03/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ancora un attentato in Turchia, mentre le riforme non decollano
  Samdinli dopo l'esplosione
Ancora un attentato. Mercoledì 2, in tarda mattinata, una potente esplosione ha sconvolto la quiete della cittadina montana di Samdinli, nella parte sud-orientale della Turchia, al confine con l’Iraq. Si è trattato di un’autobomba, posta di fronte alla sede delle forze di sicurezza governative locali da esponenti del Partito dei Lavoratori Curdi, il Pkk. L’esplosione ha provocato il ferimento di ventitre persone, tra le quali sedici civili, quattro soldati e tre poliziotti. Nessuno dei feriti risulta essere in gravi condizioni, ma il fatto che siano rimasti danneggiati oltre sessanta edifici e bloccata la rete elettrica cittadina, rende l’idea di come il bilancio potesse essere ben più pesante. Gli uffici della sicurezza, incaricati di mantenere il controllo sulla turbolenta area sud orientale, già in passato sono stati colpiti da diversi attentati. Il governatore regionale ha subito incolpato le milizie curde, ha imposto dei check point agli ingressi della città e promesso la cattura dei responsabili.
 
Cessate il fuoco? Nonostante il cessate il fuoco unilaterale annunciato un mese fa dal Pkk, in corrispondenza con l’inizio dei colloqui per l’ammissione della Turchia nell’Unione europea, la violenza nel sud est turco non ha accennato a diminuire. Nel mese di ottobre si sono susseguiti episodi di scontri tra forze governative e curdi. Lunedì primo novembre, un ufficiale dell’Ufficio governativo per l’Intelligence e la Lotta al Terrorismo annunciava l’arresto di un gruppo di studenti universitari curdi che stavano pianificando due attacchi simultanei, a Istanbul e Djarbakir, il 29 ottobre, in occasione della giornata della repubblica turca. E pochi giorni prima, il capo della polizia di Istanbul, Celelettin Cerrah, aveva annunciato l’arresto di otto esponenti dell’organizzazione indipendentista, accusati di essere i responsabili dell’attentato del 15 ottobre contro una stazione di benzina nella capitale, in cui erano rimaste ferite cinque persone. Prosegue dunque la stretta repressiva delle autorità turche contro la minoranza curda, ma non si fermano nemmeno gli attentati.
 
Istanbul, il benzinaio dell'attentato del 15 ottobrePopoli Minacciati. Il 27 ottobre, l’Associazione per i Popoli Minacciati, Apm, ha emesso un comunicato in cui si accusa il governo turco di continuare a ingannare l’Europa sul tema delle riforme. Riferendosi in particolare al paradossale caso dei 20 curdi della città di Siirt, arrestati e condannati per avere scritto dei manifesti sul capodanno curdo usando le lettere Q e W, che non fanno parte dell’alfabeto turco. Al di là della repressione dei gruppi legati al Pkk, il governo turco non ha mostrato sostanziali progressi nemmeno nel riconoscere ai quindici milioni di curdi che vivono nel sud-est dell’Anatolia  maggiori diritti in materia di autonomia linguistica. “Tribunali, forze di polizia e della sicurezza –riferisce l’Apm- continuano ad emettere nuove ordinanze per eludere i tentativi di istituzionalizzare l’uso della lingua curda”, nella vita politica, nell’istruzione statale e sulla stampa.
  Tayyip Erdogan
Proclami. Durante le celebrazioni della giornata della repubblica turca, il primo ministro Tayyip Erdogan ha indicato con sicurezza i pilastri della sua nuova linea politica: democrazia, sviluppo, giustizia e riforme, e ha accusato “certi circoli” di voler dipingere un quadro oscuro del paese. Il primo novembre, la Commissione Europea ha espresso con un documento, la necessità che il governo turco metta in atto delle riforme reali. “Due anni di tempo per eliminare la pratica della tortura, consentire la libertà di culto alle minoranze del Paese, ripristinare il controllo civile sull’esercito e l’indipendenza della magistratura.”  

Naoki Tomasini

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