La prossima settimana si terrà il quinto round dei colloqui
a sei sul nucleare. Intanto le due Coree sono arrivate a uno storico accordo:
la
formazione di un’unica squadra per i Giochi asiatici del 2006 e le Olimpiadi di
Pechino del 2008. “A piccoli passi si va verso una distensione, ma la
riunificazione è ancora lontana”. L’analisi di Rosella Idéo, docente di storia
politica e diplomatica dell’Asia orientale.
L’annuncio che le due
Coree formeranno un’unica squadra ai giochi asiatici e alle Olimpiadi è un
segno di disgelo tra i due Paesi?
Sicuramente è uno dei tanti passi che le due Coree stanno
compiendo per avvicinarsi e riportare la distensione nella penisola coreana. I
due Paesi si sono anche impegnati in una cooperazione economica più stretta.
Gli investimenti di Seoul a Pyongyang dovrebbero raggiungere quest’anno una
cifra record di circa un miliardo di dollari e il governo sudcoreano vuole
addirittura far approvare in parlamento
una legge che duplichi le spese fin qui sostenute. Ciò significa che c’è la
volontà ferma della Corea del Sud di impegnarsi in Corea del Nord per
riattivare le infrastrutture e valersi di una manodopera che è molto meno cara
di quella locale.
Cosa spinge la Corea
del Sud a questa cooperazione economica?
Al momento l’obiettivo dei sudcoreani è solo di risollevare
assieme alla Cina l’economia nordcoreana: la Corea del Nord negli anni Settanta
era, con il Giappone, uno dei pochi Paesi industrializzati dell’Asia orientale,
ma a metà anni Novanta è andata incontro a una carestia di proporzioni
africane. Il processo di distensione tra le due Coree, è iniziato già nel
giugno 2000, quando i rispettivi presidenti si sono incontrati a Pyongyang e hanno
parlato di piccoli passi verso l’unificazione. I tempi, tuttavia, non sono
ancora maturi perché la riunificazione rappresenterebbe per il Nord la fine del
regime - così come è avvenuto dopo il crollo del muro di Berlino nella Germania
dell’Est - e per il Sud un processo troppo costoso. La Corea del Nord, infatti,
è allo stremo sul piano economico e da essa - dopo l’eventuale implosione del
regime - potrebbe partire una massa di decine di migliaia di profughi.
Cosa pensano gli Stati
Uniti - che definiscono la Corea del Nord “un Paese dell’Asse del Male” - dei
propositi di Corea del Sud e Cina?
Il processo di riattivazione dell’economia nordcoreana è
stato portato avanti a costo di grosse frizioni con gli Usa. Soprattutto la
prima Amministrazione-Bush si è opposta agli aiuti continui di Corea del Sud e
Cina perché avrebbe preferito una politica di strangolamento economico per far
crollare il regime di Kim Jong Il. I vicini di Pyongyan, invece, preferiscono
riformare il regime in modo che possa reggersi da solo.
Frizioni che si
paleseranno anche nei colloqui a sei sul nucleare della prossima settimana?
Questa volta, pur con tutte le cautele, sarei più ottimista.
A fine ottobre Bill Richardson, il governatore democratico del Nuovo Messico,
dopo
essersi recato in Corea del Nord ha dichiarato che, nonostante ci fosse ancora
molta diffidenza di Pyongyang verso Washington, aveva trovato un’attitudine più
positiva. Poi c’è stata la visita del presidente cinese Hu Jintao che ha
invitato il governo nordcoreano ad abbandonare l’economia di piano e a seguire
la via cinese del socialismo di mercato, oltre che a tornare al tavolo delle
trattative sul nucleare.
In questo contesto
solo gli Usa sembrano non ammorbidirsi?
Non proprio. Da quando hanno scelto un nuovo negoziatore per
i colloqui a sei, Cristopher Hill, gli Usa sembrano aver intenzione di chiudere
la crisi, visto che hanno troppi problemi al vertice dell’Amministrazione. Anche
se – per salvare la loro immagine - non cederanno sul fornire il reattore
nucleare a usi civili che la Corea del Nord richiede per abbandonare i suoi
progetti nucleari.
Nel 2005 i raccolti
sono stati migliori rispetto agli anni scorsi, ma gran parte della popolazione
è
ancora a rischio fame. La questione alimentare dipende da quella nucleare?
Sì. La crisi alimentare non si risolverà fino a quando permarrà
uno stato di guerra fra le due Coree e il Nord resterà isolato, sottoposto alle
sanzioni Usa e quindi escluso dai prestiti delle grandi organizzazioni
internazionali come Banca Mondiale e Banca per lo Sviluppo Asiatico. Il tallone
d’Achille di Pyongyang resta la mancanza di energia che dura dalla fine degli
anni Ottanta quando le fabbriche hanno cominciato a lavorare a ritmo ridotto.
Poi la Mosca di Gorbaciov ha diminuito le erogazioni di energia di dieci volte
in due anni infliggendo al Paese asiatico un colpo fatale. Oggi, per
risollevarsi, la Corea del Nord ha dunque bisogno di tre cose: il
riconoscimento diplomatico di Washington, la possibilità di accedere agli organismi
internazionali e l’autonomia energetica. E solo con queste concessioni
ritirerebbe il suo ricatto nucleare.