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E’ più di un anno ormai che le forze armate statunitensi hanno difficoltà nel
reclutare il numero di nuovi soldati prefissato: la possibilità di essere mandati
in Iraq si è rivelata un potente deterrente alla carriera militare. Ma il bisogno
di ricambi non cala, anzi: l’esercito ha intenzione di rinforzarsi nei prossimi
anni, aggiungendo 30 mila effettivi ai quasi 500 mila di cui dispone finora. E
per lo scorso mese di ottobre, intanto, ha cominciato reclutando ragazzi che in
precedenza sarebbero stati respinti per aver raggiunto un punteggio troppo basso
ai test attitudinali.
Le reazioni. La pensa così Thomas White, un ex responsabile dell’esercito statunitense licenziato
due anni fa dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld, che considera l’abbassamento
degli standard un errore. “E’ un disastro, significa gettare la spugna nel reclutare
uomini di qualità”, dice: “Gli anni Settanta ci hanno chiaramente insegnato cosa
significa reclutare un cospicuo numero di persone che rientrano nelle più basse
categorie mentali”. Lo stesso problema si ebbe infatti nella fase finale della
guerra del Vietnam: si abbassarono le barriere d’entrata nei test, e aumentarono
i problemi disciplinari tra i ranghi. I vertici dell’esercito minimizzano, e ribattono
sostenendo che la soglia del 4 per cento sarà rispettata: in effetti, essendo
ottobre il primo mese dell’anno fiscale, i conti finali andranno comunque fatti
dopo il 30 settembre 2006. “Siamo perfettamente in linea con i nostri obiettivi”,
ha spiegato il colonnello Brian Hilferty, un portavoce dell’esercito, “ha poco
senso commentare dati che giungono così presto”.Alessandro Ursic