16/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Concluso il processo sulla rivolta di Andijan: una farsa secondo Human Rights Watch, Usa e Ue
I 15 imputati al processoLunedì si è concluso in Uzbekistan il primo processo contro alcuni presunti organizzatori della rivolta di Andijan dello scorso 13 maggio, terminata con il massacro di centinaia, forse migliaia di civili inermi da parte dell’esercito, che aprì il fuoco sui manifestanti.
I quindici imputati sono stati tutti condannati a pesanti pene detentive (dai 14 ai 20 anni di prigione).
Ma dalle associazioni per i diritti umani e dalla comunità internazionale sono venute dure critiche sulla regolarità del procedimento legale.
Lo stesso giorno della sentenza, l’Unione Europea ha approvato l’embargo alla vendita di armi all’Uzbekistan e ha vietato l’ingresso in Europa ai maggiori esponenti del regime di Tashkent, ritenuti responsabili diretti del massacro di Andijan.
Ma Karimov ormai ha scelto da che parte stare, stringendo un patto d'acciaio con  Putin.
 
Le vittime della strage del 13 maggioUn processo farsa. Secondo l’associazione Human Rights Watch il processo conclusosi lunedì è stata “una messa in scena” condotta in completa violazione dei diritti degli imputati.
“L’esito era scontato – ha dichiarato Holly Carter, responsabile di Hrw per l’Asia Centrale. “Gli accusati non hanno avuto modo di difendersi e la corte era tutto meno che indipendente. Il primo giorno del processo, il 20 settembre, gli imputati, visibilmente intimoriti, hanno immediatamente dichiarato la loro colpevolezza leggendo delle dichiarazioni scritte che recitavano testualmente i capi d’imputazione a loro ascritti: attività terroristica finanziata dall’estero volta al sovvertimento delle istituzioni. Alcuni di loro hanno addirittura chiesto di essere puniti con la morte! Sospettiamo che essi siano stati costretti a confessare sotto tortura e con l’uso di psicofarmaci, pratica comune nelle prigioni uzbeche”.
 
Rastrellamenti ad AndijanAvvocati accusatori. “Gli avvocati d’ufficio assegnati ai quindici imputati – continua Carter – non solo non hanno mai dichiarato l’innocenza dei loro assistiti durante il dibattimento, ma hanno chiesto scusa per essere stati costretti a difendere queste ‘persone colpevoli’. In due mesi di udienza non sono mai state ammesse prove o perizie tecniche di alcun genere, né balistiche, né mediche, per chiarire la dinamica dei fatti di Andijan. L’accusa ha chiamato a testimoniare centinaia di persone che hanno recitato la versione governativa: l’unica che ha parlato fuori dal coro, Mahbuba Zokirova, una casalinga di 33 anni che ha avuto il coraggio di raccontare dei soldati che sparavano alla cieca sui civili, è stata accusata dal giudice Bakhtyor Jamolov di essere una sostenitrice dei terroristi e allontanata dall’aula”.
Ricordiamo che nonostante molti cittadini di Andijan abbiano raccontato di centinaia, forse addirittura migliaia di civili uccisi dai soldati uzbechi, il regime uzbeco non ha mai ammesso più di 187 morti, di cui 60 civili.
 
Soldati ad AndijanL’embargo europeo. Lo stesso giorno della sentenza di Tashkent, a Bruxelles il Consiglio d’Europa ha approvato una dura misura punitiva nei confronti dell’Uzbekistan: l’embargo alla vendita di armamenti accompagnato dal divieto d’ingresso in Europa per i ministri degli Interni e della Difesa e per i vertici delle forze armate e di polizia uzbechi, ritenuti responsabili del bagno di sangue del 13 maggio.
“Queste misure – si legge nel documento approvato lunedì – sono state prese alla luce dell’uso eccessivo, improprio e indiscriminato della forza da parte degli apparati di sicurezza uzbechi ad Andijan e in seguito al rifiuto delle autorità uzbeche di consentire un’inchiesta internazionale indipendente su quei fatti”. La misura resterà in vigore finché il governo uzbeco “non dimostrerà di voler rispettare i diritti umani e le regole dello Stato di diritto, accettando questa inchiesta e ponendo fine alle persecuzioni contro chi mette in discussione la versione ufficiale dei fatti”.
 
MappaLa timida condanna Usa. Anche dal governo degli Stati Uniti sono arrivate parole critiche verso il processo di Tashkent. “Questa sentenza è basata su prove non credibili: non è stato un processo regolare”, ha commentato il portavoce del Dipartimento di Stato americano Adam Ereli.
L’amministrazione Bush però non vuole calcare troppo la mano per non rovinare del tutto i rapporti con un regime che considera ancora un alleato strategico nella lotta al terrorismo. Dopo aver condannato il massacro di Andijan - senza però insistere per un’inchiesta indipendente - gli Usa sono stati costretti da Karimov a chiudere la loro grande base militare in Uzbekistan. Per evitare di rompere del tutto le relazioni con Tashkent, Washington mantiene un atteggiamento ambiguo. Come dimostra il fatto che la settimana scorsa gli Usa hanno escluso l’Uzbekistan dalla lista degli Stati che non rispettano la libertà di religione: “Includerlo sarebbe stata una mossa troppo politica, interpretabile come una rappresaglia per la chiusura della nostra base”, ha ammesso alla stampa un dipendente del Dipartimento di Stato.
 
Karimov e Putin al CremlinoLa protezione russa. Nonostante le cautele americane, però, l’alleanza tra Washington e Tashkent sembra ormai definitivamente rotta. E il dittatore uzbeco non sembra affatto preoccupato delle reazioni dell’Occidente, e nemmeno del rischio di venire inserito nella pericolosa lista degli Stati nemici degli Usa. Non a caso proprio lunedì, mentre i giudici leggevano la condanna dei quindici imputati di Andijan, Islam Karimov si trovava a Mosca per siglare con il presidente russo Putin un patto di alleanza militare che lega i due Paesi in un patto d’acciaio: la Russia interverrà militarmente a difesa dell’Uzbekistan se questo venisse attaccato dall’esterno e interverrà anche per ristabilire l'ordine interno in caso di rivolte analoghe a quella di Andijan. In cambio l’Uzbekistan concederà a Mosca l’utilizzo delle proprie basi militari.
Putin, sempre più infastidito dall’espansione della sfera d’influenza militare e politica americana nelle ex repubbliche sovietiche, ha colto la palla al balzo: ha approfittato al volo della crisi che il massacro di Andijan ha aperto nei rapporti tra Uzbekistan e Occidente per venire in soccorso al regime di Karimov, riportandolo sotto l’ala protettrice di Mosca.
 

Enrico Piovesana

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