14/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il problema del diritto al ritorno, la storia di una cilena a Nablus
Scritto per noi da
Alice Colombi
 
La condizione dei profughi è uno dei nodi chiave della questione israelo-palestinese. Samah, attivista palestinese e Ofir, un coetaneo israeliano, confermano che un negoziato serio per una soluzione pacifica del conflitto sarà impossibile finché questo nodo non verrà affrontato e sciolto. Ma chi sono, dove vivono e quali prospettive hanno i milioni di rifugiati palestinesi che, in diverse ondate a partire dal 1948, sono stati spinti ad abbandonare le loro terre?
 
Confine tra Territori Occupati e Giordania
Il sogno del ritorno. Striscia di Gaza, Cisgiordania, Giordania, Libano e Siria sono i luoghi dove la concentrazione di rifugiati palestinesi è maggiore. Nella maggior parte dei casi vivono in aree circoscritte, campi profughi, dove si registrano alta densità di popolazione, povertà e condizioni di vita precarie. Le dinamiche del loro inserimento variano all’interno delle singole realtà, il fenomeno della discriminazione è ancora palpabile, e non basta il supporto dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l’agenzia dell’ONU che dal ’49 si dedica alla loro causa, a placare gli animi. Molti altri palestinesi hanno scelto mete più lontane, fino ad emigrare oltreoceano: fra questi il padre di Nadia, ventinovenne cilena di origine palestinese che, come molti altri, rivendica il diritto di tornare al suo paese di origine. Nadia ha vissuto un’esperienza unica nel suo genere, alla quale purtroppo è mancato il lieto fine: “Ho lasciato lavoro, fidanzato e famiglia in Cile 10 mesi fa con l’intenzione di ricostruirmi una vita a Nablus, nella terra dalla quale mio padre e’emigrato prima del ‘67”, racconta Nadia, “ma la legge israeliana non ci riconosce il diritto al ritorno, quindi sono entrata con un visto turistico che ho dovuto rinnovare più volte nel corso dei mesi”. Ogni volta che le scadeva il visto, Nadia si recava in Giordania per chiedere una nuova autorizzazione e poi rientrare nei Territori. Ma a settembre qualcosa è andato storto e il rinnovo le è stato negato: “Dopo 10 ore di interrogatori e umiliazioni mi hanno restituito il passaporto con un timbro di espulsione che mi impedisce di rimettere piede in Israele, e di conseguenza nei Territori Occupati, per 5 anni”. Nessuna spiegazione ufficiale sui motivi del rifiuto.
 
Vietato l’accesso. Testarda e coraggiosa, Nadia non si è data per vinta ed è rimasta in Giordania per settimane nella speranza di riuscire a trovare una soluzione con l’aiuto delle istituzioni. “L’ambasciata israeliana in Cile ad un certo punto mi ha comunicato che ero nuovamente autorizzata ad entrare, così mi sono recata al ponte Allenby, la frontiera Giordana da cui transitano i cittadini palestinesi, e lì è ricominciato lo spettacolo”. “Tutti coloro che si sono recati in Palestina via Allenby -le fa eco un collega della Rivista Al Damir con cui Nadia collabora da anni in Cile- sono stati testimoni delle umiliazioni che ogni persona in possesso di passaporto palestinese è costretta a subire: i fucili puntati da giovani poco più che diciottenni per esempio, che cercano delle scuse per negare loro l’accesso. Non a Mosca o Berlino, ma a Belén, Beit Jala, Beit Sahour”. Dopo ore di nuove perquisizioni e interrogatori un soldato le ha restituito il passaporto urlandole di non voler sentire la sua storia, di non sapere dove si trovi il Cile e di non avere più nulla da dirle. Sul passaporto c’era un nuovo timbro di espulsione: altri 5 anni e ancora una volta nessuna motivazione ufficiale. “Ora voglio solo tornare in Cile il prima possibile e ricostruirmi una vita prima di cercare un modo per tornare in Palestina. Non ne posso più e non riesco nemmeno a mettermi nei panni di un palestinese che deve affrontare queste umiliazioni ogni giorno. Io mi sono stancata dopo 10 mesi, loro devono vivere così tutta la vita”.
 
Bambini al campo profughi di Nablus
Legalità internazionale. Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi è regolamentato dalla risoluzione 194 dell’ONU del 1948, che dedica a questo tema uno dei quindici paragrafi legati ai vari aspetti del conflitto: nel paragrafo 11 si afferma che i palestinesi che vogliono tornare nelle loro terre per convivere pacificamente con i loro vicini devono essere autorizzati a farlo e hanno diritto ad una compensazione per le perdite e i danni subiti. Tale risoluzione, riconfermata praticamente ogni anno, non è stata mai rispettata.
 
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Israele - Palestina
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