scritto per noi da
Francesca Micheletti
In alcune zone del mondo il parco giochi non è un
lusso, ma una necessità. Perché è l’unico luogo dove i bimbi possono giocare
con la certezza di non calpestare una mina. I
safe playgrounds, campi
da gioco sicuri, nascono proprio così:
zone sminate e recintate, arricchite di altalene, scivoli e attrezzature di un
comune giardino pubblico. Queste strutture, allestite dal
Comitato internazionale
della Croce rossa, in collaborazione con alcuni enti locali, restituiscono il
diritto di divertirsi all’aperto a bambini che in molti casi non hanno mai
visto un parco giochi in vita loro.
Il caso Croazia. Il record del numero di campi spetta in questo momento alla Croazia, che ne
ospita circa 40. Fanno parte del Mine risk education program,
portato avanti dalla Croce Rossa croata. Ma ci sono campi sicuri anche
in Cecenia, in Azerbaijan, nella zona di Nagorno Karabakh e in
Tajikistan.
Il Paese balcanico, che fu tra i primi a vedere la fine dei
combattimenti durante la guerra tra le repubbliche dell’ex-Jugoslavia,
è ancora insidiato da 250mila mine, distribuite su una superficie di
1174 chilometri quadrati. Dall’inizio del conflitto nel 1991, le
vittime di questo tipo di ordigni sono state 1743, tra le quali 81
bambini.
A rischio adesso sono in particolare coloro che
stanno facendo ritorno nelle case abbandonate durante il conflitto, dove
potrebbero trovare brutte sorprese. Ma chiunque abiti in una delle
12 contee
minate (su un totale di 21) deve stare molto attento. Non solo i bambini, ma
anche gli adulti che per lavoro o necessità si trovano a passare nelle zone
meno frequentate, come i boschi e i dintorni di fiumi e laghi.
Educare al rischio. “Infanzie spensierate
sono state spazzate via da incidenti con le mine – spiega Vjiorga Roseg,
responsabile del progetto per Zagabria - e per evitarli serve una vera e propria
educazione al rischio”. Difficile spiegare a chi frequenta un asilo o una scuola
elementare che sul terreno potrebbero trovarsi macchine di morte in grado di
portargli via un arto, o addirittura ucciderlo. Come è accaduto a Slavko Liovic,
25 anni,
che lo scorso aprile ha perso una gamba in un’esplosione in cui è morto l’amico
che gli stava di fianco.
“Non sempre i bambini capiscono perché le mine
sono lì - aggiunge Annick Bouvier, funzionaria per l’Europa Orientale nella
sede centrale della Icrc a Ginevra – ma ne avvertono le conseguenze”. Molte
delle attività nei campi sono finalizzate a sensibilizzare genitori e figli rispetto
al pericolo che si può celare in terra. I metodi sono disparati: dal dipingere
e indossare t-shirt colorate con la scritta “Bambini attenti alle mine!”
all’allestimento di teatrini con pupazzi per spiegare la questione ai piccoli
senza spaventarli.
Spesso sono gli stessi bambini ad inventare gli
slogan per mettere in allerta adulti e coetanei. Bastano frasi semplici, come
“Attenzione a dove metti i piedi”, titolo della campagna 2003, terminata con un
concerto a Zagabria della Filarmonica della Scala di Milano.
Investire sul futuro. “I campi servono
proprio a stabilire le basi per una cultura della sicurezza a lungo termine”,
spiega Roseg, “l’importante è diffondere
tra la popolazione, anche adulta, la consapevolezza di questo problema
ambientale”.
L’ultimo campo,
inaugurato a settembre di quest’anno, si trova a Hrvace, nella Croazia
meridionale, una delle zone maggiormente infestate dalle mine. Ci giocano circa
70 bambini in età prescolare, che spesso vengono accompagnati dai genitori. “I
playground – aggiunge Roseg – diventano
veri e propri punti di riferimento per la comunità locale, che contribuisce
alla loro costruzione e finisce per considerarli un’oasi di pace e
spensieratezza”. Almeno fino al 2010, termine entro il quale il centro per
l’azione sulle mine
Cromac prevede di estirpare il problema definitivamente,
in osservanza della Convenzione di Ottawa sulla non proliferazione e
l’eliminazione delle mine antiuomo, siglata anche dalla Croazia nel 1999.