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Erano alcune centinaia. Tutti indigeni, tutti messicani. Si erano ritrovati in
un municipio del nord del Chiapas, a Tila, più precisamente nella comunità di
El Limar, all'inizio del mese, per rendere omaggio ai caduti. In una colorata,
ma moderata cerimonia religiosa, hanno pianto i loro morti, ma anche tutti i desaparecidos di una guerra sommersa, di “bassa intensità”. Gridando tutta la loro rabbia,
il tremendo dolore, hanno chiesto allo Stato giustizia. Fra lacrime e voglia di
giustizia, gli indigeni, in maggioranza donne e bambini, hanno chiesto al governo
messicano di risarcire le vittime delle violenze politiche e militari e condannare
in maniera decisa l’operato del gruppo paramilitare Paz y Justicia, un gruppo
armato che nel corso degli ultimi mesi, stando alle informazioni fornite dal Centro per los Derechos Humanos Frey Bartolomè de las Casas, ha intensificato i suoi attacchi, contro le comunità indigene, zapatiste e
non.
Indios in preghiera. Dal ‘94 al 2001 sono morti moltissimi uomini e donne Chol, una delle tante popolazioni che vivono nel Chiapas da migliaia di anni, e nei giorni scorsi dovevano essere
commemorati. I loro fratelli, i loro famigliari, tutti coloro che in qualche modo
hanno avuto a che fare con le vittime della violenza politica/militare, hanno
dedicato una giornata intera: “per loro –fanno sapere- per i defunti, per i desaparecidos, e per tutti i caduti del conflitto armato”, ben sapendo che la soluzione ai
problemi che affliggono questa regione del Messico, ma che rispecchia la situazione
di centinaia di migliaia di indigeni latinoamericani, non è a portata di mano.
“Non ci vogliamo dimenticare della nostra storia, non lo faremo mai - dicono
i rappresentanti indigeni che non hanno mai avuto la possibilità di essere ascoltati
dai governi che si sono succeduti -, sono morte troppe persone a causa della violenza
generalizzata messa in atto dal gruppo paramilitare Paz y Justicia.”
I casi. La violenza fisica e psicologica utilizzata da questo gruppo fa parte di una
strategia di attacco alla popolazione civile, che ha causato omicidi, sequestri,
sfollamenti forzati di molte comunità che vivono nel Chiapas, ma non solo in questo
stato. “Vogliamo che si sappia la verità su tutto, abbiamo il diritto alla verità,
soprattutto per le vittime” fanno sapere i rappresentanti Chol. Il conflitto in Chiapas ha causato nel corso degli anni centinaia di vittime e
di desaparecidos. Ma la verità sarà scoperta un giorno? Anche a questo quesito dovrebbe rispondere
Sergio Rodríguez Gelfenstein, il responsabile per la Relazioni Internazionali
del Governo dello Stato del Chiapas che sarà presente in Europa in questi giorni,
più precisamente a Roma a una iniziativa sul Chiapas dal titolo "Chiapas: promozione
della pace e lotta alla povertà in una regione di frontiera".
Territorio incandescente. Il Chiapas, dopo essere salito agli onori delle cronache nel gennaio del 1994,
a causa della rivolta Zapatista, ha vissuto momenti di calma apparente. La situazione della popolazione
indigena, Tzeltal, Chol e Tzotzil non è certamente cambiata, come ha fatto sapere Andres Aubry, antropologo francese
di nascita ma messicano d'adozione, che in passato ha vissuto diverse esperienze
a fianco della popolazione indigena. “Non è cambiato niente, a parte qualche convegno
organizzato sulla cultura indigena e sul rispetto dei diritti umani. In Chiapas,
ma in tutto il Messico in generale, i diritti sono calpestati. Non possiamo nemmeno
dire che lo Stato agevoli un processo culturale che favorisca il rispetto dei
diritti di tutti. E la stessa situazione che vivono gli indigeni del Chiapas la
stanno vivendo anche quelli dello stato di Guerrero e di Oxaca. Queste che sono le zone più ‘indigene’ del Messico vivono una brutta situazione.”
Alessandro Grandi