22/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuova puntata del diario del medico in Tanzania, sulla realtà dell'orfanotrofio
Scritto per noi da
Manuela Straneo* 
 
Foto di Manuela Straneo.Qualche giorno fa, una neonata è stata portata in ospedale da un gruppo di donne. Hanno raccontato che era nata in casa poco prima, ma sua madre è sopravvissuta solo poche ore dopo il parto. Non c’è stato il tempo di portarla in ospedale. Dai racconti frammentari si fa fatica a capire che cosa sia accaduto alla donna, ma è probabile che si sia trattato di un’emorragia. Purtroppo il parto, un evento gioioso che spesso procede senza intoppi, qui in Tanzania qualche volta si può tramutare in una tragedia.
 
La famiglia di baby Rosie. La piccola sembra star bene. Per ora non ha nome, viene chiamata con quello di sua madre, baby Rosie. Non verrà abbandonata: le donne che la accompagnano, tra cui la nonna e una sorella della mamma, rimangono con lei. Ma l’hanno portata perchè non sanno come fare. Senza la mamma che la allatta, non possono nutrirla. Il latte in polvere è fuori dalla portata della maggior parte delle famiglie. E al dì là della spesa, la nonna e la zia sanno bene che molto spesso i neonati senza mamma non ce la fanno: le difficoltà nel preparare il latte artificiale, la necessità di acqua bollita e di tenere pulito ciò che si usa per dare il latte al piccolo, sono problemi insormontabili nei villaggi. Così chiedono aiuto all’ospedale, che si trova a dover svolgere una funzione sociale.
 
L'orfanatrofio a Tosamaganga. Foto di Manuela Straneo.Il posto degli orfani. L’ospedale è solo un passaggio e la piccola andrà in un istituto a Tosamaganga, a poca distanza. Il kituo cha watoto yatima (in kiswahili, il posto degli orfani) è diverso da un orfanotrofio nel senso classico del termine. La maggior parte dei bambini non è abbandonata, ma ha una famiglia. Padri, nonne, zie, fratelli, che però, per motivi diversi, non sono in grado di provvedere a loro. Così, spesso, è una sistemazione temporanea, per poi tornare in famiglia quando hanno raggiunto un’autonomia sufficiente. Sarà così anche per baby Rosie, ci dicono le donne: quando avrà tre o quattro anni, andrà a vivere dalla zia, insieme con i suoi figli. I bambini ospitati sono tanti, tantissimi. Oltre 150, dicono all’orfanotrofio. Quando vi si entra, si è accolti da un rumore assordante. Tutti gridano, qualcuno ride, quasi nessuno piange, la maggior parte dei bambini tenta di attirare l’attenzione dei visitatori e farsi prendere in braccio. Hanno imparato che i visitatori sono gentili, affettuosi e spesso portano qualche caramella o qualche matita. La struttura offre loro  un supporto materiale: i bambini vengono nutriti, vestiti, tenuti puliti, mandati all’asilo e a scuola. Ma non può supplire all’affetto della famiglia, al quotidiano regolare contatto con genitori e fratelli, in questa fase cruciale della crescita. Molti studi hanno dimostrato che i bambini che vivono in un’istituzione hanno una sindrome da carenza affettiva, sono un po’ più piccoli, lo sviluppo è un po’ in ritardo.
 
Foto di Maria Serena Lunghi.Festa di nozze. Non per tutti il kituo cha watoto yatima è una casa di passaggio. Qualche settimana fa, all’orfanotrofio, abbiamo festeggiato il matrimonio di Augustine, un ragazzo di 28 anni. Una festa durata tutto il giorno, a cui è stato invitato tutto il villaggio. Per lui l’orfanotrofio è stata l’unica casa. Quando aveva poche settimane è stato trovato a Iringa, una cittadina poco lontana da Tosamaganga, avvolto in pezzi di stoffa, sul ciglio di una strada. Non si è mai riusciti a risalire alla sua famiglia. Portato a una missione di suore, è stato poi allevato a Tosamaganga ed è andato a scuola fino a completare le scuole superiori, con l’aiuto dell’orfanotrofio. Ormai adulto, vive in città da molti anni, ma ha dimostrato il suo legame e l’affetto verso l’istituto festeggiando il proprio matrimonio, come altri fanno con la casa dei genitori.

 
Categoria: Bambini, Salute
Luogo: Tanzania