17/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Due inchieste scuotono il precario governo iracheno di Jaafari
Come nel Medioevo. Detenuti in catene, a pane e acqua, nelle segrete del palazzo del potere. Torturati e privati di ogni diritto e della dignità. Accade a Baghdad, nel 2005, e le segrete sono quelle del ministero degli Interni iracheno. Una delle istituzioni principali del nuovo Iraq, quello post-Saddam, libero e democratico.

uno dei detenuti di abu ghraibGoverno sotto accusa. “Ho visto sui detenuti segni di brutali pestaggi. Un paio di loro erano paralizzati e alcuni avevano ferite orribili”, ha dichiarato Hussein Kamal, sottosegretario del Ministero. Erano 173 i prigionieri tenuti in condizioni inumane. Botte, fame e torture. La prigione era in un locale del ministero nel quartiere della capitale chiamato Jadrya, ex rifugio anti-aereo ai tempi di Saddam, e l'ha scoperto un'unità dell'esercito Usa che, nella ricostruzione dei fatti fornita dal comando militare degli Stati Uniti in Iraq, cercavano una serie di persone scomparse nel quartiere, da tempo cercate dai familiari. A complicare la situazione, come se non bastasse la violazione dei diritti umani dei detenuti, c'è il fatto che tutti i prigionieri del ministero sono sunniti e che il dicastero degli Interni è nelle mani degli sciiti vicini alle milizie del Badr, il braccio armato del partito Sciri, la principale formazione politica sciita in Iraq. Gli Stati Uniti, che dal primo giorno dell'invasione dell'Iraq nel marzo 2003 hanno sempre fatto di tutto per mostrare come siano gli iracheni a decidere e non Washington, questa volta hanno dovuto pubblicamente richiedere un'inchiesta al governo del premier Ibhraim al-Jaafari. Il rischio di una nuova Abu Ghraib era troppo forte e il fatto che questa prigione degli orrori si trovasse negli scantinati del governo iracheno creava imbarazzi enormi all'amministrazione Bush. Zalmy Khalilzad, l'ambasciatore Usa in Iraq, ha incontrato Jaafari appena la notizia è trapelata e ha 'chiesto' al premier iracheno d'indire a stretto giro di posta una conferenza stampa per annunciare un'inchiesta che punirà i colpevoli. Ma la tensione non si placa. Omar Hujail, esponente del Partito Sunnita Islamico Iracheno, ha tuonato chiedendo giustizia e specificando che, secondo lui, quella “non sarebbe l'unica prigione segreta dove avvengono torture e maltrattamenti di detenuti, in grande maggioranza sunniti”.

il fosforo su fallujaGli uni contro gli altri. L'episodio rafforza la sensazione d'instabilità di un governo che da un lato non riesce a mostrare di essere in grado di agire da solo e dall'altro non riesce a garantire la sicurezza del suo popolo, anzi rispetto alla minoranza sunnita si trasforma in carnefice. In modo diretto o indiretto. La polemica per l'utilizzo del fosforo contro i civili a Falluja ha scosso l'opinione pubblica e, in particolare, ha sconvolto gli iracheni. La domanda è: come ci si può fidare di un governo che permette a un esercito straniero di massacrare impunemente i suoi stessi cittadini? Anche in questo caso l'unica risposta che è venuta dall'esecutivo Jaafari è una commissione d'inchiesta. Questa volta affidata a Narmin Uthman, il ministro per i Diritti Umani iracheno. Le vittime sono sunnite sia nel caso della prigione segreta del ministero che nel caso del fosforo di Falluja e la situazione per Jaafari è spinosa. Da un lato la comunità sunnita, bacino privilegiato della guerriglia, si sente sempre più abbandonata a se stessa e vessata. Da un altro punto di vista però, sono tutti gli iracheni a vedere nell'esecutivo Jaafari un fantoccio degli Usa incapace di proteggere la sua popolazione. Il 15 dicembre prossimo si terranno le elezioni politiche e, per la terza volta nel 2005, tutti quelli favorevoli all'invasione dell'Iraq celebreranno l'arrivo della democrazia in Mesopotamia, ma il vento degli ideali non soffia così impetuoso da spazzare via i misfatti compiuti nelle segrete del potere.

Christian Elia

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