12/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Stati Uniti autorizzano la perforazione del Rifugio artico nazionale per ricavarne petrolio.Il rischio di scempio ambientale.
Scritto per noi da
Lorenza Antonucci 
 
La portata della posta in gioco interessa l’intero pianeta: il 4 novembre il Senato americano ha dato il primo via libera alla  perforazione delle zone del Rifugio Artico Nazionale (Anwr), un’area protetta dell’Alaska, definita da qualcuno il “Serengeti americano”. Solo qualche mese fa il Senato si era opposto all’apertura del Rifugio, ma la possibilità di trivellare la riserva è rimasta tra le priorità dell’amministrazione Bush che, per ottenere la maggioranza necessaria, ha utilizzato un fruttuoso escamotage: vendere i diritti  di apertura della riserva alle compagnie petrolifere ed inserire questi ricavi nella proposta di spesa federale di quest’anno. Si stima che il governo riceverà 2.4 miliardi di dollari per le concessioni petrolifere, una cifra non irrisoria se si tiene conto della situazione attuale dei bilanci pubblici statunitensi, ma non sufficiente a giustificare la possibilità di un futuro disastro ambientale davanti ad un’opinione pubblica ancora sotto shock per le conseguenze dell’uragano Katrina. Perché, allora, si sta attentando all’ecosistema di una delle più importanti riserve naturali del mondo?
 
 La sete di oro nero. La risposta è ovvia: sete di oro nero. Il fabbisogno di petrolio degli Stati Uniti copre il 25% della produzione petrolifera mondiale, ma gli Usa devono importare il 55% di ciò che consumano e si stima che  aumenteranno la loro domanda del 40% entro il 2025. In realtà la politica di Bush  risponde perfettamente alle priorità statunitensi e ha ben presente la rilevanza che gli statunitensi attribuiscono al petrolio. L’uragano Katrina e le conseguenze disastrose di un’economia per nulla sostenibile dal punto di vista  ambientale, avranno fatto sussultare l’americano-medio davanti al teleschermo ma non hanno intaccato minimamente l’american lifestyle: un sondaggio compiuto dopo Katrina dal Pew Research Center (il più autorevole istituto americano di indagini socio-economiche) indica che per il 57% degli americani trovare nuovo petrolio è più importante che proteggere la natura. A marzo erano il 49%. Alla domanda specifica «volete che vengano iniziate le perforazioni nell'Anwr?», la Riserva naturale Artica, il 50% esatto degli intervistati ha risposto sì (42% sei mesi fa). In sostanza, come sostiene l’economista americano Kevin Forbes «i cittadini di questo Paese considerano la benzina un'irrinunciabile espressione di libertà: un pieno a buon mercato è, secondo loro, un diritto costituzionale». Come ha scritto l'Economist lo scorso 10 settembre, «la domanda di petrolio nel breve periodo è poco elastica perché la gente deve sempre recarsi al lavoro, a prescindere dal suo prezzo». Secondo l'analista citato nell'articolo «se il costo del petrolio raddoppiasse, il consumo degli americani si ridurrebbe solo del 5 per cento».

  L’inadeguatezza della risposta statunitense. Ma in che misura riusciranno a diventare indipendenti gli Stati Uniti grazie alla perforazione dell’area protetta? Come si può dedurre dalle stesse stime statunitensi, quasi per niente: le riserve di petrolio nel Rifugio non possono contribuire significativamente a questo scopo, né ad abbassare l'attuale prezzo per barile. Infatti prima che queste riserve  vengano immesse sul mercato servono almeno 10 anni, e anche allora i 3.2 milioni di barili che si stima verranno estratti nel rifugio sarebbero appena sufficienti per soddisfare il 2% dei consumi degli Usa. Oltretutto la stima potrebbe essere eccessivamente ottimista: Lee Raymond, presidente della Exxon-Mobil - la compagnia che ha fatto maggiori pressioni per aprire il Rifugio - ammetteva lo scorso dicembre: “Non so se c’è qualcosa nell’Anwr o meno”.  In ogni caso, è certo che l’apertura della riserva non rappresenta la soluzione al problema: ridurre l'eccessiva dipendenza dal petrolio e quindi passare a fonti energetiche alternative sarebbe stata l’unica risposta realistica alla crisi del mercato petrolifero mondiale. Il costo del magro bottino annunciato si prevede abbastanza alto: ancora una volta gli Usa preferiscono la svendita di zone appartenenti al patrimonio naturalistico mondiale a una sensibile moderazione dei consumi da parte degli statunitensi.