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sotto accusa. “Ho visto sui detenuti segni di brutali pestaggi.
Un paio di loro erano paralizzati e alcuni avevano ferite
orribili”, ha dichiarato Hussein Kamal, sottosegretario del
Ministero. Erano 173 i prigionieri tenuti in condizioni inumane.
Botte, fame e torture. La prigione era in un locale del
ministero nel quartiere della capitale chiamato Jadrya, ex rifugio anti-aereo ai
tempi di Saddam, e l'ha scoperto un'unità dell'esercito Usa
che, nella ricostruzione dei fatti fornita dal comando militare degli
Stati Uniti in Iraq, cercavano una serie di persone scomparse nel
quartiere, da tempo cercate dai familiari. A complicare la
situazione, come se non bastasse la violazione dei diritti umani dei
detenuti, c'è il fatto che tutti i prigionieri del ministero
sono sunniti e che il dicastero degli Interni è nelle mani
degli sciiti vicini alle milizie del Badr, il braccio armato del
partito Sciri, la principale formazione politica sciita in Iraq. Gli
Stati Uniti, che dal primo giorno dell'invasione dell'Iraq nel marzo
2003 hanno sempre fatto di tutto per mostrare come siano gli
iracheni a decidere e non Washington, questa volta hanno dovuto
pubblicamente richiedere un'inchiesta al governo del premier Ibhraim
al-Jaafari. Il rischio di una nuova Abu Ghraib era troppo forte e il
fatto che questa prigione degli orrori si trovasse negli scantinati
del governo iracheno creava imbarazzi enormi all'amministrazione
Bush. Zalmy Khalilzad, l'ambasciatore Usa in Iraq, ha incontrato
Jaafari appena la notizia è trapelata e ha 'chiesto' al
premier iracheno d'indire a stretto giro di posta una conferenza
stampa per annunciare un'inchiesta che punirà i colpevoli. Ma
la tensione non si placa. Omar Hujail, esponente del Partito Sunnita
Islamico Iracheno, ha tuonato chiedendo giustizia e specificando che,
secondo lui, quella “non sarebbe l'unica prigione segreta dove
avvengono torture e maltrattamenti di detenuti, in grande maggioranza
sunniti”.
Gli uni contro gli
altri. L'episodio rafforza la
sensazione d'instabilità di un governo che da un lato non
riesce a mostrare di essere in grado di agire da solo e dall'altro
non riesce a garantire la sicurezza del suo popolo, anzi rispetto
alla minoranza sunnita si trasforma in carnefice. In modo diretto o
indiretto. La polemica per l'utilizzo del fosforo contro i civili a
Falluja ha scosso l'opinione pubblica e, in particolare, ha sconvolto
gli iracheni. La domanda è: come ci si può fidare di un
governo che permette a un esercito straniero di massacrare
impunemente i suoi stessi cittadini? Anche in questo caso l'unica
risposta che è venuta dall'esecutivo Jaafari è una
commissione d'inchiesta. Questa volta affidata a Narmin Uthman, il
ministro per i Diritti Umani iracheno. Le
vittime sono sunnite sia nel caso della prigione segreta del
ministero che nel caso del fosforo di Falluja e la situazione per
Jaafari è spinosa. Da un lato la comunità sunnita,
bacino privilegiato della guerriglia, si sente sempre più
abbandonata a se stessa e vessata. Da un altro punto di vista però,
sono tutti gli iracheni a vedere nell'esecutivo Jaafari un fantoccio
degli Usa incapace di proteggere la sua popolazione. Il 15 dicembre
prossimo si terranno le elezioni politiche e, per la terza
volta nel 2005, tutti quelli favorevoli all'invasione dell'Iraq
celebreranno l'arrivo della democrazia in Mesopotamia, ma il vento
degli ideali non soffia così impetuoso da spazzare via i misfatti compiuti nelle
segrete del potere.Christian Elia