Tornare a Sarajevo dopo sette anni. Lettera del caporedattore di Radio Bruno
Scritto per noi da
Pierluigi Senatore
A Sarajevo, in questi anni di pace armata, sotto l’occhio dei militari italiani
- da sempre apprezzati dalla popolazione locale - sono stati ricostruiti molti
edifici. Ora però restano da ricostruire gli uomini, le donne, i bambini “Ci vorranno almeno due generazioni prima che
l’odio e il sangue della tragedia balcanica vengano forse sepolti - dice il colonnello
Franco Diella, comandante contingente italiano a Sarajevo -. Credo che la nostra
presenza sia ancora necessaria per garantire pace e sicurezza. Siamo un punto
di riferimento importante. Al momento i problemi maggiori sono la disoccupazione
e la necessità di ricostruire il sistema economico e sociale”. Quasi quattro anni
di guerra e dieci di violenza non si possono cancellare con un pugno di soldi
e una gettata di cemento. Per le strade del centro, a fianco dei look occidentali,
sono aumentati gli chador e gli integralismi sono nell’aria.

Il lavoro non c’è e i giovani, molti, cercano fortuna altrove.
È il settembre del 2005. La guerra, quella vera (anche se si continua a morire
per le mine) è finita da dieci anni, o per meglio dire, si sta vivendo una lunga
tregua che potrebbe interrompersi in ogni momento.
Era necessario tornare a Sarajevo. Per non dimenticare questa terribile guerra
scoppiata a pochi passi da casa tra l’indifferenza della diplomazia europea, che
non era riuscita o non aveva voluto, aiutare la Jugoslavia del dopo Tito, avviandola
verso la democrazia. Troppi interessi da parte di troppe Nazioni hanno causato
migliaia di morti. Qualcuno una volta disse che “un morto è terribile, ma mille
sono solo un dato statistico”.
Perchè si continua ad andare in Bosnia? Forse per quel fascino perverso che la
guerra esercita su tutti noi. Oppure per cercare di capire, ma in realtà si riesce
a capire ben poco di questa guerra anche parlandone direttamente con i “protagonisti”.
Tutti si chiedono “perché”, ma ben pochi sono disposti ad addossarsi delle responsabilità
o a perdonare, per ricostruire una società comune. La disumanità delle guerre
civili non è mai da una sola parte. L'aguzzino di oggi può essere il perseguitato
di domani. La Bosnia e Sarajevo, erano la concreta prefigurazione dell'Europa
multietnica: ogni bomba, ogni vittima colpita a Sarajevo o a Mostar o in tanti
sperduti villaggi, ha significato anche il fallimento del tentativo di dare vita
a un'Europa unita, da troppo tempo incompiuta.

A Sarajevo non c’erano solo i diversi quartieri: musulmano, croato, serbo o la
compresenza di chiese, moschee e sinagoghe; c’erano sopratutto spazi pubblici
senza riferimento specifico ad un’etnia o ad una religione. A Sarajevo, il luogo
dove si manifestavano le particolarità delle diverse tradizioni era la casa, il
quartiere. La diversità era vissuta nella famiglia e nell’intimità, mentre la
città offriva ampi spazi per tutti, dove ci si frequentava al di sopra di ogni
differenza. Sarajevo, le sue case, i suoi edifici sono stati distrutti perché
il loro stesso essere, il loro aspetto fisico rappresentavano un’organizzazione
urbana multietnica e pluri-confessionale da cancellare. Forse non è un caso che
nell’aprile del ‘92 la prima vittima dei cecchini sia stata una giovane studentessa
universitaria croata di Spalato, Suada Dilberovic, divenuta un simbolo di questa
folle guerra.

Entrare a Sarajevo, che nasce e si sviluppa nella stretta valle del torrente
Miljacka, attraverso il tristemente famoso “boulevard dei cecchini” che fino a
quel momento molti lo avevano visto solo attraverso le immagini dei telegiornali,
è impressionante. La guerra, tra le sue vittime, conta anche migliaia di bambini
che non potranno mai più dimenticare quello che è successo. Senza l’oblio non
ci sarà il perdono e forse neppure la pace. Adesso si stanno restaurando gli edifici,
ma si tenta anche di ricostruire gli uomini, le donne, i bambini che hanno vissuto
questa moderna tragedia. Nel centro storico di Sarajevo in poco più di cento metri
quadrati ci sono la cattedrale cattolica, la principale chiesa ortodossa e la
più importante moschea del Paese. Tre religioni che per secoli hanno convissuto
gioendo o soffrendo per le stesse cose. Tutto questo non fa che aumentare lo sgomento
di chi, come noi, arriva da un’altra parte.
Abdulah Sidran, uno dei più importanti poeti bosniaci scrive:
“E’ qui il confine. La Bosnia.
Si toccano qui, e si combattono,
la croce d’Oriente e la croce d’Occidente, nate da una sola Croce.
Ma il popolo bosniaco è mite. Per questo ha raccolto la mano della Terza Fede:
in un solo Dio, che non è nato, né ha generato,
ed è il Signore dei mondi, e sovrano del Giorno del Giudizio.
Guardo il cielo. I signori della terra hanno deciso che il popolo bosniaco non
c’è”.
Ed è ora, spentisi i riflettori, che è necessario impegnarsi per la pace e per
dare loro un futuro.