Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo
“Non chiedermi cosa si provi oggi a vivere qui. Per noi il
passato non si cancella e io non immagino niente oltre il presente. Il futuro...beh,
io il futuro, per ora, non immagino come
sia”.
Samel ha 25 anni, è un rifugiato bosniaco e vive a Ljubljana,
in Slovenia. Dal 1992, l’anno in cui è scoppiata la guerra, lui e la sua
famiglia hanno vissuto nel campo
profughi di Postunija. A lui la guerra ha sottratto quasi tutto: il padre,
massacrato dalle milizie serbe e poi finito in una fossa comune e il fratello
obbligato da quella stessa guerra a chiedere rifugio in Italia.
Samel parla piano e, con lo sguardo fisso sulle fotografie
che mi mostra, commenta scuotendo il capo: “Life is a joke”. Uno scherzo,
appunto. Lo scherzo di Dayton.
Immagini di una vita. Le immagini che scorrono sono
uno specchio della recente storia della ex Jugoslavia. C’è lui, bambino, in una
fotografia di famiglia in cui si intravede un quadro del maresciallo Tito, e
poi ci sono gli amici persi e gli amori
rubati da una guerra che quando non ha ammazzato nessuno è riuscita ad allontanare per sempre anche due
ragazzini alle prese con il loro primo amore. Così, mentre fissa l’immagine di
una ragazza con gli azzurri e il capo velato, commenta: “Non so dove sia finita
lei e tanti di loro. La guerra ci ha divisi tutti. Forse per sempre. Noi siamo
scappati in Slovenia e abbiamo provato a
costruirci una nuova vita.”
La nuova vita di Samel, Almir, Safjia è cominciata in un
campo profughi. A Postunija, Ljubljana, Iljrska Bistrica e in altre decine di città slovene per più di
dieci anni si sono incrociati i sogni, le paure e le speranze di gente in fuga.
In quei posti ragazzi come loro hanno vissuto interamente la loro adolescenza
.
Nei campi profughi,
queste persone hanno provato a riallacciare gli stessi rapporti di solidarietà
esistenti in Bosnia per non dimenticare il passato e provare a ricominciare
insieme.
Ma se all’inizio la Bosnia per molti di loro rappresentava,
nonostante tutto, il futuro, a dieci anni dagli accordi di Dayton tanti hanno
scelto di non tornare. Dayton, “la grande bugia”, come molti dei bosniaci che
vivono qui chiamano gli accordi, ai migranti e ai rifugiati bosniaci proprio
non piace.
Che pace è questa? “Sarajevo era bella un tempo- mi
raccontano fieri i giovani bosniaci- era lei la vera capitale multi-culturale
della Jugoslavia. Non c’erano tensioni, in quel periodo stavamo bene tutti.”
Poi uno di loro pensieroso aggiunge: “Oggi cosa è rimasto?”
Cosa resta di quei giorni lo raccontano, algide, le pagine
degli accordi di Dayton. In molti, qui, ricordano che il segretario di Stato
americano Warren Christopher aprendo ufficialmente il tavolo dei negoziati disse:
“Siamo venuti nel cuore dell’America, per cercare di portare la pace in
Europa”.
Quella pace per molti dei bosniaci non è ancora arrivata.
“Come si fa a parlare di pace in una situazione come questa? Si, certo, non c’è
più la guerra, ma secondo te è pacificato un Paese diviso in tre parti per
ragioni etniche? E’ giusto un trattato
che blocca gli equilibri definiti da una guerra? E’un paese pacificato quello
in cui ancora adesso ai bambini viene detto di odiare il proprio vicino e di
vendicare chi è stato ucciso?”.
L’elemento più
preoccupante del dopo-Dayton è proprio l’acuirsi delle tensioni tra le diverse
comunità. Elaborare il conflitto in una fase in cui quotidianamente vengono
fuori i video degli eccidi è un percorso difficile. “Mio padre è stato
ammazzato dai serbi. Aveva solo 45 anni. Dopo dieci anni è venuto fuori un
video in cui si vedevano lui ed altri bosniaci musulmani morire uno dopo
l’altro. Io come faccio a dimenticare? Sono razionale, non odio i serbi. Io
odio ciò che hanno fatto, certo, allora c’era la guerra. Ma adesso non ho molti
amici serbi.” Questa è solo una delle ragioni per cui molti dei rifugiati
bosniaci considerano difficile il ritorno in Bosnia. Ma all’integrazione
mancata si accompagnano anche motivazioni di ordine pratico. “Mi piacerebbe
tornare in Bosnia, lì c’è mia madre, ci sono i miei ricordi. Ma come si fa a
vivere senza lavoro o con cinquanta euro al mese? È per questo che i giovani
vanno via. Tutto il resto, la ripresa economica, la crescita degli ultimi anni
sono soltanto bugie”.
Cittadini a metà. Molto spesso, però, le speranze riposte
nel Paese d’accoglienza restano disattese. In Slovenia, ad esempio, un
cittadino bosniaco che ha richiesto la
doppia cittadinanza slovena può aspettare anche sei anni prima di conoscere
l’esito della sua pratica. Durante quel periodo il passaporto bosniaco
garantisce la mobilità soltanto all’interno degli ex confini jugoslavi. “E’
incredibile. Mio fratello vive in Italia, a poche centinaia di chilometri da
Ljubljana, ma io non posso raggiungerlo – racconta uno dei ragazzi bosniaci - Il passaporto bosniaco è valido soltanto
qui”. L’unica cosa che resta da fare è vivere giorno per giorno. “In questa
condizione come faccio a pensare al mio futuro? Io non posso immaginare nulla
oltre il presente”.
Il presente dei
rifugiati bosniaci in Slovenia resta sospeso tra l’integrazione e la
marginalità. E quando discutono sull’annosa vicenda della costruzione della
moschea a Ljubljana, un progetto trentennale ancora privo di
autorizzazione, molti dei bosniaci
ascoltati non hanno dubbi: “Ancora in molti hanno paura di noi. Siamo
musulmani”.