Pugno di ferro del regime azero contro le opposizioni arancioni alla vigilia del voto

L’Azerbaigian sta vivendo una vigilia elettorale carica di
tensione. Dopo
i fatti del 17 ottobre
– quando il tentato ritorno in patria di Rasul Guliyev, storico leader
dell’opposizione ha portato il Paese sull’orlo di una guerra civile – il regime
di Ilham Aliyev ha ulteriormente stretto la morsa repressiva contro i partiti
d’opposizione, accusandoli di tentato colpo di Stato.
“L’attuale clima di violenze e intimidazioni contro i
candidati dell’opposizione e i loro sostenitori – denuncia un
rapporto di Human
Rights Watch – esclude ogni possibilità che quelle del 6 novembre siano elezioni libere e
regolari”.
L’esito delle elezioni di domenica prossima appare ormai
scontato e l’opposizione ‘arancione’, messa in ginocchio dalle persecuzioni
governative, sembra incapace di organizzare manifestazioni e tantomeno
rivoluzioni. Ma forse, questa volta, manca anche un deciso sostegno internazionale
come c’è stato per la Georgia e l’Ucraina, perché con il regime di Aliyev ci
sono in ballo affari troppo grossi: quelli del
megaoleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan costruito dalle compagnie petrolifere occidentali per i mercati occidentali.
Stavolta il nero del petrolio e il verde dei dollari avranno probabilmente la
meglio sull’arancione. Almeno che Aliyev non esageri calcando troppo la mano,
diventando indifendibile.
La teoria del tentato
colpo di Stato. Secondo la ricostruzione del regime di Baku, il golpe
sarebbe dovuto scattare proprio il giorno del ritorno di Guliyev, che il
governo aveva intenzione di arrestare appena arrivato, e che alla fine è stato
fermato in Ucraina. Le opposizioni avrebbero voluto sfruttare le manifestazioni
di piazza per fare scoppiare una rivolta armata e prendere il potere con la
forza. Questa rivoluzione, arancione ma non di velluto, sarebbe stata
orchestrata con l’aiuto dei servizi segreti dello storico nemico armeno e delle
organizzazioni legate a George Soros e al partito democratico americano, e con
l’appoggio di una quindicina di ‘traditori’ all’interno dello stesso regime azero,
tra cui vari ministri e alti amministratori di aziende statali, tutti finiti in
galera.
La storia del tentato golpe – suffragata da poche e
debolissime prove – sta servendo ad Aliyev per epurare dal regime personaggi
ritenuti poco affidabili e soprattutto per giustificare l’arresto degli
oppositori politici, candidati inclusi. Dal 17 ottobre centinaia di attivisti
ed esponenti dei movimenti di opposizione sono finiti in galera e almeno 450
candidati hanno deciso di ritirarsi dalla corsa elettorale. A chiunque metta in
dubbio la legalità di questi arresti di massa, il governo di Baku ribatte con
l’argomento della “minaccia all’ordine costituzionale”. Ma basta leggere le
testimonianze dei perseguitati politici raccolte da Human Right Watch per
rendersi conto di come stanno le cose e di come il clima intimidatorio sia
iniziato ben prima del 17 ottobre.
Persecuzioni nell’enclave
di Nakhchivan. La repressione politica è stata particolarmente dura nella
regione di Nakhchivan, enclave azera
incastonata tra Armenia e Iran.
Il 18 luglio, Sahib Husseinov, candidato locale del Partito
del Fronte Popolare, dopo essere stato minacciato dalla polizia è stato
arrestato, picchiato fino allo svenimento, accompagnato alla frontiera e costretto
a uscire dal Paese: “Se non te ne vai, uccidiamo la tua famiglia e bruciamo la
tua casa”. Sahib ha obbedito, ma la notte successiva è tornato in patria, al
suo villaggio. Il 27 settembre due uomini lo hanno aggredito procurandogli un
trauma cranica e la rottura di due costole.
Il 10 agosto, Abdul Abdulayev, un altro attivista del Pfp di
Nakhchivan, è stato prelevato sotto casa da due uomini sotto gli occhi di
alcuni poliziotti, che non sono intervenuti. E’ stato caricato su un’auto senza
targa e portato fuori città. Lì è stato picchiato, minacciato e rasato. Sulla
testa gli è stata dipinta la bandiera azera: “Una lezione per te e i tuoi
amici, così la smetterete di portare la nostra bandiera nei vostri raduni”.
Abdul ha sporto denuncia, ma nessuna azione legale è stata aperta.
Il 22 agosto, Yashar Jafarli, attivista dell’opposizione, è
stato aggredito da un gruppo di uomini che sono entrati nel suo ufficio, lo
hanno picchiato fino a fargli perdere i sensi e poi hanno devastato il locale.
I giorni precedenti Jafarli aveva denunciato di aver ricevuto minacce dalla
polizia locale perché smettesse di lavorare per i partiti dell’opposizione.
Una giustificazione
per reprimere l’opposizione. Ma non mancano testimonianze dal resto del
Paese.
Il 4 ottobre, Elnur Sadiqov, candidato dell’opposizione
nella cittadina di Ganja, è stato arrestato e portato in una caserma di
polizia. Lì lo hanno minacciato e picchiato perché si rifiutava di firmare una
confessione di insulto a pubblico ufficiale. Lo hanno rilasciato solo il giorno
dopo, avvertendolo di lasciar perdere la politica e di ritirare la propria
candidatura.
Il 7 ottobre, Alem Mustafaev, fratello di un candidato
dell’opposizione, è stato arrestato nella stessa città. In caserma è stato
minacciato e picchiato dagli agenti che gli ordinavano di convincere il
fratello a ritirare la propria candidatura. Lui si è rifiutato e il giorno dopo
è finito davanti a un giudice, senza avvocato, con l’accusa di aggressione a
pubblico ufficiale, e da lì in galera per due mesi.
Lo stesso giorno a Baku, Fahraddin Guliev, fratello del
Rasul che sarebbe dovuto tornare in Azerbaigian dieci giorni dopo, è stato
bloccato da tre jeep nere e portato via. In caserma è stato minacciato e
maltrattato al fine di ottenere da lui informazioni sul famoso fratello. Infine
lo hanno accusato di accuse a pubblico ufficiale e, dopo un processo senza
avvocato, lo hanno messo in galera per dieci giorni.
Dopo il
17 ottobre questi episodi si sono moltiplicati e sono tutti
stati motivati con l’accusa di complotto al fine di rovesciare con al
violenza
l’ordinamento costituzionale. Aliyev ha trovato un’ottima
giustificazione per
finire il lavoro che aveva
iniziato appena preso il potere due anni fa:
eliminare ogni opposizione, interna ed esterna al suo regime,
continuando ad
arricchirsi con i proventi del petrolio e dei dazi di passaggio
dell’oleodotto
Btc.