Scritto per noi da
Manuela Straneo*
Qualche giorno fa, una neonata è stata portata in ospedale da un
gruppo di donne. Hanno raccontato che era nata in casa poco prima,
ma sua madre è sopravvissuta solo poche ore dopo il parto. Non c’è
stato il tempo di portarla in ospedale. Dai racconti frammentari si fa
fatica a capire che cosa sia accaduto alla donna, ma è probabile che si
sia trattato di un’emorragia. Purtroppo il parto, un evento gioioso che
spesso procede senza intoppi, qui in Tanzania qualche volta si può tramutare in
una
tragedia.
La famiglia di baby Rosie. La piccola
sembra star bene. Per ora non ha nome, viene chiamata con quello di sua
madre, baby Rosie. Non verrà abbandonata: le donne che la
accompagnano, tra cui la nonna e una sorella della mamma,
rimangono con lei. Ma l’hanno portata perchè non sanno come fare. Senza
la mamma che la allatta, non possono nutrirla. Il latte in polvere è
fuori dalla portata della maggior parte delle famiglie. E al dì là
della spesa, la nonna e la zia sanno bene che molto spesso i neonati
senza mamma non ce la fanno: le difficoltà nel preparare il latte
artificiale, la necessità di acqua bollita e di tenere pulito
ciò che si usa per dare il latte al piccolo, sono problemi
insormontabili
nei villaggi. Così chiedono aiuto all’ospedale, che si
trova a dover svolgere una funzione sociale.
Il posto degli orfani. L’ospedale è solo un passaggio e la piccola andrà in un istituto a Tosamaganga,
a poca distanza. Il kituo cha
watoto yatima (in kiswahili, il posto degli orfani) è diverso da un
orfanotrofio nel senso classico del termine. La maggior parte dei
bambini non è abbandonata, ma ha una famiglia. Padri, nonne, zie,
fratelli, che però, per motivi diversi, non sono in grado di provvedere
a loro. Così, spesso, è una sistemazione temporanea, per poi tornare in
famiglia quando hanno raggiunto un’autonomia sufficiente. Sarà così
anche per baby Rosie, ci dicono le donne: quando avrà tre o quattro
anni, andrà a vivere dalla zia, insieme con i suoi figli. I bambini ospitati sono
tanti,
tantissimi. Oltre 150, dicono
all’orfanotrofio. Quando vi si entra, si è accolti da un rumore
assordante. Tutti gridano, qualcuno ride, quasi nessuno piange, la
maggior parte dei bambini tenta di attirare l’attenzione dei visitatori
e farsi prendere in braccio. Hanno imparato che i visitatori sono
gentili, affettuosi e spesso portano qualche caramella o qualche matita.
La struttura offre loro un supporto materiale: i bambini vengono
nutriti, vestiti, tenuti puliti, mandati all’asilo e a scuola. Ma non
può supplire all’affetto della famiglia, al quotidiano regolare
contatto con genitori e fratelli, in questa fase cruciale della
crescita. Molti studi hanno dimostrato che i bambini che vivono in
un’istituzione hanno una sindrome da carenza affettiva, sono un po’ più
piccoli, lo sviluppo è un po’ in ritardo.
Festa di nozze. Non per tutti il kituo cha watoto yatima è una casa di passaggio.
Qualche settimana fa, all’orfanotrofio, abbiamo festeggiato il matrimonio
di Augustine, un ragazzo di 28 anni. Una festa durata tutto il giorno,
a cui è stato invitato tutto il villaggio. Per lui l’orfanotrofio è
stata l’unica casa. Quando aveva poche settimane è stato trovato a
Iringa, una cittadina poco lontana da Tosamaganga, avvolto in pezzi di
stoffa, sul ciglio di una strada. Non si è mai riusciti a risalire alla
sua famiglia. Portato a una missione di suore, è stato poi allevato a
Tosamaganga ed è andato a scuola fino a completare le scuole superiori,
con l’aiuto dell’orfanotrofio. Ormai adulto, vive in città da molti
anni, ma ha dimostrato il suo legame e l’affetto verso l’istituto
festeggiando il proprio matrimonio, come altri fanno con la casa dei
genitori.