19/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente Vasquez riapre il caso desaparecidos, dopo 20 anni di silenzio
ProtesteLe luci iniziano ad accendersi e a fare chiarezza sul periodo più drammatico della storia uruguaiana: la vicenda dei desaparecidos, scomparsi durante il sanguinoso periodo dal 1973 al 1984.
La dittatura vide succedersi alla guida del Paese i presidenti Juan Maria Bordaberry prima e Aparicio Méndez poi, entrambi ben appoggiati dalla struttura militare.
A premere l’interruttore della lampada della verità è stato l'attuale presidente Tabaré Vasquez, che già all’inizio del suo mandato aveva espresso l’intenzione di riaprire questo drammatico caso.
E l’ha fatto davvero, nominando già a marzo di quest’anno, nel suo governo, alcuni ex detenuti politici e ex esiliati della dittatura.
 
Voglia di verità. Tabarè Vasquez ha fatto sapere di essere in possesso di elementi che possono provare l’esistenza di corpi di desaparecidos sotterrati in una fossa comune all’interno di una delle basi delle forze armate nella capitale, Montevideo. Nel pieno rispetto delle regole ha applicato l’articolo 4 della contestata “Ley de la Caducidad”, approvata nel 1986, che permette al governo di compiere tutte le ricerche indispensabili a chiarire i fatti avvenuti durante quel periodo. Le ricerche dei corpi sono iniziate da circa tre mesi, nella caserma dei battaglioni numero 13 e 14, a Montevideo, e a coordinarle sono alcuni antropologi ai quali il presidente ha chiesto di essere informato su ogni minima novità. Ci tiene molto, Tabaré, a fare chiarezza sul quel periodo. E’ stato lui infatti, dopo vent’anni, a voler dare una sterzata definitiva al pugno di ferro che ha stritolato l’Uruguay per undici anni.
 
Il simbolo ell'associazione della madri dei desaparecidosI dati. Quanti siano precisamente i desaparecidos prodotti dalla dittatura uruguaiana non è dato sapere. Nel 1989 il Serpaj, il servizio per la pace e la giustizia ha presentato un rapporto, chiamato Nunca Mas (“mai più”), nel quale si riferiva della scomparsa di 140 persone. Ma a molti anni di distanza, nel 2003, la Commissione per la Pace ha eseguito una nuova indagine, alla quale è seguito un rapporto che indicava in 233 il numero degli scomparsi. In maggioranza oppositori politici, molti di loro vennero accusati di voler fare una rivoluzione intellettuale. Un anno dopo, nel 2004, in una relazione scritta dai familiari dei desaparecidos, si afferma che il numero tende ad aumentare sempre più in relazione al fatto che molte famiglie, che prima non avevano il coraggio di denunciare, adesso lo fanno. 
 
Il monumento in memoria ai desaparecidosIl buio. Fu un periodo buio quello che attraversò l’Uruguay a cavallo degli anni della dittatura. Nel giugno del 1973 le forze armate, con un colpo di Stato, presero il potere e mantennero alla guida della nazione Bordaberry, il quale un mese dopo fece reprimere nel sangue lo sciopero generale organizzato dalla Confederazione nazionale del lavoro. Poco dopo rese illegali i partiti politici della sinistra e le organizzazioni sindacali.
Il controllo vero e proprio del Paese però era in mano alle forze armate, che facevano il bello e il cattivo tempo. Fu proprio un consiglio dei militari che decise di deporre, nel 1976, Bordaberry e di nominare al suo posto Aparicio Méndez, che fu molto più sanguinario del suo predecessore e fece perseguitare tutti i suoi oppositori anche al di fuori dell’Uruguay.
Centinaia, migliaia di persone vennero arrestate, torturate, uccise e una buona parte scomparve nel nulla. Solo nel 1980, per mezzo di un referendum, venne bocciata l’intenzione dei militari di istituzionalizzare il regime dittatoriale. Nel 1984, dopo circa tre anni dal ritorno alla legalità dei patiti politici, tornò al potere un moderato, Julio Maria Sanguinetti, che formò un governo di unità nazionale.
A lui però va attribuita la “Ley de la Caducidad”, che nel suo primo articolo “solleva l’esercito dalla pretesa azione punitiva dello Stato rispetto ai delitti commessi fino allla data del 1 marzo 1985 da parte dei funzionari dell’esercito e della polizia”.

Alessandro Grandi

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