Concluso il processo sulla rivolta di Andijan: una farsa secondo Human Rights Watch, Usa e Ue

Lunedì si è concluso in Uzbekistan il primo processo contro
alcuni presunti organizzatori della
rivolta di Andijan dello scorso 13 maggio,
terminata con il massacro di centinaia, forse migliaia di civili inermi da
parte dell’esercito, che aprì il fuoco sui manifestanti.
I quindici imputati sono stati tutti condannati a pesanti
pene detentive (dai 14 ai 20 anni di prigione).
Ma dalle associazioni per i diritti umani e dalla comunità
internazionale sono venute dure critiche sulla regolarità del procedimento legale.
Lo stesso giorno della sentenza, l’Unione Europea ha approvato
l’embargo alla vendita di armi all’Uzbekistan e ha vietato l’ingresso in Europa
ai maggiori esponenti del regime di Tashkent, ritenuti responsabili diretti del
massacro di Andijan.
Ma Karimov ormai ha scelto da che parte stare, stringendo un patto d'acciaio
con Putin.
Un processo farsa.
Secondo l’associazione
Human Rights Watch
il processo conclusosi lunedì è stata “una messa in scena” condotta in completa
violazione dei diritti degli imputati.
“L’esito era scontato – ha dichiarato Holly Carter,
responsabile di Hrw per l’Asia Centrale. “Gli accusati non hanno avuto modo di
difendersi e la corte era tutto meno che indipendente. Il primo giorno del
processo, il 20 settembre, gli imputati, visibilmente intimoriti, hanno
immediatamente dichiarato la loro colpevolezza leggendo delle dichiarazioni
scritte che recitavano testualmente i capi d’imputazione a loro ascritti:
attività terroristica finanziata dall’estero volta al sovvertimento delle
istituzioni. Alcuni di loro hanno addirittura chiesto di essere puniti con la
morte! Sospettiamo che essi siano stati costretti a confessare sotto tortura e
con l’uso di psicofarmaci, pratica comune nelle prigioni uzbeche”.
Avvocati accusatori. “Gli
avvocati d’ufficio assegnati ai quindici imputati – continua Carter – non solo
non hanno mai dichiarato l’innocenza dei loro assistiti durante il
dibattimento, ma hanno chiesto scusa per essere stati costretti a difendere
queste ‘persone colpevoli’. In due mesi di udienza non sono mai state ammesse
prove o perizie tecniche di alcun genere, né balistiche, né mediche, per
chiarire la dinamica dei fatti di Andijan. L’accusa ha chiamato a testimoniare
centinaia di persone che hanno recitato la versione governativa: l’unica
che ha parlato fuori dal coro, Mahbuba Zokirova, una casalinga di 33
anni che ha avuto il coraggio di raccontare dei soldati che sparavano alla
cieca sui civili, è stata accusata dal giudice Bakhtyor Jamolov di essere una
sostenitrice dei terroristi e allontanata dall’aula”.
L’embargo europeo. Lo
stesso giorno della sentenza di Tashkent, a Bruxelles il Consiglio d’Europa ha
approvato una dura misura punitiva nei confronti dell’Uzbekistan:
l’embargo
alla vendita di armamenti accompagnato dal divieto d’ingresso in Europa per i
ministri degli Interni e della Difesa e per i vertici delle forze armate e di
polizia uzbechi, ritenuti responsabili del bagno di sangue del 13 maggio.
“Queste misure – si legge nel documento approvato lunedì –
sono state prese alla luce dell’uso eccessivo, improprio e indiscriminato della
forza da parte degli apparati di sicurezza uzbechi ad Andijan e in seguito al
rifiuto delle autorità uzbeche di consentire un’inchiesta internazionale
indipendente su quei fatti”. La misura resterà in vigore finché il governo
uzbeco “non dimostrerà di voler rispettare i diritti umani e le regole dello
Stato di diritto, accettando questa inchiesta e ponendo fine alle persecuzioni
contro
chi mette in discussione la versione ufficiale dei fatti”.
La timida condanna
Usa. Anche dal governo degli Stati Uniti sono arrivate parole critiche
verso il processo di Tashkent. “Questa sentenza è basata su prove non credibili:
non è stato un processo regolare”, ha commentato il portavoce del Dipartimento
di Stato americano Adam Ereli.
L’amministrazione Bush però non vuole calcare troppo la mano
per non rovinare del tutto i rapporti con un regime che considera ancora un alleato
strategico nella lotta al terrorismo. Dopo aver condannato il massacro di
Andijan - senza però insistere per un’inchiesta indipendente - gli Usa sono
stati costretti da Karimov a chiudere la loro grande base militare in
Uzbekistan. Per evitare di rompere del tutto le relazioni con Tashkent,
Washington mantiene un atteggiamento ambiguo. Come dimostra il fatto che la
settimana scorsa gli Usa hanno escluso l’Uzbekistan dalla lista degli Stati che
non rispettano la libertà di religione: “Includerlo sarebbe stata una mossa troppo
politica, interpretabile come una rappresaglia per la chiusura della nostra
base”, ha ammesso alla stampa un dipendente del Dipartimento di Stato.
La protezione russa. Nonostante
le cautele americane, però, l’alleanza tra Washington e Tashkent sembra ormai
definitivamente rotta.
E il
dittatore uzbeco non sembra affatto preoccupato delle reazioni dell’Occidente,
e nemmeno del rischio di venire inserito nella pericolosa lista degli Stati
nemici degli Usa. Non a caso proprio lunedì, mentre i giudici leggevano la
condanna dei quindici imputati di Andijan, Islam Karimov si trovava a Mosca per
siglare
con il presidente russo Putin un patto di alleanza militare che lega i due
Paesi in un patto d’acciaio: la Russia interverrà militarmente a difesa
dell’Uzbekistan se questo venisse attaccato dall’esterno e interverrà anche
per ristabilire l'ordine interno in caso di rivolte analoghe a quella di Andijan.
In cambio l’Uzbekistan concederà a Mosca l’utilizzo delle proprie basi militari.
Putin, sempre più infastidito dall’espansione della sfera
d’influenza militare e politica americana nelle ex repubbliche sovietiche, ha
colto la palla al balzo: ha approfittato al volo della crisi che il massacro di
Andijan ha aperto nei rapporti tra Uzbekistan e Occidente per venire in soccorso
al regime di Karimov, riportandolo sotto l’ala protettrice di Mosca.