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Un vespaio di polemiche. Bijan
Zarmandili, giornalista iraniano che da oltre vent’anni si occupa
del Medio Oriente per il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, e
quest'anno ha debuttato come scrittore con il suo primo romanzo La
grande casa di Monirrieh, edito
da Feltrinelli, commenta così
le esternazioni del Presidente iraniano Ahmadinejad di mercoledì
26 ottobre scorso quando, di fronte a un'assemblea di studenti
universitari, ha dichiarato che “Israele deve essere cancellato
dalla carta geografica”. L’iperbole, si sa, caratterizza da
sempre la politica, ma le parole del Presidente iraniano non potevano
passare inosservate. Da un lato perché la situazione in Medio
Oriente è esplosiva e dall'altro perchè da almeno un
anno Teheran è nell'occhio del ciclone per lo sviluppo del suo
programma nucleare. Quindi il Presidente di una 'quasi' potenza
nucleare che sostiene il diritto di 'cancellare dalla faccia della
Terra' una rinomata (per quanto mai in maniera ufficiale) potenza
nucleare non può lasciare indifferenti. E così, a poche
ore dalle dichiarazioni di Ahmadinejad, l'Unione Europea, gli Stati
Uniti, la Russia, Israele e quasi tutti i leader mondiali hanno
duramente condannato le esternazioni del Presidente iraniano. Condanne
che non si sono attenuate dopo il chiarimento del governo di Teheran
che ieri ha specificato di non aver mai voluto ventilare un attacco
armato a Israele.
Giocare con il fuoco. “Le dichiarazioni di Ahmadinejad
segnano un'inversione di tendenza rispetto agli ultimi 7 o 8 anni
della politica iraniana verso Israele – spiega Zarmandili -
Khatami, pur non mancando mai di sottolineare il sostegno dell'Iran
alle rivendicazioni del popolo palestinese, aveva scelto toni meno
aggressivi. Ahmadinejad sembra scegliere invece lo stile degli
ambienti ultraconservatori. E' necessario leggere quelle
dichiarazioni in relazione a quanto sta accadendo nella regione e
all'interno dell'Iran. Ahmadinejad si è insediato da poco e
non ha mai ricoperto prima un ruolo di primo piano sulla scena
politica iraniana. Rispolverando un vecchio slogan, compatta la base
elettorale e il regime stesso. Con uno slogan caro agli ambienti più
conservatori: i militari, le fondazioni religiose che hanno in mano
le leve del potere economiche del Paese e la destra populista. Ha
scelto un giorno particolare. Infatti l'ultimo venerdì del
Ramadan è storicamente
chiamato la giornata di al-Quds, la giornata di Gerusalemme,
carica di valori simbolici non a caso”.
Errore politico. Quello
che lascia perplessi è che Ahmadinejad abbia scelto un momento
politico delicato come questo per rilasciare dichiarazioni che
avrebbero generato delle ovvie reazioni. “Sicuramente la scelta dei
tempi è singolare”, risponde Zarmandili, “ma la nuova
Costituzione irachena ha suscitato forti preoccupazioni in Iran. Un
vicino così coinvolto con gli Stati Uniti preoccupa molto
Teheran e la Siria, che per molti anni è stata l'unica sponda
politica dell'Iran, attraversa una fase critica. La leadership
precedente aveva deciso di aprirsi a nuovi interlocutori come la
Russia, la Cina e l'Unione Europea. Le dichiarazioni di Ahmadinejad
però ottengono l'effetto di allontanare questi nuovi partner
che non possono che prendere le distanze dall'Iran. Sembra quindi che
il nuovo corso iraniano preferisca una politica oltranzista e
isolazionista. Ma questo apre scenari inquietanti”. Anche perchè
i media occidentali hanno amplificato la portata delle dichiarazioni
del Presidente dell'Iran, come era logico attendersi in un momento
delicato rispetto all'adesione dell'Iran al Trattat di Non
Proliferazione Nucleare. “Le sue parole sono diventate ovviamente
un caso”, risponde il giornalista iraniano, “e non poteva essere
diversamente. Difficile quindi capire dove vada a parare questo
atteggiamento di Ahmadinejad, ma non credo che la situazione possa
degenerare fino a uno scontro aperto con Israele o con gli Stati
Uniti. La situazione internazionale sonsiglia l'uso della forza. Lo
stesso dicasi per la società iraniana. Non bisogna farsi
incantare dalle manifestazion di piazza di solidarietà al
Presidente che hanno seguito le polemiche dopo le sue dichiarazioni.
Per parlare di consenso popolare mancano tutta una serie di elementi
che, in una società fluida com'è quella iraniana
contemporanea, non sono per niente scontati”.Christian Elia