“Hakuna amani” (non c’è pace).
Jean ha diciassette anni, una voce che trema ancora e il ricordo di un passato
orribile. Un passato da soldato.
Jean ha diciassette anni, di cui quattordici passati nel suo Burundi. Negli anni
vissuti nella boscaglia e in strada ha parlato solo una delle lingue nazionali,
il Kirundi. Dopo tre anni vissuti nei campi profughi della Tanzania capisce lo
Swahili.
Jean ha diciassette anni e un sogno: imparare il francese, l’inglese e studiare
all’Università di Bujumbura. Ora vive in una rifugio assieme a chi, come lui,
ha imbracciato un fucile in tenera età.
Jean ha diciassette anni e tanta voglia di dimenticare. Ma anche di ricominciare
una vita nuova.
“Sono nato nel 1987 nel villaggio di Kanyosh. Vivevo con i miei genitori e due
fratelli. Fino all’età di sei anni ho avuto una vita normale.
Poi un giorno è scoppiata la guerra. Ci siamo ritrovati per strada, come tanti
altri che avevano perso tutto. Per quattro anni abbiamo vissuto senza una casa,
senza un posto dove andare.
Quando avevo dieci anni ci hanno portato in Tanzania. Siamo stati tre anni nel
campo profughi di Kigoma. Nel 1997 siamo tornati in Burundi, pensando di trovare
di nuovo la pace e di ricominciare. Non è stato così. Nel nostro villaggio abbiamo
trovato i guerriglieri del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia
(Cndd).
Hanno ucciso mio padre, mia madre e i miei fratelli. Mi sono salvato per miracolo.
Ero rimasto solo, non avevo più nessuno, a parte qualche lontano parente. Per
settimane ho girovagato in cerca di cibo.
Un giorno alcuni ribelli mi hanno notato e obbligato a seguirli. Mi hanno subito
messo in mano un mitra. Ero diventato un soldato.
'Spara', disse uno di loro. Mi sono rifiutato. Era più forte di me. Insistettero,
anche con la forza. Non ho mai sparato un colpo.
Quando si sono resi conto che per loro ero un peso inutile mi hanno gettato in
mezzo alla strada. Mi sono ritrovato a vivere nei vicoli di Bujumbura, a dormire
per terra, a cercare il cibo tra i rifiuti. Ancora oggi non so come sono riuscito a
sopravvivere per un anno in quella condizione.
Poi nel 1998 Gloriosa Nahimana mi ha portato al centro Arche de Noè. Vivo qui da quasi sei anni e studio. Ho alcuni amici, anche loro ex soldati,
con i quali passo il tempo studiando e giocando a pallone. Voglio imparare le
lingue e andare all’Università.
Ma c’è una cosa che desidero più di ogni altra. Noi la chiamiamo amani (pace).
Non mi è rimasto più nulla, solo la speranza che un giorno arrivi. Un giorno,
pole pole, mungu akipenda (col tempo, se dio vorrà).
Pablo Trincia