04/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Le sorelle che avevano osato sfidare l'Ira sono costrette a cambiare quartiere
Le cinque sorelle McCarthy insieme a Bridgeen (a destra), la fidanzata di Robert, ucciso lo scorso gennaio in un pub di BelfastLa loro lotta per la giustizia aveva scosso l’Irlanda del Nord e appassionato il mondo: cinque donne, cinque piccole Davide che osavano sfidare il clima d’omertà imposto dal temibile Golia rappresentato dall’Ira, l’organizzazione paramilitare che combatte (combatteva, dato che ha annunciato la fine della sua lotta in agosto) per una repubblica d’Irlanda unita. Ma il tempo è passato: l’omicidio di Robert McCartney, il ragazzone cattolico ucciso in un pub da alcuni militanti dell’Ira, risale ormai a nove mesi fa. Le sorelle McCartney hanno riscosso la solidarietà dei politici, si sono fatte conoscere anche negli Usa, hanno ricevuto donazioni per la loro causa. Ma in carcere, per la morte del loro fratello, non c’è ancora nessuno. E le donne, una dopo l’altra, hanno tutte lasciato la loro casa nel quartiere di Short Strand, un’enclave cattolica nella protestantissima Belfast est. Per la piccola comunità erano ormai diventate una presenza scomoda.
 
Robert McCartneyLa casa di una vita. “Il fatto che mi trasferisca per alcuni può significare una sconfitta, ma non lo è di certo. I colpevoli non si facciano illusioni: prima o poi dovranno rispondere davanti alla legge”, dice Paula McCartney, la leader del gruppo e l’ultima a lasciare Short Strand, una settimana fa. Ma come le altre sorelle, anche lei – con il marito Jim e i loro tre bambini – lascia la casa di una vita perché per mesi ha subito intimidazioni dai suoi vicini. Pur ammirate da tanti nordirlandesi, molti – e specialmente nelle roccaforti dell’Ira com’è Short Strand – rimproverano alle sorelle il fatto di aver messo in cattiva luce l’organizzazione, e di aver quindi danneggiato la vita di tutti quelli che godono della protezione dell’Ira. Questo atteggiamento dettato dalla legge “i panni sporchi si lavano in famiglia” non ha certo aiutato le McCartney e la loro lotta per la giustizia. “Qui la gente ha subito la violenza lealista e la brutalità della polizia nordirlandese negli anni più difficili, e ora l’intimidazione viene da quelli che sostengono di essere i nostri protettori. Sono troppo disgustata e disillusa per rimanere ancora”, dice Paula.
 
Il danno e la beffa. In più c’è l’amarezza di non venir comprese, e la beffa dell’impunità sentita ogni giorno sulla propria pelle. “Robert è stato ucciso senza motivo, sono passati nove mesi e ancora vado a letto con l’immagine di lui che muore. Soffriamo ancora quando vediamo per le strade chi l’ha ucciso. Vanno in giro tranquilli, continuano con la loro vita normale”. Delle quindici persone che si stima siano coinvolte nell’omicidio e nella copertura dei colpevoli – il pestaggio è avvenuto all’esterno di un pub in pieno centro, in tanti hanno visto – ne sono state incriminate solo due. Ma le McCartney non hanno perso la speranza. “Sto cercando di non essere triste, bisogna guardare avanti. Lasciare Short Strand ci renderà più facile la vita di ogni giorno. Potremo concentrarci solamente sull’ottenere giustizia per Robert”.
 
Paula McCartney, la leader delle sorelle, mentre incontra il presidente statunitense George W. BushLa lotta per la giustizia continua. Ora Paula e Jim si sono trasferiti a Belfast sud, in un’area a popolazione mista. “E’ una casa piccola, qui per lo stesso prezzo ti puoi permettere di comprare meno spazio rispetto a Short Strand”, dice la donna. Nelle prossime settimane lei e le altre sorelle insieme a Bridgeen, la fidanzata di Robert, andranno di nuovo negli Stati Uniti per raccogliere fondi. Quando lo fecero a marzo si incontrarono con alcuni senatori e con il presidente Bush, che le indicò a esempio di coraggio. Anche Hillary Clinton, l’ex first lady ora senatrice e aspirante candidata alla presidenza nel 2008, ha espresso il desiderio di incontrarle. Le sorelle McCartney rischiano di venir sempre più dimenticate in patria, mentre vengono esaltate all’estero. Ma dopo la fine della lotta armata e l’annunciato disarmo dell’Ira, l’esito della loro storia sarà forse l’indicatore più affidabile per capire se le cose saranno davvero cambiate nella vita quotidiana dell’Irlanda del Nord.

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità