Scritto per noi da
Luca ferrari
A metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, in Palestina, su una collina della
valle di Ayalon, sorge un villaggio un po’ speciale. Si chiama Nevé Shalom–Wahat
al Salam. Ha due nomi, uno ebraico e uno arabo, ed entrambi significano nelle
due lingue ‘oasi di pace’. Il nome deriva dalla citazione biblica del libro di
Isaiah (32:18) “Il mio popolo abiterà in un’Oasi di Pace”.
L’utopia fatta realtà. Fondato nel 1973 da padre Bruno Hassar, il villaggio nacque per dimostrare che
religioni differenti possono convivere pacificamente, ognuna rispettando l’altra,
e creando così i presupposti per la nascita di un comune percorso di pace. L’iniziativa
acquisiva ancora più importanza in una zona così piena di conflitti e non poteva
passare inosservata. Suscitando anche commenti negativi o veri e propri tentativi
di sabotaggio. In passato, lo stesso stato israeliano aveva cercato di creare
vicino a Nevé Shalom–Wahat al Salam una base militare dell’esercito. Il progetto
fallì grazie al sostegno di alcune organizzazioni ambientali e allo sdegno mostrato
dai cittadini israeliani abitanti nella vera Neve Shalom. Attualmente sono cinquanta
le famiglie che vivono in questo villaggio: 25 ebree e 25 palestinesi. Soprattutto
all’inizio, dalla fondazione all’inizio degli anni Ottanta, molte famiglie se
ne andarono perché la convivenza era più dura di quello che credevano. Ultimamente
però il villaggio ha acquisito una grande stabilità, probabilmente anche perché
le famiglie hanno avuto figli, nati e cresciuti in questo clima di pace e tolleranza.
C’è stata una crescita collettiva. Grazie ai bambini, che giocano insieme, il
passo successivo è stata la socializzazione fra le madri e così via.
Una cultura di pace. In questo villaggio c’è una scuola elementare e una scuola media aperte anche
a bambini che non vivono a Nevé Shalom–Wahat al Salam. Vengono inoltre organizzate
attività che stimolano la creatività dei piccoli, la loro abilità nelle arti visive,
nella recitazione e vengo preparate piccole lezioni di mediazione culturale dove
si simulano situazioni di conflitto che i piccoli imparano a mediare. Per gli
adulti, nel 1979, è stata fondata la Scuola di Pace, nata con lo scopo di portare
gli israeliani a dialogare con i palestinesi. I primi incontri si tenevano nel
villaggio, ma successivamente è nata l’idea di diffondere il messaggio all’esterno:
così si tengono workshop nelle università di Gerusalemme e Tel Aviv, aperti a
tutti. Arrivano ragazzi anche dai Territori Occupati. Non sempre è facile. Due
giorni sono pochi per cancellare almeno anni di odio, ma è un passo avanti accettare
il confronto tra loro e che si rendano conto che almeno un’oasi di pace esiste
per davvero, e non è neanche troppo lontana da casa loro. Tutti i lavori si svolgono
in arabo ed ebraico, per sottolineare lo spirito di uguaglianza di questi incontri.
I docenti della Scuola di Pace di Nevè Shalom–Wahat al Salam vanno anche all’estero
(Kosovo e Irlanda del Nord ) per raccontare quello che è stato creato per ebrei
e palestinesi. Il loro modello d’insegnamento viene rielaborato di continuo per
trovare il giusto approccio alla singola situazione differente rispetto alla quale
fanno mediazione.
Una testimonianza. Sara Grassi, una ragazza italiana di 22 anni, tesista all’Università di Peace-Keeping
di Firenze, dal 23 agosto al 22 novembre 2004, ha svolto il suo tirocinio nell’Oasi
di Pace. “Facevo lavori di pulizia degli uffici, organizzazione delle sale quando
c’erano degli incontri particolari e traducevo
il sito del villaggio dall’inglese all’italiano. E’un lavoro che può sembrare marginale,
ma se si pensa all’economia del villaggio che non riceve nessun tipo di finanziamento
dallo stato, il mio lavoro di volontariato toglieva una grossa parte di spesa”,
racconta la giovane di Novara. Sara parla di Nevé Shalom con l’esperienza di una
veterana: “Sembra un po’ utopico. Molti israeliani e palestinesi ritengono che
sia un’utopia, un’oasi nel deserto, un miraggio. Però nella realtà non lo è perché,
nonostante ci siano difficoltà e i problemi che loro stesso ammettono, riescono
comunque ad andare avanti, a trovare sempre una soluzione, ad imparare ad avere
rispetto”.
Fuori da Nevé Shalom–Wahat al Salam la situazione è diversa e Sara racconta come
“ho notato che i palestinesi sono considerati arabi, quando hanno una identità
definita. E’come se a noi dicessero che siamo solo europei. Lo siamo, ma siamo
italiani prima di tutto. Ho avuto anche la possibilità di conoscere ragazzi al
di fuori del villaggio e ho notato che c’è una grande differenza: chi sta fuori
ha un grande odio e rancore per quello che è stato fatto alla propria famiglia,
quindi vede negli ebrei solo delle persone che uccidono, mentre nel villaggio
nessuno è categorico”. Ma qual’è l’esperienza che ti ha colpito di più? “Una cosa
molto toccante, e dalla quale ho preso anche il tema della mia tesi, è la storia
di due ragazze: Noam e Ranin. Una ha 22 anni, l’altra 19. La prima è ebrea, la
seconda palestinese. Sono cresciute insieme e si sentono sorelle. Mi raccontavano
che per loro il villaggio è tutto. È l’unico posto dove si sentono a casa. Ranin
un giorno mi disse: per me Noam è la vera pace. Questa è la dimostrazione che,
crescendo in un clima differente, si può raggiungere un simile livello di fraternità
con una persona che magari, se fosse stata in un altro contesto, non l’avrebbe
nemmeno considerata”.