19/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'esercito attacca la Comunità di Pace San José de Apartadó. Alcuni feriti
Indigeno ammazzato dalla poliziaL'esercito attacca la comunità di pace di San Josè de Apartadó e le squadre speciali perseguitano gli indigeni.
 
Vittime ancestrali. “La situazione in Colombia è molto pesante in questi giorni – ci racconta Simone Bruno, un fotografo che vive da tempo a Bogotá - Nel Cauca continuano gli scontri tra i soldati dell'Escuadrón Móvil Anti Disturbios (Esmad) e gli indigeni Nasa, che si sono riappropriati di terre, da sempre di loro proprietà, che però il governo non vuole riconoscere. Due giorni fa negli scontri è stato ucciso un ragazzo di 16 anni e ieri, nonostante vi fossero molti feriti, l'esercito non ha lasciato entrare le ambulanze. Con questo ragazzo indigeno sono 4 le persone uccise in scontri provocati dall'Esmad dallo scorso primo maggio. Le minacce sono continue. Manuel Rozental, un caro amico che lavora con i Nasa, nel Cauca, ha dovuto lasciare la Colombia per l'ennesima volta. A riguardo anche Naomi Klein è intervenuta scrivendo un pungente articolo”.
 
Bambino della comunità agricolaAltro luogo, stesso copione. Drammatica anche la situazione per la comunità di pace di S.Josè de Apartadó, che si ritrova ancora una volta a dover chiedere urgentemente la solidarietà nazionale e internazionale. L'esercito ha bombardato indiscriminatamente due delle zone comunitarie: Arenas Alta e Arenas Bassa. Le truppe di terra hanno tirato granate contro la popolazione civile, creando caos e terrore. Una delle granate è stata lanciata contro Arlen Salas David, il coordinatore della zona umanitaria di Arenas Alta, mentre era intento a lavorare la terra. Arlen è gravemente ferito. Una commissione della comunità è partita alle 14, ora colombiana, per andare prenderlo e portarlo nell’ospedale più vicino. Ma le sue condizioni sono disperate. “Non sappiamo se si potrà salvare – spiega il portavoce di San José de Apartadó – E’ gravemente ferito. Chiediamo azioni urgenti affinché questi massacri finiscano. Temiamo che vengano uccisi anche gli uomini della commissione di soccorso, le 42 famiglie della comunità della zona umanitaria e le altre famiglie dei dintorni. Ci appelliamo alla solidarietà nazionale e internazionale. Intervenite”. E intanto i bombardamenti indiscriminati continuano.
 
MilitariMenzogne. “E come se nulla fosse, l'esercito ha già iniziato a mentire anche questa volta. E’ ormai una prassi”, denuncia la Comunità. Appena il Difensore del popolo ha denunciato l’aggressione, l'esercito ha ufficialmente affermato di aver ucciso un guerrigliero armato di fucile, non un semplice contadino ricurvo sulle zolle. “Raccontano ancora bugie. Già da molte settimane avevamo riferito di nuove minacce e spiegato agli osservatori internazionali quanto sta continuando a fare, imperterrito, l'esercito contro questa zona umanitaria. E abbiamo i testimoni: sono i rappresentanti della Commissione italiana che ci ha visitato. Uno di loro ha avuto anche la possibilità di parlare con Arlen della situazione. Questa volta non è solo la nostra parola contro la loro. Questa volta è diverso”.
 
Due bambine di una comunità contadina afrocolombianaIl retroscena. Già da molti giorni, la Comunità era tornata sul chi va là. Le mosse dell’esercito, i movimenti dei paras della zona, le manovre degli investigatori statali, non facevano presagire nulla di buono. Sabato 12 novembre, in quattro erano entrati nel villaggio di San Josesito, altra zona della Comunità di Pace, col pretesto di indagare sulla strage del febbraio scorso, quando vennero assassinati Eduardo Guerra, leader della Comunità, e altre sei persone, fra cui tre bambini. Senza autorizzazione alcuna e con modi aggressivi avevano iniziato a far domande, a filmare, a cercare testimoni. Erano scortati da altri 14 agenti, rimasti fuori dai confini dell’area umanitaria. “Se ne andarono dicendo che sarebbero tornati mercoledì”, raccontano ancora dalla Comunità.
 
Contadino di una comunità colombianaL’appello. Un fulmine non certo a ciel sereno, dunque, l’aggressione di giovedì. Pressioni psicologiche, minacce, pedinamenti sono pane quotidiano per questa gente. E l'ipotesi che anche il caso Guerra, il più grave dei massacri subiti, resterà impunito, si sta facendo certezza. Già lunedì 14 scrivevano: “Stanno cercando di scaricare la colpa sulla guerriglia, come sempre. Questo tipo di giustizia genera solo ingiustizia e impunità. Come fidarsi di queste indagini? Agiscono abusivamente, senza obiettività, deviando le indagini. I colpevoli restano sempre impuniti. Così come lo sono rimasti nei 560 casi di violazione dei diritti umani che abbiamo denunciato e nei 164 omicidi. Per questo ci rifiutiamo moralmente di collaborare con questo tipo di giustizia, che ci attacca, ci perseguita. Rimarremo sempre in silenzio di fronte al governo e ai suoi investigatori. E’ un atto di dignità, il nostro. Ogni volta il governo ci tratta come guerriglieri e puntualmente nega i dettami della Corte Interamericana che gli ha imposto di rispettarci. Gli investigatori statali sin dalle prime indagini sulla strage di febbraio, infatti, hanno creduto solo alla versione dell’esercito. Cosa parliamo a fare, dunque? Fino a che questo stato di cose non cambierà il suo corso, fino a che non ripareranno concretamente al male fatto resteremo zitti davanti a loro. Nel frattempo grideremo al mondo, testimonieremo davanti alla storia lo sterminio che stiamo subendo. E quando mercoledì torneranno, ci troveranno con i fazzoletti in bocca per non parlare. Sarà proprio quel silenzio a gridare all'umanità intera le ingiustizie che stanno commettendo”.
Mercoledì, però, nessun investigatore si è avvicinato. Lo ha fatto qualcun altro, il giorno successivo: soldati armati fino ai denti e con le tasche piene di bombe a mano.

Stella Spinelli

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