Ultime battute della trattativa per riaprire il valico per l’Egitto.
Semaforo verde. Domani
Egitto, Israele, Autorità Palestinese e Unione Europea si incontreranno per
definire gli ultimi dettagli sull’accordo di riapertura del valico di Rafah,
tra Striscia di Gaza ed Egitto.
La difficile trattativa si è sbloccata domenica, con la
proposta di una presenza di delegati dell’Unione Europea a sostegno
degli
ufficiali di frontiera palestinesi. Israele aveva inizialmente
richiesto di
supervisionare, in tempo reale per mezzo di telecamere, le attività
doganali al
valico di Rafah, una proposta che il ministro palestinese Ghassan
Khatib aveva
bollato come ingerenza indebita. Fino ad ora l’accordo è rimasto vago
sulle
funzioni dei delegati UE: Sharon insiste perché il loro ruolo non sia
simbolico,
bensì effettivo: dovrebbero effettuare ispezioni e poi riferire a
Israele. L’Autorità Palestinese invece si oppone a qualunque veto sulle
persone e le
merci in transito. Alla vigilia dell’incontro il portavoce UE, Javier
Solana,
ha ammesso di non sapere “quale sarà la funzione della missione, se
solo di
osservazione o anche esecutiva”. L’ultimo sviluppo della trattativa è
stata la
concessione da parte di Israele della fornitura di munizioni made in
Usa alla polizia
palestinese: una proposta che rinforza anche le possibilità dell’Anp di
conquistare la sovranità sul territorio conteso dai gruppi islamici
armati. Il
presidente palestinese Abu Mazen si è detto ottimista sull’incontro:
“definiremo gli ultimi dettagli e apriremo la dogana di Rafah”. Nel
frattempo,
il rappresentante della delegazione europea, Marc Otte, ha consegnato
alle parti
un documento in cui si elencano i limiti legali per l’azione degli
osservatori
UE.
Rafah.
Rafah è
stata divisa nell’82 a Camp David, sede degli accordi di pace tra
Egitto e
Israele: una parte nel Sinai, l’altra con Gaza. In quest’ultima, prima
del
disimpegno israeliano, 130 mila abitanti vivevano stipati nella città e
in
diversi campi profughi, stretti in mezzo a otto colonie. Un
soffocamento
economico e sociale aggravato dalla premura, vitale per i soldati
israeliani,
di
impedire il passaggio clandestino di armi dall’Egitto attraverso i noti
tunnel, scavati sotto le abitazioni: nel 2005 ne sono stati scoperti
ben quindici. La
caccia al cunicolo è stata però anche un pretesto per spianare molte
aree
densamente abitate, rendendo la città famosa per le immagini dei suoi
sfollati,
che piangono tra le macerie o indicano una spianata senza riconoscere
dove si
trovava casa loro.

Trascinare i piedi.
Se il valico di Rafah venisse aperto, potrebbe essere la fine delle enormi
difficoltà incontrate, ad esempio, dalle oltre seicento persone che dall’inizio
del 2005 hanno avuto necessità di recarsi in Egitto per ricevere cure mediche.
Sarebbe
una boccata d’ossigeno anche per l’economia di Rafah, soffocata
dall’isolamento. Nell’aprile 2004, quando si iniziava a parlare di disimpegno
israeliano dalla Striscia di Gaza, Nigel Roberts, il responsabile locale della
World Bank, sosteneva che “Le chiusure [..] sono la causa della depressione
economica dell’intera regione”. “Il piano di disimpegno –osservava il tecnico
della Banca Mondiale- descrive una prosecuzione dello status quo nell’accesso
e
dunque nell’economia della Striscia”. L’inviato del Quartetto James Wolfensohn
ha accusato Israele di “trascinare i piedi” sulla questione del valico, e
Ghassan Khatib dell'Anp, si è detto frustrato dal temporeggiare del governo di
Tel Aviv. Anche il Segretario di Stato Usa Condoleeza Rice si è espressa a
favore della riapertura del confine, per dare respiro all’economia della
Sriscia di Gaza e farne “un luogo dove i palestinesi possano assaporare una
vita diversa e gettare le basi dello stato palestinese”. L’inerzia dei
negoziatori israeliani è motivata dalla lotta in atto per il controllo della
Striscia tra la polizia palestinese e le fazioni armate, Hamas e Jihad. L’apertura
del valico di frontiera potrebbe intensificare il contrabbando di armi che,
secondo diverse fonti, Hezbollah cerca di fare affluire nella Striscia. Non
solo, si teme anche che alcune cellule di al Qaeda, attive nel nord del Sinai,
possano entrare (o lo abbiano già fatto).
Il varco. Il 12
settembre, il ritiro dell’esercito e dei coloni israeliani dalla Striscia era
appena concluso, mentre l’Egitto non aveva ancora completato il dispiegamento
delle 750 truppe previste per la guardia dei 14 chilometri dell’asse
Philadelphi: il corridoio di sicurezza -un muro- istituito da Israele per
controllare il passaggio tra la Striscia e l’Egitto.
Il 14, un gruppo di Miliziani armati di Hamas si avvicina
alla barriera con dell’esplosivo, crea un passaggio e intima ai militari
egiziani dall’altro lato di non intervenire. Da quel momento, fino al 24
settembre, quando le pressioni di Israele portano alla chiusura del confine, la
gente inizia ad attraversare quel varco senza controllo. Dopo anni di isolamento
forzato, in quei giorni la vita dell’intera città si proietta verso il mondo
esterno. Un frenetico andirivieni, dentro e fuori dalla Striscia, per assaporare
la libertà. Migliaia di persone sono passate da una parte all’altra di Rafah
per acquistare ogni genere di merci sul mercato egiziano: elettrodomestici,
sigarette, bestiame e quant’altro. Molti hanno attraversato il varco nel muro
per visitare i familiari rimasti dall’altra parte della barriera, o
semplicemente per andare a mangiare nei ristoranti sul lungomare di al Arish,
sulla costa mediterranea del Sinai. Con grande commozione numerose famiglie
separate dal muro hanno potuto riunificarsi, e molte altre si sono formate:
pare infatti che in quella settimana di “anarchia doganale”, almeno cento promesse
mogli siano entrate nella Striscia di Gaza. Matrimoni combinati in tutta fretta
per approfittare dell’occasione, più unica che rara. Le donne egiziane sono
considerate buone mogli perché poco costose in termini di dote. Per molte di
loro sposare un palestinese è considerato un privilegio e, per le più “anziane”,
una specie di ultima chance.
In quei 10 giorni l’economia della città ha conosciuto un
boom, ma di certo ci sono stati anche numerosi contrabbandi illegali di droghe
e armi. Un inviato dell’Ansa racconta come la certezza che nella Striscia siano
penetrati ingenti quantitativi di pistole, fucili, lanciarazzi ed esplosivo si
trae anche dalla caduta dei prezzi sul mercato nero. Prima del ritiro
israeliano, a Rafah, un Ak47 costava 2000 dollari, scesi a 1300 dopo il 20
settembre. Il prezzo di una pistola è crollato da 1400 dollari a 180.