15/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Senato Usa vuole impedire ai detenuti di Guantanamo di ricorrere in tribunale
Se per i 500 detenuti di Guantanamo c’era una flebile speranza di vedere rispettati i propri diritti, potrebbe essere bastata un’ora sola per spegnerla definitivamente. Giovedì scorso il Senato di Washington ha approvato, dopo sessanta minuti scarsi di dibattimento, un emendamento alla legge di bilancio militare che nega ai “nemici combattenti” il diritto di contestare nei tribunali americani i motivi della loro detenzione. In un colpo solo e senza uno straccio di dibattito pubblico, è stata così cancellata la sentenza della Corte Suprema del giugno 2004, che aveva riconosciuto il diritto dei detenuti di Guantanamo di portare i loro casi davanti a una corte federale. E se la legge – emendamento compreso – sarà approvata questa settimana anche dalla Camera dei rappresentanti, i circa 200 procedimenti che faticosamente si stavano facendo strada nel sistema giudiziario statunitense diventeranno, in un colpo solo, carta straccia.
 
Il voto di giovedì. L’emendamento, proposto dal repubblicano Lindsey Graham, è stato approvato con 49 voti favorevoli e 42 contrari. I due grandi partiti non hanno votato in modo compatto: è stato decisivo il voto favorevole di cinque senatori democratici (e ciò ha provocato le proteste della base più radicale del partito), mentre quattro senatori repubblicani hanno votato contro. Graham ha spiegato che la sua proposta vuole sbrogliare la massa di procedimenti dei detenuti che ostacolerebbe, a parer suo, gli interrogatori. “Per 200 anni, durante un conflitto armato, nessuna nazione ha dato a un nemico combattente, a un terrorista, a un membro di al Qaida, la possibilità di rivolgersi a una corte federale degli Stati Uniti e denunciare le persone che stanno combattendo questa guerra per noi”, ha detto Graham davanti agli altri senatori: “Non è giusto che le nostre truppe siano denunciate dai nostri nemici, per ogni possibile lamentela. Oggi non abbiamo fatto altro che ritornare ai principi del diritto durante un conflitto con dei nemici combattenti, non criminali comuni”.
 
Le reazioni. Le associazioni per i diritti umani, intanto, sono già in allerta. “Questo emendamento, per la prima volta dalla guerra di secessione, sospenderebbe il diritto all’habeas corpus”, ha detto Elisa Massimino di Human Rights First, che segue la vicenda di Guantanamo. “Colpisce l’indipendenza della magistratura, e danneggerà ancora di più la posizione degli Stati Uniti nel mondo. La legge Graham cancellerebbe due secoli di impegno statunitense nell’applicare, attraverso i nostri tribunali, il divieto di tortura”. Se l’effetto immediato dell’emendamento sarebbe quello di annullare i procedimenti in corso, non è ancora chiaro se impedirebbe agli avvocati di far visita ai detenuti. “E’ una faccenda che andrà definita meglio”, spiega Wendy Patten di Human Rights Watch, “al momento il testo parla solo del diritto di contestare la propria detenzione in un tribunale”. E’ probabile che gli avvocati dei prigionieri siano l’oggetto delle più forti limitazioni, mentre potrebbero essere concesse visite periodiche dei gruppi che vigilano sul rispetto dei diritti umani.
 
I possibili scenari. L’approvazione dell’emendamento Graham ha scatenato subito le proteste di tali organizzazioni, ma non solo. John Hutson, già procuratore generale della Marina statunitense, ha raccolto le firme di sessanta ex ufficiali. All’iniziativa si è poi accodata anche l’associazione dei giudici militari americani. Alla Camera, dove i repubblicani hanno 232 rappresentanti contro i 201 democratici, è probabile che la legge venga approvata. La speranza di chi è contrario all’emendamento Graham è che al testo venga aggiunto un altro emendamento che in qualche maniera neutralizzi le disposizioni più significative del primo. Alla fine un compromesso è probabile, e se ne discuterà oggi al Senato: si punta a consentire un accesso parziale dei detenuti alle corti federali, per contestare il loro inserimento nella categoria dei “nemici combattenti”, e per ricorrere in appello contro le sentenze della magistratura militare che superassero i dieci anni di prigione.

Alessandro Ursic

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