Anziani con il bastone e il colbacco, contadini con gli stivali infangati, vecchiette
con il grembiule e il fazzoletto in testa, giovani studenti universitari e pure
alcuni poliziotti ‘ammutinati’ con tanto di divisa ancora addosso. Qualche kalashinkov
agitato in aria, ma soprattutto tante bottiglie di vodka scolate per festeggiare
la riuscita di una grande impresa: la presa del palazzo presidenziale di Sokhumi.
Dalla finestra un giovane sventolava verso la piazza festante una bandiera dell’Abkhazia.
Ancora nessuno sapeva che una di loro, l’anziana Tamara Shakril, insegnate di
lingue di 78 anni, nota attivista per la difesa dei diritti umani, era deceduta
in ospedale, colpita da una pallottola sparata dalle guardie presidenziali durante
l’assalto della folla al palazzo.
La guerra civile del 1993. Così è culminata, venerdì sera, dopo settimane di tensione, la crisi politica
in Abkhazia, autoproclamata repubblica autonoma che si affaccia sul Mar Nero,
resasi di fatto indipendente dalla Georgia dopo la guerra di secessione del 1993,
vinta dai separatisti grazie al sostegno militare russo che inviò truppe mercenarie
guidate dall’allora agente segreto di Mosca Shamil Basayev, l’odierno carnefice
di Belsan. Una guerra che provocò la morte di almeno diecimila persone e che fu
seguita da una pulizia etnica durante la quale gli abkhazi cacciarono dai loro
villaggi, spedendoli oltre confine, 250 mila georgiani.
La crisi di ottobre. La crisi era iniziata un mese e mezzo fa, con un duro scontro sul risultato
delle elezioni presidenziali del 3 ottobre, non riconosciute dalla comunità internazionale.
Raul Khajimba, il candidato filo-russo, successore designato dal presidente uscente
Vladislav Ardzinba, era stato battuto dal candidato dell’opposizione Sergey Bagapsh,
indipendentista anche lui ma più moderato e aperto al dialogo con le autorità
georgiane.
Il 28 ottobre la Corte Suprema abkhaza aveva confermato la vittoria di Bagapsh,
ma poche ore dopo i sostenitori di Khajimba avevano assaltato il palazzo della
Corte costringendo i giudici a rovesciare il verdetto, invalidando le elezioni
e indicendone di nuove. Durante l’assalto la radio e la televisione di stato sono
state oscurate dal governo per coprire questa azione.
Bagapsh, ovviamente, non ha accettato questo verdetto continuando a proclamarsi
unico vincitore.
I due contendenti sono stati quindi convocati a Mosca nel tentativo di metterli
d’accordo, ma l’incontro è fallito.
Sull’orlo di una nuova guerra. Così l’Abkhazia è rimasta per giorni sull’orlo della guerra civile.
Venerdì sembrava che fosse arrivato il momento della resa dei conti.
Sabato, mentre l’occupazione del palazzo presidenziale proseguiva, le autorità
abkhaze urlavano al colpo di Stato e la Russia mobilitava le sue truppe presenti
sul territorio minacciando di intervenire per “difendere i suoi interessi nazionali”.
Domenica la tensione era alle stelle. Una sessantina di miliziani sostenitori
di Raul Khajimba (tra cui alcune guardie presidenziali) hanno assaltato la stazione
di polizia liberando due loro compagni che erano lì detenuti per l’uccisione dell’anziana
Tamara Shakril.
Solo ieri Bagapsh è riuscito a convincere i suoi sostenitori ad abbandonare il
palazzo presidenziale e a tornare a casa.
L’opinione della Politovskaya. Ora a Sokhumi regna una situazione di calma tesissima.
Sembra che Bagapsh abbia offerto a Khajimba di entrare a far parte del suo futuro
governo con qualsiasi carica ministeriale. Non è detto che l’uomo di Mosca accetti,
ma non è neanche da escludere. Anzi, secondo le analisi apparse sulla stampa russa
proprio queste scaramucce di guerra civile potrebbero aiutare il raggiungimento
di un accordo tra le parti. Un accordo che però non risolverebbe i problemi, rimandandoli
e basta, e mantenendo l’Abkhazia in una situazione di tensione e incertezza permanente.
“Proprio quello che la Russia vorrebbe”, ha commentato la nota giornalista russa
Anna Politovskaya. “Il Cremlino ha tutto l’interesse ha creare delle aree di instabilità,
come in Ablkazia e in Ossezia del Sud”, dove truppe georgiane e separatisti osseti
continuano a spararsi quasi ogni notte da m asi. “Queste zone di caos artificialmente
mantenuto, di guerre civili ‘messe in pausa’, si trasformano in zone franche controllate
dalla malavita, in buchi neri ideali per riciclare il denaro sporco della mafia
russa, per condurre traffici illegali di ogni genere. Una soluzione molto più
conveniente dei paradisi fiscali esteri, dove qualche controllo può sempre rovinare
la festa. Questo meccanismo diventerebbe impossibile in una situazione di potere
stabile e si pace sociale. Per questo la Russia non ha alcun interesse a stabilizzare
territori come l’Abkhazia o l’Ossexzia del Sud”.
Il fattore Saakashvili. Il problema è la Georgia del presidente filoamericano Mikhail Saakashvili, che
ha basato la sua politica su un programma di irredentismo intransigente mettendo
in cima alle priorità il ristabilimento dell’integrità territoriale nazionale.
A tutti i costi. E dopo la brutta figura dell’operazione militare in Ossezia del
Sud di agosto, la tentazione di una rivincita in Abkhazia è, dal suo punto di
vista, incomprensibile.