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Kathmandu - Sachin Bishwakarma, cinque anni, è morto sul colpo quando
una bomba, lasciata inavvertitamente inesplosa dai maoisti, è scoppiata a Kalimati,
trecento chilometri a ovest della capitale. Sujan Sapkota, sei anni, ha perso
la vita in un’esplosione avvenuta ad Athunge, nella circoscrizione di Myagdi.
Bhawana Sanjel, otto anni di Ikudol, Lalitpur, è deceduta a causa di una deflagrazione
provocata dai guerriglieri. Dipak Gurung, dodici anni, era a scuola quando un
attentato ha colpito l’edificio.
Questo raccontano i titoli dei quotidiani di Kathmandu, capitale del Nepal. Sono
solo alcuni esempi delle conseguenze che il conflitto tra ribelli maoisti e governo
ha sui più piccoli. In nove anni di guerra, trecento minori hanno perso la vita,
ventimila sono rimasti orfani o si sono trovati a dover affrontare un futuro incerto.
Secondo organizzazioni non governative locali, inoltre, dall’inizio della “guerra
del popolo” – come la chiamano i maoisti che vogliono far cadere la monarchia
assoluta per instaurare un regime comunista - circa mille bambini sono stati rapiti.
Negli ultimi nove mesi le tensioni sono cresciute. Fonti ufficiali riportano
che trentotto bambini sono morti e altri sessantaquattro sono rimasti gravemente
feriti. Se si considerano attendibili questi dati, significa che in media, ogni
settimana, un bambino muore a causa della violenze. In particolare, in questo
periodo, gli ordigni lasciati inesplosi sono diventati la più diffusa trappola
mortale per i ragazzini.
Lo Stato e i ribelli affermano che i bambini sono “territorio di pace”, ma violano
continuamente questo principio. A poco è servito l’appello della Commissione delle
Nazioni Unite per i Diritti Umani che ha condannato l’uccisione, il sequestro
e il reclutamento dei minori in Nepal.
Circa settecento bambini sono stati gravemente feriti finora in sparatorie della
polizia e in esplosioni
provocate dai maoisti. Molti di loro sono rimasti invalidi e soffrono di gravi
traumi psicologici: spesso si rifiutano di lasciare l’ospedale per non affront are il mondo esterno. In situazioni violente sono sempre i bambini a soffrire
di più. In Nepal il loro futuro è assai precario: almeno 4mila sono i piccoli
costretti a fggire nella capitale o nella vicina India e tantissimi quelli arruolati
dai guerriglieri.
Prakash Pant, quindici anni, di Ghansikunwa, duecento chilometri a ovest di Kathmandu,
è stato obbligato a lasciare gli studi. Tre settimane fa i maoisti hanno fatto
irruzione nella scuola superiore Amarjyoti e lo hanno portato via insieme ad altri
studenti. I ragazzi ora si trovano in un campo di rieducazione comunista, qui
i maoisti li istruiscono su marxismo, leninismo e maoismo, facendoli marciare
ininterrottamente nella giungla. Ormai i sequestri di studenti sono quasi un fatto
quotidiano. Ai bambini rapiti è concesso tornare a casa solo dopo aver appreso
l’ideologia maoista. Le forze di sicurezza, però, guardano con sospetto i giovani
che ritornano dai campi di rieducazione e i ragazzi vivono in uno stato di perenne
paura.
Nell’ottobre dell’anno scorso in una scuola superiore di Mudbhar, si è consumato
uno scontro tra guerriglieri e militari governativi. Sono morti sei maoisti e
quattro studenti. Inviati della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, dopo
aver visitato la scuola, hanno condannato come responsabili dell’accaduto sia
i ribelli che il governo. I maoisti avevano occupato la scuola per tenervi un
programma culturale e non hanno interrotto l’indottrinamento dopo aver saputo
che l’esercito stava arrivando. Anzi, quando le forze di sicurezza hanno cominciato
a sparare, hanno usato gli studenti come scudi umani. Dieci scuole di Mudbhara,
compresa la scuola superiore Sharada, sono state chiuse in seguito a questi avvenimenti.
La Commissione Nazionale ha chiesto che i bambini e le scuole non divengano bersagli
del conflitto armato. Nel 2003 le due parti in lotta avevano acconsentito a dichiarare
le scuole “territorio di pace”, dopo le pressioni di varie organizzazioni, tra
cui la Federazione delle Ong. Tuttavia, durante i negoziati di pace, i maoisti
hanno rifiutato di inserire nelle norme di comportamento questo principio. E le
scuole sono state prese di mira anche da frange radicali di diversi partiti politici.
Oggi, nell’ambito di una “campagna militare speciale”, i maoisti stanno scrivendo
sulle pareti delle scuole
“Lascia libri e penne nella cartella, prendi le armi e preparati ad attaccare
il palazzo” (Kapi ra Kalam jholama rakhaun, hatiyar samai darbar takaun). Come
si può leggere in un libro pubblicato dalle Nazioni Unite - “Gli effetti dei conflitti
armati sui bambini”, che riassume una ricerca svolta in Paesi segnati da guerre-,
i bambini di strada e lavoratori vengono spesso arruolati come soldati (bal sainik).
Il divieto di utilizzare minori di diciotto anni nei co nflitti armati è sancito da norme internazionali. Ciononostante, i maoisti stanno
indottrinano i piccoli (sanskritik sena), li utilizzano come messaggeri e assistenti
e in molti casi li coinvolgono direttamente nelle battaglie.
Il numero di studenti e insegnanti sequestrati dai maoisti negli ultimi nove
mesi si aggira intorno ai quattromila. Anche se alcuni di loro sono stati liberati,
i rapimenti continuano. Kamal Shali, leader di un’organizzazione giovanile filo-maoista,
ha annunciato che nel meeting annuale del partito maoista tenutosi nella seconda
settimana di gennaio è stato deciso che, entro metà maggio, il gruppo di adolescenti
armati sarà incrementato fino a raggiungere le cinquantamila unità. Eppure i guerriglieri
classificano i ragazzini prelevati dalle scuole come “volontari”. Costringono
adolescenti di dodici-quindici anni a prendere parte a riunioni politiche, summit
annuali o a raduni in cui viene dichiarato il “governo del popolo”. Per quelli
più grandi, fino ai diciotto anni, si passa direttamente alla formazione militare.
Ai bambini-soldato vengono date in uso ogni tipo di arma: fucili 303, pistole,
altri tipi di fucili, pipe-bomb (bombe costituite da un tubo di ferro riempito
di esplosivo e oggetti metallici, ndr) e socket-bomb (bombe che esplodono per
contatto elettrico, ndr). Le “milizie del popolo” maoiste sono costituite per
il trenta per cento da minori, moltissimi dei quali rimangono uccisi nel corso
di operazioni di sicurezza delle forze governative. Il presidente del partito
maoista, Prachanda, dice: “quando i bambini vengono ai nostri centri di reclutamento,
noi chiediamo loro di tornare a casa, con tutto il rispetto per la loro dedizione
alla causa ribelle ”.
Intanto il governo è incapace di garantire la sicurezza dei più vulnerabili.
Il bilancio annuale del Paese ha toccato 1,25 miliardi di dollari, ma solo una
somma trascurabile è stata impiegata per la riabilitazione dei bambini vittime
della guerra. E’ evidente che nulla migliorerà fino a quando le autorità non si
occuperanno seriamente della condizione dei bambini.
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