Scritto per noi da
Yael Artom
Per la prima volta nella
sua storia, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme ospita una delegazione di Tutsi,
sopravvissuti al genocidio in Ruanda, per un seminario di otto giorni sulla
memoria e sul ritorno alla vita.
Condivisione del dolore. L’incontro è stato molto emozionante, sia per i
sopravvissuti alle stragi in Ruanda che per i sopravvissuti alla Shoah. Le modalità dei due genocidi sono molto
diverse fra loro: piu’ pianificato e nascosto agli occhi del mondo la Shoah, più
esposto nella sua brutalità e irrazionale quello in Rwanda. Eppure i due gruppi
hanno trovato molto in comune. La delegazione Tutsi, molto piu’ giovane come
età media del gruppo di sopravvissuti alla Shoah, ha cercato di trovare
risposte ai propri dilemmi nell’esperienza dei piu’ anziani. Molte delle domande e dei dubbi dei giovani
Tutsi riguardano la società e un reintragramento in essa. Come per quelli che
sono riusciti a scampare all’Olocausto, i Tutsi sopravvissuti alle stragi raccontano
la loro esperienza di isolamento, incredulità e critiche. La società ruandese
ha assistito ai massacri in molti casi senza reagire e a volte li ha
apertamente sostenuti. Una donna ruandese racconta di granate buttate in mezzo
a una folla di Tutsi raccolta in uno stadio e di come quelli che assistevano da
lontano urlassero felici ad ogni boato. Altre
volte è l’indifferenza dimostrata dalla massa silenziosa che ferisce i
sopravvissuti. Poche persone sono pronte
ad ascoltare testimonianze degli orrori, e molti hanno persino delle critiche
da muovere ai sopravvissuti, che devono ripetutamente spiegare che non potevano
fare nulla per evitare quello che è successo.
Cammino d’indifferenza. La stessa cosa è successa ai sopravvissuti della
Shoah, persino in Israele. L’indifferenza, che a volte diventa persino
insofferenza verso i sopravvissuti, sembra una vera e propria legge sociale. Prima che le terribili storie di queste
persone vengano credute e rispettate, vengono sottoposte ad anni di incredulità,
indifferenza e critiche. Il motivo è,
per certi versi, molto chiaro: i sopravvissuti rappresentano il ricordo delle
colpe della società. Mentre la colpa di
coloro che hanno perpetrato i genocidi è evidente e processabile, le colpe
della folla silenziosa, di tutti coloro che non hanno fatto niente, sono meno
chiare. Eppure una società intera ha assistito in silenzio a quello che
accadeva. I sopravvissuti sono lì a testimoniare questa colpa. Le critiche di
molti riguardo alla loro passività sono una triste trasposizione del senso di
colpa di quelli che avrebbero potuto fare qualcosa e che non hanno mosso un
dito. Quindi, per paradosso, il senso di
colpa finisce per essere solo quello dei sopravvissuti. Durante il seminario si
è parlato di questo ed è emerso come molti dei Tutsi provino un forte senso di
colpa per essere vivi mentre altri sono morti. E l’atteggiamento di una
societa’ che vuole andare avanti e dimenticare il passato certamente non li
aiuta. Come accade per coloro che sono scampati all’Olocausto. I sopravvissuti,
della Shoah come del genocidio in Ruanda, rappresentano uno scomodo ricordo che
la società vuole rimuovere.
Un futuro difficile. Uno degli aspetti di maggiore difficoltà è rappresentato
dal futuro del Ruanda. Molti dei
sopravvissuti Tutsi si chiedono come potranno vivere in tranquillità nel loro
Paese. Molti dei carnefici non mostrano
alcun pentimento riguardo ai massacri commessi e alcuni di loro esortano ancora
a nuove stragi. In particolare, dal confronto del seminario, emerge il problema
dell’educazione scolastica: come insegnare, spiegare il genocidio a classi in
cui ci sono bambini sia Utu che Tutsi? In altre parole: come puo’ la società
venire a patti con quello che è successo senza dimenticare ma senza in questo
modo compromettere il suo futuro? Il compromesso fra il ricordo e il bisogno di
costruire il futuro è inevitabilmente doloroso per le vittime. Molti dei Tutsi hanno capito durante il seminario
che il dolore non scomparirà e che
sopravvissuti si rimane per tutta la vita.
Per quanto l’incontro possa essere stato doloroso, sembra aver donato ai
sopravvissuti Tutsi una nuova speranza. Attraverso le esperienze dei più anziani
sopravvissuti alla Shoah, sono riusciti a comprendere meglio alcune delle loro
sensazioni e a sentirsi meno soli. Il
loro compito adesso sarà quello di tornare e di costringere quelli che non li
vogliono ascoltare a capire che la loro storia non e’ soltanto loro, delle
vittime, ma che è la storia di tutti. E
forse, quando si parla di ‘tutti’, si parla
anche del resto del mondo, la cosiddetta comunità internazionale che,
come molti dei Ruandesi sanno, ha assistito in silenzio al genocidio nel loro
Paese. E anche questa sembra essere una triste legge della storia.