28/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Censura Onu per il mancato disarmo di Hezbollah. Il Libano sempre più diviso
All'alba del 27 ottobre scorso, all'improvviso, qualche contadino libanese della valle della Be'eka, al confine con la Siria, avrà pensato di essere tornato ai tempi della guerra civile. I blindati e i carri armati dell'esercito di Beirut si sono schierati attorno a due basi utilizzate dai gruppi armati palestinesi filo-siriani. Nello stesso tempo i soldati libanesi chiudevano alcuni valichi che da tempo immemorabile vengono utilizzati per il contrabbando delle armi e dei rifornimenti dalla Siria per le milizie armate che agiscono in Libano.

Terje Roed-LarsenLa risoluzione 1559. “Non ci sono dei sostanziali cambiamenti nella capacità militari di Hezbollah. Loro stessi hanno dichiarato che dispongono di un arsenale di 12mila missili. Il governo di Beirut non ha il controllo del territorio e il traffico di armi destinate alle milizie del Paese resta florido, in particolare dalla Siria”. Così parlò, il 26 ottobre scorso, Terje Roed-Larsen, inviato speciale delle Nazioni Unite in Libano. Roed-Larsen è il diplomatico incaricato dall'Onu di controllare l'applicazione dei termini della risoluzione 1559 dell'Onu. Il provvedimanto del Palazzo di Vetro risale al 2 settembre 2004, quando Francia e Stati Uniti presentarono al Consiglio di Sicurezza una mozione, approvata, per chiedere il disarmo delle formazioni armate operanti in Libano e il ripristino della sovranità del governo libanese su tutto il territorio nazionale. La risoluzione aveva e ha due destinatari ben precisi: la Siria e Hezbollah, il movimento sciita che controlla il Libano meridionale. La prova di forza del 27 ottobre pare quindi l'estremo tentativo da parte del governo di Beirut di diumostrare all'Onu di fare qualcosa per controllare il territorio e per applicare la 1559. “Con i gruppi armati cercheremo il dialogo, non certo lo scontro”, ha dichiarato il 27 ottobre Ghazi Aridi, ministro dell'Informazione libanese, “le Nazioni Unite hanno il loro punto di vista, noi il nostro”. La dichiarazione del ministro, nonostane la prova di forza del mattino, rende l'idea del problema che Beirut si trova ad affrontare: la sua totale impotenza.

corteo per la morte di haririUn paese diviso. I problemi che l'esecutivo guidato da Fuad Siniora (nominato premier a luglio 2005) deve gestire sono troppi e troppo complessi per un governo che praticamente agisce in uno stato di perenne transizione. Almeno da quando la risoluzione 1559 è arrivata a rompere un equilibrio che reggeva dal 1990, cioè dalla fine della guerra civile. Il ritiro delle forze armate israeliane nel 2000 segnava la fine di un'epoca. La presenza militare Israele legittimava implicitamente la presenza delle truppe siriane e dei guerriglieri di Hezbollah. L'uno serviva a giustificare la presenza dell'altro. Ma dopo il ritiro dei soldati di Tel Aviv questo sistema perdeva la sua ragion d'essere e la risoluzione dell'Onu è arrivata a sottolineare una realtà insostenibile: quella di un governo che non controlla il suo Paese. A quel punto la Siria doveva ritirarsi e Rafik Hariri, ex premier libanesee navigato uomo politico, l'aveva capito. La sua presa di posizione con la pubblica condanna delle ingerenze sirriane nella vita politica libanese gli è costata la vita: il 14 febbraio un convoglio di auto esplode in pieno centro a Beirut. Assieme ad Hariri muoiono altre 19 persone. L'equilibrio del dopo guerra civile finisce in un bagno di sangue.

il presidente siriano assadLa Commissione Mehlis. L'indignazione popolare per la morte di Hariri è l'ennesimo segnale che una stagione è finita. La Siria ha sempre trattato il Libano come una provincia e mai in passato la protesta popolare avrebbe potuto esplodere così liberamente. Le strade e le piazze si riempono di manifestanti che chiedono il ritiro delle truppe siriane dal Libano e la fine della 'tutela' politica di Damasco su Beirut. Non era mai successo. Le truppe siriane sono costrette a ritirarsi ad aprile 2005 e le sucessive elezioni vedono il trionfo dello schieramento anti-siriano. Ma comincia la stagione delle autobombe. Giornalisti e uomini politici antisiriani cadono vittime di attentati brutali, mentre la Francia e gli Stati Uniti continuano ad accusare la Siria. Manca la 'pistola fumante' però; manca il collegamento tra il regime del Presidente siriano Assad e l'omicidio Hariri. Almeno fino a quando la Commissione Mehlis (chiamata così dal nome del procuratore tedesco nominato dall'Onu per indagare sull'omicidio Hariri) non consegna il suo rapporto al Consiglio di Sicurezza il 21 ottobre scorso. Le conclusioni della Commissione indicano nel capo dei servizi segreti militari di Damasco il mandante dell'omicidio dell'uomo politico libanese. Che per inciso è il cognato di Assad. La pressione sulla Siria aumenta sempre più, anche perchè i militari statunitensi sono al confine. Il governo di Siniora, senza più l'ombrello politico di Damasco, si trova a gestire problemi enormi: i profughi palestinesi, la forza di Hezbollah, il blocco filo-siriano che non vuole farsi da parte e che pur di mantenere il potere è pronto a tutto, le pressioni delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e della Francia, le lotte intestine tra le comunità cristiana, drusa, sciita e sunnita per il controllo del Libano del futuro e i giovani libanesi, una generazione che chiede un cambiamento vero. Non basterà chiudere un valico di confine per evitare di affrontare la situazione.
 

Christian Elia

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