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L'esercito attacca la comunità di pace di San Josè de Apartadó e le squadre speciali
perseguitano gli indigeni.
Altro luogo, stesso
copione. Drammatica anche la
situazione per la comunità di pace di S.Josè de Apartadó, che si
ritrova ancora una volta a dover chiedere urgentemente
la solidarietà nazionale e internazionale. L'esercito ha bombardato
indiscriminatamente due delle zone comunitarie: Arenas Alta e Arenas
Bassa. Le truppe di terra hanno tirato granate contro la popolazione
civile, creando caos e terrore.
Una delle granate è stata lanciata
contro Arlen Salas David, il coordinatore della zona umanitaria di
Arenas Alta,
mentre era intento a lavorare la terra.
Arlen è gravemente ferito. Una commissione della comunità è partita
alle 14, ora colombiana, per
andare prenderlo e portarlo nell’ospedale
più vicino. Ma le sue condizioni sono disperate. “Non
sappiamo se si potrà salvare – spiega il portavoce
di San José de Apartadó – E’ gravemente ferito. Chiediamo azioni urgenti
affinché questi massacri finiscano. Temiamo che vengano uccisi anche
gli uomini della commissione di soccorso, le 42 famiglie della comunità
della zona umanitaria e le altre famiglie dei dintorni. Ci appelliamo
alla solidarietà nazionale e internazionale. Intervenite”. E intanto
i bombardamenti indiscriminati continuano.
Menzogne. “E come se nulla fosse, l'esercito
ha già iniziato a mentire anche
questa volta. E’
ormai una prassi”, denuncia la Comunità. Appena il Difensore del popolo
ha
denunciato l’aggressione, l'esercito ha ufficialmente
affermato di aver ucciso un guerrigliero armato di fucile, non un
semplice contadino ricurvo sulle zolle. “Raccontano ancora bugie. Già da molte
settimane avevamo riferito di nuove
minacce e spiegato agli osservatori
internazionali quanto sta continuando a fare, imperterrito, l'esercito
contro questa zona umanitaria. E abbiamo i testimoni: sono i
rappresentanti della
Commissione italiana
che ci ha visitato. Uno di loro ha avuto anche la possibilità di
parlare con Arlen della
situazione. Questa volta non è solo
la nostra parola contro la loro. Questa volta è diverso”.
Il retroscena. Già da molti giorni, la Comunità era tornata sul
chi va là. Le mosse dell’esercito, i movimenti dei paras della zona, le
manovre degli investigatori statali, non facevano presagire nulla di buono.
Sabato 12 novembre, in quattro erano entrati nel villaggio di San Josesito,
altra zona della Comunità di Pace, col pretesto di indagare sulla strage del
febbraio scorso, quando vennero assassinati Eduardo Guerra, leader della
Comunità, e altre sei persone, fra cui tre bambini. Senza autorizzazione alcuna
e con modi aggressivi avevano iniziato a far domande, a filmare, a cercare
testimoni. Erano scortati da altri 14 agenti, rimasti fuori dai confini
dell’area umanitaria. “Se ne andarono dicendo che sarebbero tornati mercoledì”,
raccontano ancora dalla Comunità.
L’appello. Un fulmine non certo a ciel sereno, dunque,
l’aggressione
di giovedì. Pressioni psicologiche, minacce, pedinamenti sono pane
quotidiano
per questa gente. E l'ipotesi che anche il caso Guerra, il più grave
dei massacri subiti, resterà impunito, si sta facendo certezza. Già
lunedì 14
scrivevano: “Stanno cercando di scaricare la colpa sulla guerriglia,
come
sempre. Questo tipo di giustizia genera solo ingiustizia e impunità.
Come
fidarsi di queste indagini? Agiscono abusivamente, senza
obiettività, deviando le indagini. I colpevoli restano sempre impuniti.
Così
come lo sono rimasti nei 560 casi di violazione dei diritti umani che
abbiamo
denunciato e nei 164 omicidi. Per questo ci rifiutiamo moralmente di
collaborare con questo tipo di giustizia, che ci attacca, ci
perseguita. Rimarremo
sempre in silenzio di fronte al governo e ai suoi investigatori. E’ un
atto di
dignità, il nostro. Ogni volta il governo ci tratta come guerriglieri e
puntualmente nega i dettami della Corte Interamericana che gli ha
imposto di
rispettarci. Gli investigatori statali sin dalle prime indagini sulla
strage di
febbraio, infatti, hanno creduto solo alla versione dell’esercito. Cosa
parliamo a fare, dunque? Fino a che questo stato di cose non cambierà
il suo
corso, fino a che non ripareranno concretamente al male fatto resteremo
zitti davanti a loro. Nel frattempo grideremo al mondo, testimonieremo
davanti alla storia lo sterminio che stiamo subendo. E
quando mercoledì torneranno, ci troveranno con i fazzoletti in bocca
per non
parlare. Sarà proprio quel silenzio a gridare all'umanità intera le
ingiustizie che
stanno commettendo”. Stella Spinelli