo te è pacificato un Paese diviso in tre parti per ragioni etniche? E’ giusto un  trattato che blocca gli equilibri definiti da una guerra? E’un paese pacificato quello in cui ancora adesso ai bambini viene detto di odiare il proprio vicino e di vendicare chi è stato ucciso?”.
L’elemento più preoccupante del dopo-Dayton è proprio l’acuirsi delle tensioni tra le diverse comunità. Elaborare il conflitto in una fase in cui quotidianamente vengono fuori i video degli eccidi è un percorso difficile. “Mio padre è stato ammazzato dai serbi. Aveva solo 45 anni. Dopo dieci anni è venuto fuori un video in cui si vedevano lui ed altri bosniaci musulmani morire uno dopo l’altro. Io come faccio a dimenticare? Sono razionale, non odio i serbi. Io odio ciò che hanno fatto, certo, allora c’era la guerra. Ma adesso non ho molti amici serbi.” Questa è solo una delle ragioni per cui molti dei rifugiati bosniaci considerano difficile il ritorno in Bosnia. Ma all’integrazione mancata si accompagnano anche motivazioni di ordine pratico. “Mi piacerebbe tornare in Bosnia, lì c’è mia madre, ci sono i miei ricordi. Ma come si fa a vivere senza lavoro o con cinquanta euro al mese? È per questo che i giovani vanno via. Tutto il resto, la ripresa economica, la crescita degli ultimi anni sono soltanto bugie”.
 
colonna di profughi bosniaci nel 1992 in marcia verso la sloveniaCittadini a metà. Molto spesso, però, le speranze riposte nel Paese d’accoglienza restano disattese. In Slovenia, ad esempio, un cittadino  bosniaco che ha richiesto la doppia cittadinanza slovena può aspettare anche sei anni prima di conoscere l’esito della sua pratica. Durante quel periodo il passaporto bosniaco garantisce la mobilità soltanto all’interno degli ex confini jugoslavi. “E’ incredibile. Mio fratello vive in Italia, a poche centinaia di chilometri da Ljubljana, ma io non posso raggiungerlo – racconta uno dei ragazzi bosniaci -  Il passaporto bosniaco è valido soltanto qui”. L’unica cosa che resta da fare è vivere giorno per giorno. “In questa condizione come faccio a pensare al mio futuro? Io non posso immaginare nulla oltre il presente”.
Il presente dei rifugiati bosniaci in Slovenia resta sospeso tra l’integrazione e la marginalità. E quando discutono sull’annosa vicenda della costruzione della moschea a Ljubljana, un progetto trentennale ancora privo di autorizzazione,  molti dei bosniaci ascoltati non hanno dubbi: “Ancora in molti hanno paura di noi. Siamo musulmani”.
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Slovenia