07/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel Delta del fiume Niger si continua a morire. Per un pugno di oro nero
La Nigeria è il settimo esportatore mondiale di petrolioPossibile che in una nazione che esporta petrolio da 30 anni, avendo incassato più di 320 miliardi di dollari di royalties, il 75 percento della popolazione viva ancora sotto la soglia di povertà? Dal 1970 la regione del Delta in Nigeria ha esportato milioni di barili di petrolio, ritagliandosi un ruolo importante nel mercato dell’oro nero e permettendo alla Nigeria di diventare il primo esportatore del continente. Generando un flusso di denaro enorme, finito nelle tasche delle giunte militari nigeriane e dei politici corrotti.
 
Povertà diffusa. “Sono 30 anni che facciamo uscire il petrolio dai pozzi senza vedere un dollaro. L’unica cosa che abbonda qui sono l’inquinamento e i pestaggi dei poliziotti.” Nwanko, un autista che vive a Port Harcourt a due passi dagli impianti petroliferi, nella sua dichiarazione a PeaceReporter riassume tutta la frustrazione di una comunità che finora dello sfruttamento petrolifero ha conosciuto il lato peggiore: l’inquinamento che ha fatto morire buona parte della fauna ittica mettendo in crisi la pesca, la criminalità diffusa tra le gang armate che si contendono il territorio e si arricchiscono tramite il contrabbando di petrolio, “spillato” dagli oleodotti e rivenduto alle navi che aspettano al largo. Oltre alle violenze subite dalla polizia, che non usa la mano leggera per mantenere la sicurezza degli impianti petroliferi da cui dipende buona parte dell’economia. Tra il 2003 e il 2004 numerosi impianti furono chiusi per i continui rapimenti e uccisioni ai danni dei dipendenti, causando un calo della produzione del 15 percento.
 
Il presidente Olusegun ObasanjoViolenze continue. “Il governo è disposto a tutto pur di mantenere costante la produzione petrolifera. Peccato che nella loro lotta contro le gang i poliziotti non facciano distinzione tra delinquenti e civili. Entrano nei villaggi, distruggono e saccheggiano tutto il possibile e se ne vanno.” Le parole di un prelato originario di Port Harcourt contattato da PeaceReporter sono confermate anche da un recente rapporto di Amnesty International, che chiede al governo nigeriano di fare luce sugli episodi di violenza dello scorso febbraio, solo gli ultimi di una lunga serie. “Ormai abbiamo raggiunto il limite. I proventi petroliferi non si vedono, e a noi resta solo la povertà. Il governo locale ha chiesto più volte a quello federale una maggiore fetta degli introiti per destinarli a programmi di sviluppo e assistenza per la popolazione. Ma da questo orecchio a Abuja non ci sentono.”
 
Miliziani nigerianiIncognita miliziani. Inevitabile che la crescente insoddisfazione e i problemi sfociassero in lotta armata. Le Ndpvf (Niger Delta People’s Volunteer Forces) operano da anni nella regione, riuscendo l’anno scorso a strappare al presidente Obasanjo un accordo dopo aver minacciato attacchi agli impianti petroliferi e ai dipendenti se le loro richieste non fossero state accolte. Il loro leader Mujahid Dokubo-Asari ha vissuto il suo momento di gloria, prima di venire imprigionato a settembre con l’accusa di tradimento per alcune dichiarazioni a un giornale locale che ventilavano una possibile indipendenza della regione dalla federazione nigeriana. Asari, figura controversa a metà tra il liberatore e il guerrigliero che prende a pretesto le sofferenze della comunità per arricchirsi (i termini dell’accordo con Obasanjo non sono mai stati resi noti), rischia almeno dieci anni di prigione. Quali che siano le reali intenzioni delle Ndpvf e indipendentemente dall’esito del processo il dato di fatto non cambia: a dieci anni dalle denunce pagate con la vita di Ken Saro Wiwa, nel Delta si continua a morire di oro nero.

Matteo Fagotto

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