
Le luci iniziano ad accendersi e a fare chiarezza sul periodo più drammatico
della storia uruguaiana: la vicenda dei
desaparecidos, scomparsi durante il sanguinoso periodo dal 1973 al 1984.
La dittatura vide succedersi alla guida del Paese i presidenti Juan
Maria Bordaberry prima e Aparicio Méndez poi, entrambi ben appoggiati
dalla struttura
militare.
A premere l’interruttore della lampada della
verità è stato l'attuale presidente Tabaré Vasquez, che già all’inizio
del suo mandato aveva espresso l’intenzione
di riaprire questo drammatico caso.
E l’ha fatto davvero, nominando già a marzo
di quest’anno, nel suo governo, alcuni ex detenuti politici e ex esiliati della
dittatura.
Voglia di verità. Tabarè Vasquez ha fatto sapere di essere in possesso di elementi che possono
provare l’esistenza di corpi di desaparecidos sotterrati in una fossa comune all’interno
di una delle basi delle forze armate nella capitale, Montevideo. Nel pieno rispetto
delle regole ha applicato l’articolo 4 della contestata “Ley de la Caducidad”,
approvata nel 1986, che permette al governo di compiere tutte le ricerche indispensabili
a chiarire i fatti avvenuti durante quel periodo. Le ricerche dei corpi sono iniziate
da circa tre mesi, nella caserma dei battaglioni numero 13 e 14, a Montevideo,
e a coordinarle sono alcuni antropologi ai quali il presidente ha chiesto di essere
informato su ogni minima novità. Ci tiene molto, Tabaré, a fare chiarezza sul
quel periodo. E’ stato lui infatti, dopo vent’anni, a voler dare una sterzata
definitiva al pugno di ferro che ha stritolato l’Uruguay per undici anni.
I dati. Quanti siano precisamente i desaparecidos prodotti dalla dittatura uruguaiana
non è dato sapere. Nel 1989 il Serpaj, il servizio per la pace e la giustizia ha presentato un rapporto, chiamato Nunca Mas (“mai più”), nel quale si riferiva della scomparsa di 140 persone. Ma a molti
anni di distanza, nel 2003, la Commissione per la Pace ha eseguito una nuova indagine,
alla quale è seguito un rapporto che indicava in 233 il numero degli scomparsi.
In maggioranza oppositori politici, molti di loro vennero accusati di voler fare
una rivoluzione intellettuale. Un anno dopo, nel 2004, in una relazione scritta
dai familiari dei desaparecidos, si afferma che il numero tende ad aumentare sempre più in relazione al fatto
che molte famiglie, che prima non avevano il coraggio di denunciare, adesso lo
fanno.
Il buio. Fu un periodo buio quello che attraversò l’Uruguay a cavallo degli anni della
dittatura. Nel giugno del 1973 le forze armate, con un colpo di Stato, presero
il potere e mantennero alla guida della nazione Bordaberry, il quale un mese dopo
fece reprimere nel sangue lo sciopero generale organizzato dalla Confederazione
nazionale del lavoro. Poco dopo rese illegali i partiti politici della sinistra
e le organizzazioni sindacali.
Il controllo vero e proprio del Paese però era
in mano alle forze armate, che facevano il bello e il cattivo tempo. Fu proprio
un consiglio dei militari che decise di deporre, nel 1976, Bordaberry e di nominare
al suo posto Aparicio Méndez, che fu molto più sanguinario del suo predecessore
e fece perseguitare tutti i suoi oppositori anche al di fuori dell’Uruguay.
Centinaia,
migliaia di persone vennero arrestate, torturate, uccise e una buona parte scomparve
nel nulla. Solo nel 1980, per mezzo di un referendum, venne bocciata l’intenzione
dei militari di istituzionalizzare il regime dittatoriale. Nel 1984, dopo circa
tre anni dal ritorno alla legalità dei patiti politici, tornò al potere un moderato,
Julio Maria Sanguinetti, che formò un governo di unità nazionale.
A lui però va
attribuita la “Ley de la Caducidad”, che nel suo primo articolo “solleva l’esercito
dalla pretesa azione punitiva dello Stato rispetto ai delitti commessi fino allla
data del 1 marzo 1985 da parte dei funzionari dell’esercito e della polizia”.