Scritto per noi da
Paolo Zona
Due persone sono morte nell'est dello Sri Lanka a seguito dello scoppio di una
bomba. Poco prima dello scoppio della bomba, nella città di Batticola, erano state
lanciate alcune granate e due poliziotti e uno scrutatore erano rimasti feriti.
A riferire la notizia è il capo della polizia regionale.
Alla vigilia delle elezioni che assegneranno la Presidenza dello Sri Lanka, la
situazione nel Paese appariva però tranquilla. L’Slmm (Sri Lanka Monitoring Mission), la missione di monitoraggio del Governo Norvegese, coinvolto da alcuni anni
nel processo di pace affermava che la campagna elettorale che oppone Mahinda Rajapakse
della Upfa (United Peoples Freedom Alliance) a Ranil Wickramasinghe dell’Unp (United
National Party) è stata la più tranquilla degli ultimi vent’anni.

Accanto ai temi comuni ad ogni campagna presidenziale – in primis il cattivo
andamento dell’economia – i punti salienti del dibattito elettorale erano la gestione
del post-Tsunami e, soprattutto, la risoluzione definitiva del conflitto con l’Ltte
(le Tigri di Liberazione del Tamil Eelam, il Nord Est del Paese a maggioranza
Tamil).
Il profilo politico dei due candidati da un lato riprende la tradizionale contrapposizione
che da sempre caratterizza lo Sri Lanka post-coloniale, e dal’altro rispecchia
– per lo meno in superficie - la divisione dello Sri Lanka nelle sue “due anime”,
una popolare, populista ed essenzialmente buddista, ed una borghese, conservatrice
e di educazione ed ideali anglosassoni.

Rajapakse, Primo Ministro in carica e candidato per l’Upfa dell’attuale Presidentessa
Chandrika Bandaranaike Kumaratunga, traccia la sua linea politica lungo il solco
della tradizione populista e singalese tipica della dinastia dei Bandaranaike,
famiglia che da quasi cinquant’anni domina la scena politica dello Sri Lanka.
Nel 1994, l’attuale Presidentessa accantonò il nazionalismo singalese e una politica
pseudo-socialista a favore dell’apertura alla riconciliazione nazionale e al libero
mercato.
La candidatura di Rajapakse per l’Upfa rappresenta in questo senso un passo indietro.
Populista convinto, sempre attento a presentarsi come uomo del popolo (ama circondarsi
di bambini e di donne in ogni foto ufficiale), Rajapakse affronta le elezioni
con una piattaforma politica ambigua soprattutto alla luce delle alleanze elettorali
che ha scelto di stringere. Se da un lato si candida per portare il Paese verso
la pace e la prosperità, dall’altra ha deciso di presentarsi alle urne alla guida
di una vasta coalizione che comprende al suo interno gli estremisti del Jvp (People’s
Liberation Front), formazione nazionalista, singalese, anti Tamil e di estrema
sinistra.
In questo contesto appare ai più chiaro come Rajapakse, per quanto sia in genere
considerato un moderato, rischi di chiudersi ogni possibilità per quello che riguarda
il riavvio delle trattative di pace con l’Ltte interrotte oramai dal 2003, e vero
snodo cruciale per la futura vita futura democratica dello Sri Lanka.

Dall’altro lato della barricata Ranil Wickramasinghe, l’altro candidato, si inserisce
nella tradizione dell’Unp, incarnando al meglio il prototipo di leader di ideali
e modelli anglosassoni, fervente sostenitore del libero mercato e della libertà
di impresa. Il candidato dell’Uvp ha a suo favore i successi ottenuti tra il 2001
e il 2003 durante il suo mandato come Primo Ministro: in quegli anni Wickramasinghe
riuscì a raggiungere il cessate il fuoco con le Tigri, sfruttando al meglio l’esasperazione
della popolazione sia Singalese che Tamil dopo 20 anni di guerra
Wickramasinghe, che gode del sostegno di gran parte dei Singalesi moderati e,
almeno indirettamente, di parte dei Tamil, appare come un conservatore moderato,
ma potrebbe scontare la mancanza di appeal verso le classi più popolari che il
rivale può invece vantare.
Per quello che riguarda invece la gestione del post-Tsunami entrambi i candidati
hanno assunto posizioni simili, facendosi entrambi paladini di una revisione della
buffer-zone, la zona cuscinetto definita lungo le coste e all’interno della quale è vietato
ricostruire edifici destinati ad uso abitativo. Ma con una mossa dal carattere
fortemente populista l’attuale Governo, presieduto da Rajapakse, ha provveduto
ad anticipare tutti riducendo l’ampiezza della
buffer-zone (passando in alcuni casi anche da 200 a soli 50 metri), e offrendo in tal modo
a migliaia di sfollati dello Tsunami di poter tornare a ricostruire le loro abitazioni
nel luogo esatto dove sorgevano prima che venissero distrutte dallo Tsunami.
L’umore che si incontra nel Paese è caratterizzato dalla mancanza di entusiasmo
per i due candidati, due volti fin troppo noti agli srilankesi: benché in genere
ben pochi siano propensi a credere che gli anni della guerra civile possano tornare,
è opinione di molti che un’eventuale elezione di Rajapakse alla Presidenza potrebbe
bloccare ancora per molti anni una risoluzione definitiva del conflitto; è facilmente
pronosticabile che la sua alleanza con gli estremisti del Jvp gli impedirebbe
qualsiasi margine di manovra all’interno di un eventuale trattativa con le Tigri,
mentre i più pessimisti arrivano ad ipotizzare che una vittoria del candidato
della Upfa potrebbe definitivamente radicalizzare la popolazione Tamil, spingendola
nuovamente verso le Tigri.
La Comunità Internazionale appare oggi quanto mai interessata al futuro dello
Sri Lanka: chiunque sarà il candidato vincitore, dovrà fare i conti con le enormi
cifre stanziate da Governi stranieri per la ricostruzione del post-Tusnami. Questo
fattore, forse più di altri, porta molti srilankesi a scacciare i pensieri più
cupi, e ad allontanare il pensiero che una nuova guerra possa scoppiare.