stampa
invia
A macchia d'olio. Con
le ultime 12 vittime sale a 80 il numero dei morti, solo nel
mese di ottobre, degli scontri quotidiani tra i militari algerini e
i miliziani del Gruppo Salafita per la Predicazione e il
Combattimento, l'unica formazione armata che, dalla fine della guerra
civile, non ha mai deposto le armi. Secondo molti analisti, il Gspc
ha da tempo aderito alla rete internazionale di al-Qaeda, o almeno
questo sostiene il governo di Algeri. Quest'ultimo, da tempo,
rispetto alle violenze prende due posizioni differenti. Il Presidente
Abdelaziz Bouteflika all'estero chiede aiuto perchè l'Algeria
è in prima linea nella lotta al terrorismo, dovendo combattere
al-Qaeda in casa. Ma quando Bouteflika parla ai suoi cittadini il
tono delle dichiarazioni muta radicalmente e i miliziani diventano
uno sparuto gruppo di irriducibili, incapaci di arrecare un danno allo
Stato algerino. La spiegazione del doppio linguaggio di Bouteflika è
molto semplice. Presentare all'estero la situazione come drammatica
serve a rafforzare, da un punto di vista politico ed economico,
l'alleanza con i paesi ricchi in generale e con gli Stati Uniti in
particolare. All'interno, invece, Bouteflika ha tutto l'interesse a
presentarsi come l'uomo forte che è riuscito a pacificare il
Paese, dilaniato da una feroce guerra civile dal 1992 al 1999 che è
costata la vita a 150mila algerini.
L'oblio come soluzione. Proprio
grazie a questa immagine, Bouteflika è stato rieletto, alle
presidenziali di aprile 2004, in modo trionfale per il suo secondo
mandato da Presidente della Repubblica. Bouteflika è stato il
primo capo di Stato algerino eletto e, dal primo momento, ha indicato
nella pacificazione del Paese l'unica via d'uscita
possibile dalla violenza. Tutto cominciò nel 1991, quando le
prime elezioni multipartitiche furono vinte dal Fronte Islamico di
Salvezza (Fis), ma questo risultato viene dichiarato nullo
dall'esercito che, nel 1992, prese il potere con un golpe e mise
fuori legge il Fis. Da quel momento
le forze religiose cominciarono una sanguinosa guerra civile contro i
militari e, da entrambe le parti, non mancarono crimini orrendi.
Quando arrivò al potere Bouteflika, come primo atto di
governo, fu offerta un'amnistia a tutti i fondamentalisti che
avessero volontariamente deposto le armi e che durante la guerra
civile non si fossero macchiati di crimini particolarmente efferati.
Lo stesso metro di giudizio fu, implicitamente, applicato ai vertici
militari algerini. Molti combattenti accettarono di tornare a una
vita civile, tranne i miliziani del Gspc.
Stillicidio quotidiano. Da
sei anni a questa parte, però, le violenze non si sono mai
fermate. Sono centinaia le vittime di attacchi e imboscate
quotidiane, tra militari, fondamentalisti e civili. Bouteflika,
nonostante l'atteggiamento rassicurante che assume in pubblico, non
ha potuto continuare a far finta di niente. A settembre del
2005 il Presidente ha deciso di sottoporre alla popolazione un
referendum che chiedeva semplicemente di mettere una pietra sopra al
passato: la cancellazione di tutte le responsabilità della
guerra civile, sia quelle dei militari che quelle dei miliziani
fodamentalisti. Il referendum è stato approvato con il 99 per
cento dei consensi, anche se l'affluenza alle urne è stata
ridotta. La volontà di oblio degli algerini è evidente.
La volontà di sicurezza porta a preferire l'impunità
dei carnefici a una eventuale recrudescenza dei combattimenti. Ma le
80 vittime di ottobre dimostrano come la via dell'oblio non sia una
soluzione.Christian Elia