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Se per i 500 detenuti di Guantanamo c’era una flebile speranza di vedere rispettati
i propri diritti, potrebbe essere bastata un’ora sola per spegnerla definitivamente.
Giovedì scorso il Senato di Washington ha approvato, dopo sessanta minuti scarsi
di dibattimento, un emendamento alla legge di bilancio militare che nega ai “nemici
combattenti” il diritto di contestare nei tribunali americani i motivi della loro
detenzione. In un colpo solo e senza uno straccio di dibattito pubblico, è stata
così cancellata la sentenza della Corte Suprema del giugno 2004, che aveva riconosciuto
il diritto dei detenuti di Guantanamo di portare i loro casi davanti a una corte
federale. E se la legge – emendamento compreso – sarà approvata questa settimana
anche dalla Camera dei rappresentanti, i circa 200 procedimenti che faticosamente
si stavano facendo strada nel sistema giudiziario statunitense diventeranno, in
un colpo solo, carta straccia.
Le reazioni. Le associazioni per i diritti umani, intanto, sono già in allerta. “Questo emendamento,
per la prima volta dalla guerra di secessione, sospenderebbe il diritto all’habeas
corpus”, ha detto Elisa Massimino di Human Rights First, che segue la vicenda
di Guantanamo. “Colpisce l’indipendenza della magistratura, e danneggerà ancora
di più la posizione degli Stati Uniti nel mondo. La legge Graham cancellerebbe
due secoli di impegno statunitense nell’applicare, attraverso i nostri tribunali,
il divieto di tortura”. Se l’effetto immediato dell’emendamento sarebbe quello
di annullare i procedimenti in corso, non è ancora chiaro se impedirebbe agli
avvocati di far visita ai detenuti. “E’ una faccenda che andrà definita meglio”,
spiega Wendy Patten di Human Rights Watch, “al momento il testo parla solo del
diritto di contestare la propria detenzione in un tribunale”. E’ probabile che
gli avvocati dei prigionieri siano l’oggetto delle più forti limitazioni, mentre
potrebbero essere concesse visite periodiche dei gruppi che vigilano sul rispetto
dei diritti umani.Alessandro Ursic