Scritto per noi da
Maurizio Campisi
C’era una volta la Costa Rica delle riforme sociali e difensore dei diritti umani:
oggi non c’è più. Così si può riassumere il cammino intrapreso
negli ultimi anni –in special modo quelli della presidenza di Abel Pacheco- dal
paese centroamericano. L’ultimo passo compiuto dal Congresso è stato quello di
votare la settimana scorsa una legge (38 voti a favore e solo 5 contro) che castiga
con pena di sei anni di carcere non solo gli immigrati clandestini, ma anche coloro
che li ospitano o che danno loro lavoro. Con questa legge la Costa Rica cerca
di porre
freno all’immigrazione, soprattutto a quella nicaraguense e colombiana, che la
maggior parte dell’opinione pubblica reputa fonte di tutti i mali che affliggono
oggi la società costaricense.
Migrazioni. Eppure, la Costa Rica ha tratto la propria fortuna esattamente dalle migrazioni.
Periodicamente il paese ha ospitato negli anni passati esuli, immigrati e fuoriusciti
dei paesi latinoamericani colpiti dalle dittature. Non solo nicaraguensi,
quindi, ma anche cileni, argentini, peruviani, venezuelani, guatemaltechi che
hanno arricchito
e stimolato una società per tradizione pigra e chiusa in se stessa.
Oggi, però, le cose sono cambiate. La Costa Rica, di fatto, vuole chiudere le
sue frontiere a una immigrazione che è diventata continua e incontrollabile. Gli
stranieri che si trovano in questo momento in forma illegale nel paese hanno tempo
otto mesi per regolarizzare la propria posizione. Non è un segreto, però, che
la politica migratoria sia quella di negare la concessione del permesso di residenza.
Chi ha provato negli ultimi anni ad ottenerla si è visto respingere, con una scusa
o un’altra, il permesso. Le uniche concessioni vengono accordate per motivi famigliari.
Lavoro sporco. I costaricensi, però, non vogliono saperne di fare i lavori “sporchi”. Le raccolte
del caffè, della canna da zucchero, dell’ananas o il settore della costruzione
possono mantenersi solo grazie al lavoro di quegli stranieri che il governo della
Costa Rica vorrebbe ora solo ospitare con permessi temporanei per poi rispedire
a casa propria.
In un sondaggio apparso sul quotidiano “La Nación”, il 76 percento dei lettori
si è detto
soddisfatto delle misure adottate, sebbene alcune risultino al margine delle leggi
internazionali sui diritti umani.
Le voci contro sono poche. Óscar Árias, indicato come il possibile vincitore
delle prossime elezioni di febbraio, ha parlato apertamente di uno “Stato Gestapo”,
mentre i deputati Epsy Campbell e Rodrigo Alberto Carazo, che hanno osteggiato
la legge, sono stati praticamente gli unici a segnalare l’importanza della manodopera
straniera per l’economia locale.
Il ricorso all'Aja. La legge non ha fatto che aumentare la tensione esistente con il vicino Nicaragua.
Risulta infatti almeno strano che, latente per quattro anni, il decreto sia stato
improvvisamente rispolverato ed approvato a pochi giorni dalla crisi scaturita
per il fiume San Juan. Poco più di un mese fa la Costa Rica ha inviato al Tribunale
internazionale dell’Aja la richiesta di un arbitraggio su questo fiume che la
divide dal Nicaragua. In risposta, Managua sta chiedendo un visto di entrata di
25 dollari a tutti i costaricensi che devono passare attraverso il suo territorio
nazionale.
Sebbene dalla Costa Rica facciano sapere che la nuova legge di migrazione non
ha nulla a che vedere con la questione del fiume e che riguarda tutti gli stranieri,
in Nicaragua non si può fare a meno di pensare che la situazione danneggia il
mezzo milione di nicaraguensi che vivono nel paese vicino. Per questa gente il
ricorso all’immigrazione è quasi obbligatorio, di fronte all’incapacità cronica
dei governi liberali, che si susseguono a Managua, di offrire capaci politiche
occupazionali. Sul fronte della crisi per i diritti sul fiume San Juan queste
migliaia di persone appaiono ora come merce di scambio tra due governi che non
riescono a mettersi d’accordo.