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La critica a un
potente mullah. Badr Zaman Badr e Abdurrahim Muslim Dost sono due afgani
pashtun di mezza età, ricchi e colti. Durante la resistenza contro i sovietici,
negli anni ’80, entrarono in un piccolo gruppo mujaheddin finanziato, come
tutti gli altri, dai servizi segreti pachistani. Si chiamava Jamiat-i-Dawatul Quran wa Sunna. Il suo
capo era il mullah Sami Ullah. Badr e Dost non combatterono mai, non
imbracciarono mai un kalashnikov: scrivevano sulla rivista di propaganda del
gruppo.
L’articolo satirico
su Clinton. Nel 1998, quando a Kabul c’erano i talebani e a Washington
c’era Bill Clinton, quest’ultimo decise di distrarre l’opinione pubblica dallo
scandalo Lewinsky bombardando le basi di al-Qaeda in Afghanistan in
rappresaglia agli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Dopo
i raid aerei, Clinton mise una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di
Osama Bin Laden. Badr e Dost risposero pubblicando uno scritto satirico in cui
offrivano una ricompensa di 5 milioni di afgani (un centinaio di dollari) per
la cattura di Bill Clinton, dandone un identikit: sbarbato, occhi chiari,
coinvolto in scandali sessuali.
Tre anni e mezzo a
Guantanamo. “Fummo bendati, ammanettati, legati e portati all’aeroporto di
Peshawar”, racconta Badr. “Ci consegnarono ai militari americani, che ci
sbatterono a terra e ci incappucciarono. Sentivamo i loro cani che ci abbaiavano
contro. Dopo una breve permanenza nelle
prigioni americane di Bagram e Kandahar, dove assistemmo a pestaggi e torture
degli altri prigionieri, venimmo portati a Guantanamo. Lì subimmo ogni sorta di
insulto e umiliazione: ci fotografavano nudi e ci facevano continui esami
rettali. In tre anni e mezzo siamo stati interrogati circa centocinquanta volte
da diverse agenzie: Cia, Fbi, Dipartimento di Stato e altre ancora. L’argomento
era sempre lo stesso: quell’articolo del 1998 su Clinton. Sempre le stesse
domande, a cui noi rispondevamo cercando di far capire loro che era solo un
articolo di satira e che noi non eravamo combattenti né terroristi. Era
patetico! Un bel giorno sono venuti a dirci che eravamo innocenti e che quindi
saremmo stati liberati. Dopo tre anni e mezzo di reclusione ingiustificata. Un
errore!”.
“Non sono normali casi giudiziari”. “Nel caso dei due fratelli scrittori non c’è stato nessun
errore – ha dichiarato il maggiore Felx Plexsico, un portavoce del Pentagono
difendendosi dietro la versione dei servizi segreti pachistani che li avevano
consegnati agli americani – perché essi risultavano direttamente legati alle
attività di combattimento”.Enrico Piovesana