16/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In Burundi i tentativi di pacificazione tra governo e ribelli proseguono con il rilascio di alcuni giovani combattenti

Munyange. Per alcuni è un villaggio come tanti: qualche capanna nella boscaglia a trenta chilometri dalla capitale Bujumbura, non lontano dalle rive settentrionali del lago Tanganiyka. Per altri è simbolo di libertà e di speranza.

Lo sanno bene i ventidue bambini soldato recentemente rilasciati dalle milizie ribelli del Cndd-Fdd (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia) e dell’FNnl(Fronte nazionale di liberazione), che si erano presi la loro infanzia in cambio di un fucile.

All’inizio della settimana, infatti, dietro richiesta di diverse organizzazioni per la difesa dei diritti dei bambini, è cominciato nei distretti burundesi un programma di smobilitazione per liberare i piccoli combattenti e restituire loro una vita normale in un Paese ancora in ginocchio per dieci anni di conflitto.

“Cercheremo di fornire supporto a tutte le organizzazioni che operano nella zona”, ha commentato la rappresentante dell’Unicef, Catherine Mbengué. “Questi bambini verranno reintegrati nella società. Per loro si prospetta un futuro migliore e la possibilità di ricostruire una pace concreta nel Paese”.

“Se il governo del Burundi e le varie associazioni che si occupano della nostra liberazione non mi aiutano, non avrò altra scelta: tornerò a combattere tra le file dei miliziani”, ha replicato secco uno dei bambini, che ha chiesto al reporter della Irin (l’agenzia di stampa delle Nazioni Unite) di rimanere anonimo. Potrebbe non essere l’unico.

Ai primi ventidue liberati dovrebbe seguire il rilascio di circa settemila piccoli soldati, per i quali è stato previsto un programma di assistenza sociale e finanziaria che stanzierà 20mila franchi burundesi mensili (circa venti dollari americani) da versare alle loro famiglie. Sempre che ne abbiano ancora una.

“Molti di loro non hanno nessun posto dove andare. La guerra ha spazzato via il loro passato e ora non hanno nulla”, racconta Gloriosa Nahimana, direttrice del piccolo centro Arche de Noè di Bujumbura, dove in sette anni ha già accolto e riabilitato quasi quattromila giovani militari.
“Hanno un letto, cibo, assistenza sociale e vanno a scuola – continua la donna – e quando il processo di pace nel nostro Paese sarà completato, chi ha dei familiari sopravvissuti tornerà da loro. Altrimenti resterà qui fino a quando non sarà in grado di farcela da solo”.

Finanziato da alcune associazioni umanitarie italiane, francesi, svizzere e statunitensi, compresi alcuni privati, l’Arche de Noè è una concreta speranza per tanti piccoli burundesi la cui vita è stata finora quasi interamente vissuta nella guerra.

“Il progetto funziona, ma i soldi sono davvero pochi”, sospira Gloriosa. “L’unica speranza è che un giorno anche noi, qui in Burundi, potremo svegliarci senza temere di essere uccisi. Questo può avvenire. La gente ha cominciato ad essere stanca di vedere violenze. Il futuro per noi è anche legato agli aiuti che la comunità internazionale vorrà darci. Dimenticandoci e lasciandoci al nostro destino non avremo mai la forza per costruire un nuovo e pacifico Burundi”. 

Pablo Trincia 

Categoria: Bambini
Luogo: Burundi