
Ancora un attentato. Mercoledì 2, in tarda mattinata, una potente
esplosione ha sconvolto la quiete della cittadina montana di Samdinli, nella
parte sud-orientale della Turchia, al confine con l’Iraq. Si è trattato di
un’autobomba, posta di fronte alla sede delle forze di sicurezza governative
locali da esponenti del Partito dei Lavoratori Curdi, il Pkk. L’esplosione ha
provocato il
ferimento di ventitre persone, tra le quali sedici civili, quattro soldati e
tre poliziotti. Nessuno dei feriti risulta essere in gravi condizioni, ma il
fatto che siano rimasti danneggiati oltre sessanta edifici e bloccata la rete
elettrica cittadina, rende l’idea di come il bilancio potesse essere ben più
pesante. Gli uffici della sicurezza, incaricati di mantenere il controllo sulla
turbolenta area sud orientale, già in passato sono stati colpiti da diversi
attentati. Il governatore regionale ha subito incolpato le milizie curde, ha
imposto dei check point agli ingressi della città e promesso la cattura dei
responsabili.
Cessate il fuoco? Nonostante il cessate il fuoco unilaterale
annunciato un mese fa dal Pkk, in corrispondenza con l’inizio dei colloqui per
l’ammissione della Turchia nell’Unione europea, la violenza nel sud est turco
non ha accennato a diminuire. Nel mese di ottobre si sono susseguiti episodi di
scontri tra forze governative e curdi. Lunedì primo novembre, un ufficiale
dell’Ufficio governativo per l’Intelligence e la Lotta al Terrorismo annunciava
l’arresto di un gruppo di studenti universitari curdi che stavano pianificando
due attacchi simultanei, a Istanbul e Djarbakir, il 29 ottobre, in occasione
della giornata della repubblica turca. E pochi giorni prima, il capo della
polizia di Istanbul, Celelettin Cerrah, aveva annunciato l’arresto di otto
esponenti dell’organizzazione indipendentista, accusati di essere i
responsabili dell’attentato del 15 ottobre contro una stazione di benzina nella
capitale, in cui erano rimaste ferite cinque persone. Prosegue dunque la
stretta repressiva delle autorità turche contro la minoranza curda, ma non si
fermano nemmeno gli attentati.
Popoli Minacciati. Il 27 ottobre, l’
Associazione per i Popoli
Minacciati, Apm, ha emesso un comunicato in cui si accusa il governo turco di
continuare a ingannare l’Europa sul tema delle riforme. Riferendosi in
particolare al paradossale caso dei 20 curdi della città di Siirt, arrestati e
condannati per avere scritto dei manifesti sul capodanno curdo usando le
lettere Q e W, che non fanno parte dell’alfabeto turco. Al di là della
repressione dei gruppi legati al Pkk, il governo turco non ha mostrato
sostanziali progressi nemmeno nel riconoscere ai quindici milioni di curdi che
vivono nel sud-est dell’Anatolia maggiori diritti in materia di autonomia
linguistica. “Tribunali, forze di polizia e della sicurezza –riferisce l’Apm-
continuano ad emettere nuove ordinanze per eludere i tentativi di
istituzionalizzare l’uso della lingua curda”, nella vita politica,
nell’istruzione statale e sulla stampa.
Proclami. Durante le celebrazioni
della giornata della repubblica turca, il primo ministro Tayyip Erdogan ha
indicato con sicurezza i pilastri della sua nuova linea politica: democrazia,
sviluppo, giustizia e riforme, e ha accusato “certi circoli” di voler dipingere
un quadro oscuro del paese. Il primo novembre, la Commissione Europea ha
espresso con un documento, la necessità che il governo turco metta in atto
delle riforme reali. “Due anni di tempo per eliminare la pratica della tortura,
consentire la libertà di culto alle minoranze del Paese, ripristinare il
controllo civile sull’esercito e l’indipendenza della magistratura.”