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La risoluzione 1559. “Non ci sono dei sostanziali cambiamenti nella capacità
militari di Hezbollah. Loro stessi hanno dichiarato che dispongono di
un arsenale di 12mila missili. Il governo di Beirut non ha il
controllo del territorio e il traffico di armi destinate alle milizie
del Paese resta florido, in particolare dalla Siria”. Così
parlò, il 26 ottobre scorso, Terje Roed-Larsen, inviato
speciale delle Nazioni Unite in Libano. Roed-Larsen
è il diplomatico incaricato dall'Onu di controllare
l'applicazione dei termini della risoluzione 1559 dell'Onu. Il
provvedimanto del Palazzo di Vetro risale al 2 settembre 2004, quando
Francia e Stati Uniti presentarono al Consiglio di Sicurezza una
mozione, approvata, per chiedere il disarmo delle formazioni armate
operanti in Libano e il ripristino della sovranità del governo
libanese su tutto il territorio nazionale. La risoluzione aveva e ha
due destinatari ben precisi: la Siria e Hezbollah, il movimento
sciita che controlla il Libano meridionale. La prova di forza del 27
ottobre pare quindi l'estremo tentativo da parte del governo di
Beirut di diumostrare all'Onu di fare qualcosa per controllare il
territorio e per applicare la 1559. “Con i gruppi armati cercheremo
il dialogo, non certo lo scontro”, ha dichiarato il 27 ottobre
Ghazi Aridi, ministro dell'Informazione libanese, “le Nazioni Unite
hanno il loro punto di vista, noi il nostro”. La dichiarazione del
ministro, nonostane la prova di forza del mattino, rende l'idea del
problema che Beirut si trova ad affrontare: la sua totale impotenza.
Un paese diviso. I
problemi che l'esecutivo guidato da Fuad Siniora (nominato premier a
luglio 2005) deve gestire sono troppi e troppo complessi per un
governo che praticamente agisce in uno stato di perenne transizione.
Almeno da quando la risoluzione 1559 è arrivata a rompere un
equilibrio che reggeva dal 1990, cioè dalla fine della guerra
civile. Il ritiro delle forze armate israeliane nel 2000 segnava la
fine di un'epoca. La presenza militare Israele legittimava
implicitamente la presenza delle truppe siriane e dei guerriglieri di
Hezbollah. L'uno serviva a giustificare la presenza dell'altro. Ma
dopo il ritiro dei soldati di Tel Aviv questo sistema perdeva la sua
ragion d'essere e la risoluzione dell'Onu è arrivata a
sottolineare una realtà insostenibile: quella di un governo
che non controlla il suo Paese. A quel punto la Siria doveva
ritirarsi e Rafik Hariri, ex premier libanesee navigato uomo
politico, l'aveva capito. La sua presa di posizione con la pubblica
condanna delle ingerenze sirriane nella vita politica libanese gli è
costata la vita: il 14 febbraio un convoglio di auto esplode in pieno
centro a Beirut. Assieme ad Hariri muoiono altre 19 persone.
L'equilibrio del dopo guerra civile finisce in un bagno di sangue.
La Commissione Mehlis.
L'indignazione popolare per la
morte di Hariri è l'ennesimo segnale che una stagione è
finita. La Siria ha sempre trattato il Libano come una provincia e
mai in passato la protesta popolare avrebbe potuto esplodere così
liberamente. Le strade e le piazze si riempono di manifestanti che
chiedono il ritiro delle truppe siriane dal Libano e la fine della
'tutela' politica di Damasco su Beirut. Non era mai successo. Le
truppe siriane sono costrette a ritirarsi ad aprile 2005 e le
sucessive elezioni vedono il trionfo dello schieramento anti-siriano.
Ma comincia la stagione delle autobombe. Giornalisti e uomini
politici antisiriani cadono vittime di attentati brutali, mentre la
Francia e gli Stati Uniti continuano ad accusare la Siria. Manca la
'pistola fumante' però; manca il collegamento tra il regime
del Presidente siriano Assad e l'omicidio Hariri. Almeno fino a
quando la Commissione Mehlis (chiamata così dal nome del
procuratore tedesco nominato dall'Onu per indagare sull'omicidio
Hariri) non consegna il suo rapporto al Consiglio di Sicurezza il 21
ottobre scorso. Le conclusioni della Commissione indicano nel capo
dei servizi segreti militari di Damasco il mandante dell'omicidio
dell'uomo politico libanese. Che per inciso è il cognato di
Assad. La pressione sulla Siria aumenta sempre più, anche
perchè i militari statunitensi sono al confine. Il governo di
Siniora, senza più l'ombrello politico di Damasco, si trova a
gestire problemi enormi: i profughi palestinesi, la forza di
Hezbollah, il blocco filo-siriano che non vuole farsi da parte e che
pur di mantenere il potere è pronto a tutto, le pressioni
delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e della Francia, le lotte
intestine tra le comunità cristiana, drusa, sciita e sunnita
per il controllo del Libano del futuro e i giovani libanesi, una
generazione che chiede un cambiamento vero. Non basterà
chiudere un valico di confine per evitare di affrontare la
situazione.Christian Elia