03/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Pugno di ferro del regime azero contro le opposizioni arancioni alla vigilia del voto
Baku e i suoi pozzi petroliferiL’Azerbaigian sta vivendo una vigilia elettorale carica di tensione. Dopo i fatti del 17 ottobre – quando il tentato ritorno in patria di Rasul Guliyev, storico leader dell’opposizione ha portato il Paese sull’orlo di una guerra civile – il regime di Ilham Aliyev ha ulteriormente stretto la morsa repressiva contro i partiti d’opposizione, accusandoli di tentato colpo di Stato.
“L’attuale clima di violenze e intimidazioni contro i candidati dell’opposizione e i loro sostenitori – denuncia un rapporto di Human Rights Watch – esclude ogni possibilità che quelle del 6 novembre siano elezioni libere e regolari”.
L’esito delle elezioni di domenica prossima appare ormai scontato e l’opposizione ‘arancione’, messa in ginocchio dalle persecuzioni governative, sembra incapace di organizzare manifestazioni e tantomeno rivoluzioni. Ma forse, questa volta, manca anche un deciso sostegno internazionale come c’è stato per la Georgia e l’Ucraina, perché con il regime di Aliyev ci sono in ballo affari troppo grossi: quelli del megaoleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan costruito dalle compagnie petrolifere occidentali per i mercati occidentali. Stavolta il nero del petrolio e il verde dei dollari avranno probabilmente la meglio sull’arancione. Almeno che Aliyev non esageri calcando troppo la mano, diventando indifendibile.
 
Arancioni azeri in piazzaLa teoria del tentato colpo di Stato. Secondo la ricostruzione del regime di Baku, il golpe sarebbe dovuto scattare proprio il giorno del ritorno di Guliyev, che il governo aveva intenzione di arrestare appena arrivato, e che alla fine è stato fermato in Ucraina. Le opposizioni avrebbero voluto sfruttare le manifestazioni di piazza per fare scoppiare una rivolta armata e prendere il potere con la forza. Questa rivoluzione, arancione ma non di velluto, sarebbe stata orchestrata con l’aiuto dei servizi segreti dello storico nemico armeno e delle organizzazioni legate a George Soros e al partito democratico americano, e con l’appoggio di una quindicina di ‘traditori’ all’interno dello stesso regime azero, tra cui vari ministri e alti amministratori di aziende statali, tutti finiti in galera.
La storia del tentato golpe – suffragata da poche e debolissime prove – sta servendo ad Aliyev per epurare dal regime personaggi ritenuti poco affidabili e soprattutto per giustificare l’arresto degli oppositori politici, candidati inclusi. Dal 17 ottobre centinaia di attivisti ed esponenti dei movimenti di opposizione sono finiti in galera e almeno 450 candidati hanno deciso di ritirarsi dalla corsa elettorale. A chiunque metta in dubbio la legalità di questi arresti di massa, il governo di Baku ribatte con l’argomento della “minaccia all’ordine costituzionale”. Ma basta leggere le testimonianze dei perseguitati politici raccolte da Human Right Watch per rendersi conto di come stanno le cose e di come il clima intimidatorio sia iniziato ben prima del 17 ottobre.
 
NakhchivanPersecuzioni nell’enclave di Nakhchivan. La repressione politica è stata particolarmente dura nella regione di  Nakhchivan, enclave azera incastonata tra Armenia e Iran.
Il 18 luglio, Sahib Husseinov, candidato locale del Partito del Fronte Popolare, dopo essere stato minacciato dalla polizia è stato arrestato, picchiato fino allo svenimento, accompagnato alla frontiera e costretto a uscire dal Paese: “Se non te ne vai, uccidiamo la tua famiglia e bruciamo la tua casa”. Sahib ha obbedito, ma la notte successiva è tornato in patria, al suo villaggio. Il 27 settembre due uomini lo hanno aggredito procurandogli un trauma cranica e la rottura di due costole.
Il 10 agosto, Abdul Abdulayev, un altro attivista del Pfp di Nakhchivan, è stato prelevato sotto casa da due uomini sotto gli occhi di alcuni poliziotti, che non sono intervenuti. E’ stato caricato su un’auto senza targa e portato fuori città. Lì è stato picchiato, minacciato e rasato. Sulla testa gli è stata dipinta la bandiera azera: “Una lezione per te e i tuoi amici, così la smetterete di portare la nostra bandiera nei vostri raduni”. Abdul ha sporto denuncia, ma nessuna azione legale è stata aperta.
Il 22 agosto, Yashar Jafarli, attivista dell’opposizione, è stato aggredito da un gruppo di uomini che sono entrati nel suo ufficio, lo hanno picchiato fino a fargli perdere i sensi e poi hanno devastato il locale. I giorni precedenti Jafarli aveva denunciato di aver ricevuto minacce dalla polizia locale perché smettesse di lavorare per i partiti dell’opposizione.
 
Un'anziana azera e manifesti elettoraliUna giustificazione per reprimere l’opposizione. Ma non mancano testimonianze dal resto del Paese.
Il 4 ottobre, Elnur Sadiqov, candidato dell’opposizione nella cittadina di Ganja, è stato arrestato e portato in una caserma di polizia. Lì lo hanno minacciato e picchiato perché si rifiutava di firmare una confessione di insulto a pubblico ufficiale. Lo hanno rilasciato solo il giorno dopo, avvertendolo di lasciar perdere la politica e di ritirare la propria candidatura.
Il 7 ottobre, Alem Mustafaev, fratello di un candidato dell’opposizione, è stato arrestato nella stessa città. In caserma è stato minacciato e picchiato dagli agenti che gli ordinavano di convincere il fratello a ritirare la propria candidatura. Lui si è rifiutato e il giorno dopo è finito davanti a un giudice, senza avvocato, con l’accusa di aggressione a pubblico ufficiale, e da lì in galera per due mesi.
Lo stesso giorno a Baku, Fahraddin Guliev, fratello del Rasul che sarebbe dovuto tornare in Azerbaigian dieci giorni dopo, è stato bloccato da tre jeep nere e portato via. In caserma è stato minacciato e maltrattato al fine di ottenere da lui informazioni sul famoso fratello. Infine lo hanno accusato di accuse a pubblico ufficiale e, dopo un processo senza avvocato, lo hanno messo in galera per dieci giorni.
Dopo il 17 ottobre questi episodi si sono moltiplicati e sono tutti stati motivati con l’accusa di complotto al fine di rovesciare con al violenza l’ordinamento costituzionale. Aliyev ha trovato un’ottima giustificazione per finire il lavoro che aveva iniziato appena preso il potere due anni fa: eliminare ogni opposizione, interna ed esterna al suo regime, continuando ad arricchirsi con i proventi del petrolio e dei dazi di passaggio dell’oleodotto Btc. 

Enrico Piovesana

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