La disegnatrice di Persepolis racconta se stessa e le contraddizioni del suo Iran
Scritto per noi da
Davide Scagni
È una accanita fumatrice, Marjane Satrapi. Durante le conferenze-stampa, nelle
fotografie, persino nei suoi autoritratti da adulta, tiene sempre una sigaretta
tra le dita. I grandi occhi scuri (identici a quelli dei suoi fumetti) seguono
il filo di fumo per un istante, poi se ne allontanano subito. Non stanno mai fermi,
come se temessero di perdere qualche colore del mondo. Abbiamo imparato a conoscere
quello sguardo. Lo abbiamo compreso dai suoi disegni, da quel bianco e nero netto
che sa racchiudere mille sfumature. L’Iran dei suoi disegni è fatto di questi
colori, nascosti sotto il velo nero delle donne o sotto le barbe lunghe degli
ayatollah. Quest’estate Marjane Satrapi ha fatto un salto in Italia, in occasione
dell’uscita del suo ultimo libro, Pollo alle prugne. L’abbiamo incontrata in agosto al “Festival della Mente” di Sarzana, per farci
raccontare l’origine del suo lavoro e la condizione del suo Paese.
Un carattere forte. “Il lavoro del disegnatore di fumetti è complesso, perché bisogna decidere quel
che succede vignetta per vignetta in modo molto preciso. È un lavoro ossessivo,
per cui facendolo mi sono non solo inacidita, ma sono diventata anche molto più
ossessiva”. Marjane Satrapi ha un carattere forte e spigoloso, poco adatto all’Iran
di oggi. Dal 1994 ha lasciato il suo Paese e non l’ha più rivisto. In tasca, una
laurea all’università di Teheran conseguita con un progetto per un parco divertimenti
sulle divinità della mitologia persiana. Ma la sua Gord Afarid e le altre eroine
del mito non avevano il velo, perciò il progetto venne scartato dalle autorità
cittadine. “Sei una donna libera – le disse allora sua madre Tatji, – l’Iran odierno
non fa per te. Ti proibisco di ritornare”. Così, Marjane lasciò l’Iran per sempre.
Si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’affermato fumettista Christophe
Blain che la introdusse all’Atelier des Vosges, fucina francese di disegnatori. Qui ebbe modo di apprezzare l’opera di Art
Spiegelman (autore di Maus, primo fumetto vincitore del premio Pulitzer) e di conoscere David B., autore
e fondatore della casa editrice francese l’Association, che la stimolò a raccontare se stessa in un romanzo a fumetti. In questo modo
nacque Persepolis.
Strati di miseria. Il suo Paese, l’Iran, è un luogo in cui vige da decenni la teocrazia, e in cui
uomini e donne come Marjane cercano faticosamente di affermarsi come individui.
Le recenti elezioni parlamentari e la vittoria dell’ultra-conservatore Ahmadinejad
sono ancora davanti ai suoi occhi. “Noi abbiamo un sistema nel quale il consiglio
dei guardiani decide chi può candidarsi, sia a livello del parlamento che della
presidenza. In entrambi i casi non può cambiare niente, perché ci si deve sottoporre
comunque all’opinione del consiglio dei guardiani che invalida le scelte eventuali
del parlamento e del presidente. È un circolo chiuso, in qualche modo. Inoltre,
se valutiamo il numero di persone che ha votato per Rafsanjani (il candidato moderato,
avversario di Ahmadinejad, ndr.) rispetto a quelli che hanno votato nel secondo
turno, ci rendiamo conto che le persone che avrebbero votato contro Ahmadinejad
sono 30 milioni, mentre quelle che avrebbero votato a suo favore sono solamente
17 milioni. Questi 17 milioni rappresentano il 15% della popolazione, e possiamo
definirli fanatici. In quale paese non esiste un 15 % di persone di questo genere?
Credo che anche in Italia ci sia un 15 % di fascisti”.
Ahmadinejad rappresenta l’anima più intransigente e reazionaria del Paese, e
le sue ultime dichiarazioni sono lì a dimostrarlo. Marjane disapprova la politica
del suo paese, ma alla condanna accompagna sempre il tentativo di capirne le motivazioni,
se non di giustificarle. “La maggior parte degli elettori di Ahmadinejad viene
dagli strati più poveri della popolazione, strati di miseria reale, in un paese
che è comunque il secondo produttore mondiale di petrolio con un prezzo al barile
che raggiunge i settanta dollari. In questa situazione Ahmadinejad si è presentato
distribuendo viveri e andando nei quartieri popolari, dove d’altronde lui vive.
Con questa strategia si è accattivato la simpatia della gente.”

L’occhio strabico di un uomo. Nonostante questo, Marjane continua ad essere fiduciosa. “Noi sappiamo che viviamo
in una dittatura, ne siamo consci. Però gli occidentali pensano di vivere in una
democrazia, anche se non lo è. Quindi loro sono più confusi di noi. Quando penso
che il 63% degli studenti in Iran sono delle ragazze e delle donne, mi rendo conto
che c’è stata un’evoluzione”. Un’evoluzione sofferta, spesso sotterranea, portata
avanti – come ci ha raccontato nei suoi libri – più nel privato che nel pubblico.
È vero che le donne in Iran frequentano le università e cercano l’emancipazione
attraverso la cultura. Tuttavia, quelle studentesse rischiano ancora la lapidazione,
sono costrette a portare il chador quando escono di casa e socialmente valgono,
come disse il Premio Nobel Shirin Ebadi, come “l’occhio strabico di un uomo”.
Ma quali sono i progetti futuri di Marjane Satrapi? “C'è il film di animazione
su
Persepolis. È un lavoro difficile, perché la narrazione a fumetti è una cosa diversa dall’animazione.
Ho pensato di seguire questo progetto e cercherò di realizzarlo. Sto lavorando
a un altro romanzo a fumetti che sarà qualcosa di molto distante da
Pollo alle prugne, anche a livello di disegno. Poi sto preparando un lavoro concettuale con un
amico iraniano, che è fotografo. Parla della scoperta da parte di Galileo del
fatto che la Terra è rotonda: da quella scoperta si sono diffusi i concetti di
Occidente e Oriente. Da allora, qualcuno si pone sempre a occidente e a oriente
di noi stessi”.