17/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Blogger incarcerato in Libia. Un prigioniero di coscienza trasformato in criminale comune
Arrestato a inizio gennaio, è rimasto detenuto per mesi, e interrogato dalla Sicurezza Interna in segreto, senza poter contattare famigliari e avvocati. A fine maggio è stato trasferito in un’altro ­­centro di detenzione e alla fine, il mese scorso, processato dal tribunale di Tripoli, che ha emesso la sua sentenza: altri 18 mesi di galera. La storia paradossale di Abdel Raziq al Mansuri, un cittadino libico di 52 anni, mostra quanta strada debba ancora percorrere il suo paese per conquistare un’autentica libertà di stampa.
 
La pistola fumante. Il governo libico controlla strettamente i media nazionali, e internet sta rapidamente diventando un’importante fonte di informazione indipendente per i cittadini. Al Mansuri, un ex libraio, scriveva della vita nel suo Paese appoggiandosi a un sito internet inglese, una specie di blog: www.akhbar-libia.com. Il 12 gennaio 2005 Abdel Raziq è stato arrestato dalla Sicurezza Interna a Tobruk, la sua città natale sulla costa libica, dopo aver pubblicato un articolo in cui ironizzava sul sostegno del colonnello Gheddafi ai deputati conservatori. Ufficiali della sicurezza si presentarono a casa sua e sequestrarono computer, appunti e compact disc. Poi lo trasferirono in un centro di detenzione, dove venne interrogato sugli articoli da lui scritti. Al Masuri confessò senza esitazione il suo crimine: “Ho scritto articoli critici verso il governo libico e li ho pubblicati senza nascondere il mio nome". L’indomani, gli ufficiali della sicurezza tornarono nell’abitazione del sospetto dissidente, dove trovarono una vecchia pistola appartenuta al padre, che divenne il principale capo di accusa contro di lui.
Quattro mesi dopo, durante la prima visita uffciale in Libia nel maggio 2005, Human Rights Watch incontrò al Mansuri, che allora era stato trasferito nella prigione ordinaria Abu Selim di Tripoli. Il detenuto confermò di essere stato interrogato a proposito dei suoi articoli, e ammise di non essere a conoscenza delle accuse mosse contro di lui. Il direttore della Sicurezza Interna libica dichiarò all’agenzia per i diritti umani che al Mansuri non era stato “arrestato per i suoi articoli, ma per il possesso della pistola senza licenza.”
 
Lettera aperta. Il 27 ottobre, pochi giorni dopo la condanna a un anno e mezzo di detenzione, da cui non sono stati scontati nemmeno i mesi già trascorsi in carcere, la famiglia di Abdel Raziq ha deciso di spedire una lettera aperta al governo libico, ai media e alle organizzazioni internazionali, per contestare le accuse e proseguire idealmente la sua lotta “contro la paura di parlare”. Al Mansouri nel 2004 aveva scritto una cinquantina di articoli, tutti pubblicati oltremanica, e la famiglia sostiene che la pistola non funzionante trovata in casa sia stata un pretesto per censurare una voce giornalistica indipendente. “Ad Abdel sarebbe bastato negare ogni relazione con la pistola e sostenere che le confessioni gli sono state estorte con la violenza"....." ma ciò avrebbe voluto dire rinnegare il messaggio che stava dietro ai suoi articoli: sii onesto e coraggioso, non importa a quale prezzo. Abdel voleva che il suo processo fosse un’applicazione esemplare della legge libica”. Una posizione sostenuta anche durante il processo, quando ha dichiarato di essere un prigioniero di coscienza trasformato in criminale comune.
La famiglia racconta di aver chiesto aiuto alla Fondazione Gheddafi per i Diritti Umani, senza ricevere alcuna risposta. Nella lettera aperta, si legge anche che le autorità avrebbero chiesto a diversi membri della famiglia di dichiarare l’incapacità mentale di Abdel Raziq. “Se la difesa del diritto di parola e la richiesta dei diritti umani basilari nel nostro paese è segno di follia – si legge - allora ecco una famiglia di pazzi, dal primo all’ultimo”. Il caso è stato seguito per la prima volta da Reporters Sans Frontieres, che riportandone le circostanze a fine maggio, sosteneva: “Come possono le autorità libiche giustificare una detenzione segreta per cinque mesi con questa accusa? L’imputato in questi casi deve essere rilasciato fino al processo. Sembra semplicemente il pretesto per censurare un dissidente”. Sulla stessa linea anche Joe Stork di Hrw, secondo cui “Le autorità libiche hanno arrestato al Mansour perché stava esercitando il suo diritto all’espressione. Il governo non sta violando soltanto le legislazioni internazionali sui diritti umani, ma anche la stessa legge libica”. “I siti web con base fuori dalla Libia – prosegue Stork - sono un luogo di dibattito pubblico sempre più importante. L’arresto di al Mansouri è un passo indietro per la libertà d’indormazione in rete”.

Naoki Tomasini

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