10/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sopravvissuti ruandesi ed ebrei s'incontrano a Gerusalemme
Scritto per noi da
Yael Artom
 
Per la prima volta nella sua storia, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme ospita una delegazione di Tutsi, sopravvissuti al genocidio in Ruanda, per un seminario di otto giorni sulla memoria e sul ritorno alla vita. 
 
congresso al museo della memoriaCondivisione del dolore. L’incontro è stato molto emozionante, sia per i sopravvissuti alle stragi in Ruanda che per i sopravvissuti alla Shoah.  Le modalità dei due genocidi sono molto diverse fra loro: piu’ pianificato e nascosto agli occhi del mondo la Shoah, più esposto nella sua brutalità e irrazionale quello in Rwanda. Eppure i due gruppi hanno trovato molto in comune. La delegazione Tutsi, molto piu’ giovane come età media del gruppo di sopravvissuti alla Shoah, ha cercato di trovare risposte ai propri dilemmi nell’esperienza dei piu’ anziani.  Molte delle domande e dei dubbi dei giovani Tutsi riguardano la società e un reintragramento in essa. Come per quelli che sono riusciti a scampare all’Olocausto, i Tutsi sopravvissuti alle stragi raccontano la loro esperienza di isolamento, incredulità e critiche. La società ruandese ha assistito ai massacri in molti casi senza reagire e a volte li ha apertamente sostenuti. Una donna ruandese racconta di granate buttate in mezzo a una folla di Tutsi raccolta in uno stadio e di come quelli che assistevano da lontano urlassero felici ad ogni boato.  Altre volte è l’indifferenza dimostrata dalla massa silenziosa che ferisce i sopravvissuti.  Poche persone sono pronte ad ascoltare testimonianze degli orrori, e molti hanno persino delle critiche da muovere ai sopravvissuti, che devono ripetutamente spiegare che non potevano fare nulla per evitare quello che è successo.
 
un fotogramma di hotel ruandaCammino d’indifferenza. La stessa cosa è successa ai sopravvissuti della Shoah, persino in Israele. L’indifferenza, che a volte diventa persino insofferenza verso i sopravvissuti, sembra una vera e propria legge sociale.  Prima che le terribili storie di queste persone vengano credute e rispettate, vengono sottoposte ad anni di incredulità, indifferenza e critiche.  Il motivo è, per certi versi, molto chiaro: i sopravvissuti rappresentano il ricordo delle colpe della società.  Mentre la colpa di coloro che hanno perpetrato i genocidi è evidente e processabile, le colpe della folla silenziosa, di tutti coloro che non hanno fatto niente, sono meno chiare. Eppure una società intera ha assistito in silenzio a quello che accadeva. I sopravvissuti sono lì a testimoniare questa colpa. Le critiche di molti riguardo alla loro passività sono una triste trasposizione del senso di colpa di quelli che avrebbero potuto fare qualcosa e che non hanno mosso un dito.  Quindi, per paradosso, il senso di colpa finisce per essere solo quello dei sopravvissuti. Durante il seminario si è parlato di questo ed è emerso come molti dei Tutsi provino un forte senso di colpa per essere vivi mentre altri sono morti. E l’atteggiamento di una societa’ che vuole andare avanti e dimenticare il passato certamente non li aiuta. Come accade per coloro che sono scampati all’Olocausto. I sopravvissuti, della Shoah come del genocidio in Ruanda, rappresentano uno scomodo ricordo che la società vuole rimuovere.
 
il museo dell'olocausto a gerusalemmeUn futuro difficile. Uno degli aspetti di maggiore difficoltà è rappresentato dal futuro del Ruanda.  Molti dei sopravvissuti Tutsi si chiedono come potranno vivere in tranquillità nel loro Paese.  Molti dei carnefici non mostrano alcun pentimento riguardo ai massacri commessi e alcuni di loro esortano ancora a nuove stragi. In particolare, dal confronto del seminario, emerge il problema dell’educazione scolastica: come insegnare, spiegare il genocidio a classi in cui ci sono bambini sia Utu che Tutsi? In altre parole: come puo’ la società venire a patti con quello che è successo senza dimenticare ma senza in questo modo compromettere il suo futuro? Il compromesso fra il ricordo e il bisogno di costruire il futuro è inevitabilmente doloroso per le vittime.  Molti dei Tutsi hanno capito durante il seminario che il dolore non scomparirà e  che sopravvissuti si rimane per tutta la vita. 
Per quanto l’incontro possa essere stato doloroso, sembra aver donato ai sopravvissuti Tutsi una nuova speranza. Attraverso le esperienze dei più anziani sopravvissuti alla Shoah, sono riusciti a comprendere meglio alcune delle loro sensazioni e a sentirsi meno soli.  Il loro compito adesso sarà quello di tornare e di costringere quelli che non li vogliono ascoltare a capire che la loro storia non e’ soltanto loro, delle vittime, ma che è la storia di tutti.  E forse, quando si parla di ‘tutti’, si parla  anche del resto del mondo, la cosiddetta comunità internazionale che, come molti dei Ruandesi sanno, ha assistito in silenzio al genocidio nel loro Paese. E anche questa sembra essere una triste legge della storia.
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