15/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Le comunità indigene del Chiapas, fra esercito e paramilitari
 
La cerimonia di commemorazioneErano alcune centinaia. Tutti indigeni, tutti messicani. Si erano ritrovati in un municipio del nord del Chiapas, a Tila, più precisamente nella comunità di El Limar, all'inizio del mese, per rendere omaggio ai caduti. In una colorata, ma moderata cerimonia religiosa, hanno pianto i loro morti, ma anche tutti i desaparecidos di una guerra sommersa, di “bassa intensità”. Gridando tutta la loro rabbia, il tremendo dolore, hanno chiesto allo Stato giustizia. Fra lacrime e voglia di giustizia, gli indigeni, in maggioranza donne e bambini, hanno chiesto al governo messicano di risarcire le vittime delle violenze politiche e militari e condannare in maniera decisa l’operato del gruppo paramilitare Paz y Justicia, un gruppo armato che nel corso degli ultimi mesi, stando alle informazioni fornite dal Centro per los Derechos Humanos Frey Bartolomè de las Casas, ha intensificato i suoi attacchi, contro le comunità indigene, zapatiste e non.

La commemorazioneIndios in preghiera. Dal ‘94 al 2001 sono morti moltissimi uomini e donne Chol, una delle tante popolazioni che vivono nel Chiapas da migliaia di anni, e nei giorni scorsi dovevano essere commemorati. I loro fratelli, i loro famigliari, tutti coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con le vittime della violenza politica/militare, hanno dedicato una giornata intera: “per loro –fanno sapere- per i defunti, per i desaparecidos, e per tutti i caduti del conflitto armato”, ben sapendo che la soluzione ai problemi che affliggono questa regione del Messico, ma che rispecchia la situazione di centinaia di migliaia di indigeni latinoamericani, non è a portata di mano. “Non ci vogliamo dimenticare della nostra storia, non lo faremo mai  - dicono i rappresentanti indigeni che non hanno mai avuto la possibilità di essere ascoltati dai governi che si sono succeduti -, sono morte troppe persone a causa della violenza generalizzata messa in atto dal gruppo paramilitare Paz y Justicia.”
 
Uomini in divisa dietro il filo spinatoI casi.  La violenza fisica e psicologica utilizzata da questo gruppo fa parte di una strategia di attacco alla popolazione civile, che ha causato omicidi, sequestri, sfollamenti forzati di molte comunità che vivono nel Chiapas, ma non solo in questo stato. “Vogliamo che si sappia la verità su tutto, abbiamo il diritto alla verità, soprattutto per le vittime” fanno sapere i rappresentanti Chol. Il conflitto in Chiapas ha causato nel corso degli anni centinaia di vittime e di desaparecidos. Ma la verità sarà scoperta un giorno? Anche a questo quesito dovrebbe rispondere Sergio Rodríguez Gelfenstein, il responsabile per la Relazioni Internazionali del Governo dello Stato del Chiapas che sarà presente in Europa in questi giorni, più precisamente a Roma a una iniziativa sul Chiapas dal  titolo "Chiapas: promozione della pace e lotta alla povertà in una regione di frontiera".
 
La situazione Territorio incandescente. Il Chiapas, dopo essere salito agli onori delle cronache nel gennaio del 1994, a causa della rivolta Zapatista, ha vissuto momenti di calma apparente. La situazione della popolazione indigena, Tzeltal, Chol e Tzotzil non è certamente cambiata, come ha fatto sapere Andres Aubry, antropologo francese di nascita ma messicano d'adozione, che in passato ha vissuto diverse esperienze a fianco della popolazione indigena. “Non è cambiato niente, a parte qualche convegno organizzato sulla cultura indigena e sul rispetto dei diritti umani. In Chiapas, ma in tutto il Messico in generale, i diritti sono calpestati. Non possiamo nemmeno dire che lo Stato agevoli un processo culturale che favorisca il rispetto dei diritti di tutti. E la stessa situazione che vivono gli indigeni del Chiapas la stanno vivendo anche quelli dello stato di Guerrero e di Oxaca. Queste che sono le zone più ‘indigene’ del Messico vivono una brutta situazione.”
In Chiapas c’è una guerra definita a ‘bassa intensità’. Ci sono decine di postazioni militari e anche molti paramilitari. “E’ in atto una vera guerra  - conclude Aubry -  Ma il governo messicano non lo ammette. Non si tratta di schierarsi con l’Ezln o con altri. Qui ci si schiera dalla parte dei diritti umani: quelli degli indigeni, discendenti dalle popolazioni Maya che abitavano questa regione, non sono rispettati. Si cerca di coprire la massiccia presenza militare con lo sviluppo, la costruzione delle strade e delle infrastrutture. Ma la guerra è menzogna. E’ questa l’unica verità.”

Alessandro Grandi

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