02/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A un anno dal maremoto, ancora frustrate le aspettative della popolazione di Sumatra
scritto per noi
da Gianluca Ursini
 
Quasi un anno fa, un’onda travolse dodici Paesi e uccise oltre 300mila persone: le stime Onu parlano di 235mila morti accertati, ma i dispersi sarebbero 140mila. In Indonesia, sul settentrione dell’isola di Sumatra, il sisma e l’onda assassina hanno colpito più duro: nei villaggi di pescatori più vicini all’epicentro si parla di un 80 o anche 90 percento di vite spazzate via. Tuttora il capoluogo della regione, Banda Aceh, offre uno spettacolo desolato ai viaggiatori: il centro storico in collina è stato risparmiato, mentre i quartieri a ridosso della spiaggia sono stati rasi al suolo e nulla è stato ricostruito. Per tracciare un bilancio degli aiuti umanitari PeaceReporter ha contattato professionisti della cooperazione e dell’informazione appena rientrati da Aceh.
 
La provincia di AcehRaso al suolo. L’onda ha colpito con maggior violenza sulla costa a Ovest di Banda Aceh. A tutt’oggi interi villaggi non sono stati ricostruiti, come mostrerà in immagini il documentario “Atjeh” di Frank Vellenga, regista pluripremiato nei festival per cortometraggi, da Montreal a Torino, per i suoi lavori sulla società islamica. Vellenga ha filmato in due occasioni, nel gennaio e nel luglio di quest’anno, la distruzione nella zona di Calang, poche decine di chilometri a sud di Banda Aceh. Il suo documentario andrà in onda in prima serata il 15 dicembre sulla tv nazionale olandese, per la quale Vellenga lavora da vent'anni. Non ha pretese di fare un lavoro giornalistico: “Io voglio fare il documentarista, mi interessano le storie della gente comune: voglio informare, ma non posso fornire dei dati con valore statistico”.
 
“Rimane ancora molto lavoro da fare in Aceh: ci vorranno anni per ricostruire tutto; io non ho conferme al riguardo, non do dati certi, so anche che la ricostruzione sta proseguendo in altri luoghi, ma dove son passato io, sull’Oceano Indiano, va molto a rilento. Finora l’unica nota positiva è stata l’accordo di pace tra ribelli e governo, siglata sulle macerie dello tsunami”. Perché così a rilento a Ovest? “Su quel versante la questione della proprietà delle terre impedisce la ricostruzione; infatti sullo stretto di Malacca, zona Est, hanno fatto chiarezza sulla proprietà dei terreni e so che la ricostruzione è quasi ultimata. Ci vorranno anni.”
 
Fievoli speranze… Dall’altra costa vengono indicazioni meno pessimiste. Francesca Iacona vi è andata a più riprese: dal marzo scorso la sua Ong, ‘Alisei’, ridà una casa agli sfollati, lavoro, scuole per i bimbi. Con una lunga esperienza di cooperazione, iniziata nel 1994 nei Balcani, Iacona nel 2001 era già stata in Indonesia, a Timor Est. Condizioni di lavoro difficili al momento in Aceh, visto che il Governo ha più volte intimato a Ong internazionali e agenzie Onu d’abbandonare il Paese. “Abbiamo avuto tre ultimatum: il primo il 31 marzo, poi il 30 aprile, il 30 maggio. Alla fine si sono arresi alla nostra presenza, ma c’era chi li aveva presi sul serio, e non è più tornato, come UNHCR, l' agenzia Onu per i rifugiati”, spiega Francesca.
 
Progetti veri. “La prima emergenza è passata. Abbiamo lavorato parecchio con agenzie Onu, come l’Unicef o l’Undp, l'agenzia per lo Sviluppo, che hanno sponsorizzato progetti concreti, animati dalla filosofia ‘cash for work’, ossia ‘contante in cambio di lavoro’: gli stessi acehsi hanno rimesso in piedi il loro Paese, in cambio di uno stipendio equo. Il lavoro svolto è stato molto utile: abbiamo ripulito le piantagioni di cocco o altre colture, oltre a ripulire anche le vasche per gli allevamenti di avanotti e gamberetti”. La ricostruzione sul lato meno colpito è andata avanti speditamente: “Si può dire che le Ong in generale hanno lavorato bene, per ricreare le condizioni di vivibilità che ci eravamo prefissati. L’emergenza è stata superata, e l’Onu sta andando già avanti con i suoi progetti, oltre i bisogni elementari. L’intervento è stato ripartito su due cicli: il primo, marzo-agosto, il secondo tuttora in corso, che durerà sei mesi, il terzo forse un anno”.
 
Prima e dopo l'ondaNon come in Sri Lanka. "Alla luce dell’intervento portato in Sri lanka, abbiamo visto l’inutilità di una politica di semplici donazioni. Alisei ha cambiato per esempio la modalità di aiuto ai pescatori cingalesi, quando ha visto che gente che prima aveva una barca, con le donazioni era arrivata a 5 o 6. Abbiamo pulito i canali, fornito loro mobilia per rifarsi la casa. Ora lì pensiamo a rifare il vecchio mercato del pesce, un simbolo culturale. A cui i cingalesi tengono: pensate che hanno conservato la vecchia pietra bicentenaria su cui i loro avi tagliavano il pesce al mercato".
 
Emergenze sanità, scuole, case... “Rimangono grandi problemi a procurarsi medicinali consumabili, l’equipaggiamento di base: a volte non si opera per mancanza di guanti. Manca il necessario per i test Hiv: infatti fino a poco fa da quelle parti si segnalava un’incidenza quasi nulla del virus. Logico: non si conducevano test su larghe basi di popolazione! Per l’infanzia il danno è stato terribile: in Indonesia il 50 percento dei morti erano bimbi e gran parte delle scuole erano vicino alla spiaggia: sono andate distrutte. Alisei solo nel villaggio di Sigli, dove operiamo, ne sta ricostruendo undici. Un altro sforzo è per l’edilizia: si deve anzitutto capire come operare. In alcuni villaggi stiamo provando a rifare le loro case tradizionali, le palafitte: dopo lo tsunami s’è visto che hanno retto meglio di ogni altra costruzione l’impatto sismico".
 
Cosa rimane da fare. “Bisogna lavorare sulla gente: l’impatto psicologico sui sopravvissuti è stato disastroso. Molte famiglie ancora non vogliono rimanere sole: riuniscono insieme il nucleo allargato, per non rivivere il trauma capitato alla famiglie in cui qualcuno si è salvato, per rimanere senza parenti… Il problema è adesso come tornare a qualcosa di simile alla normalità: a molti di loro è stato detto di andare a vivere a un chilometro dal mare: ma gli acehsi sono pescatori e tali vogliono rimanere. Non vogliono diventare contadini. Chiunque abbiamo intervistato, ci ha detto di voler tornare a vivere dove era vissuto finora…”
 
L’economia Onu. “La presenza delle agenzie internazionali avrà effetti devastanti, quando ce ne andremo sarà un disastro per loro: i prezzi delle case  e degli affitti sono andati alle stelle, in molti affittano casa agli stranieri e vanno a vivere a Giacarta. Anche il prezzo delle derrate alimentari è schizzato alle stelle: non possono comprare alcune qualità di riso cui erano abituati.. ma la peggior conseguenza sarà per il mercato del lavoro: se in media si guadagnano stipendi da 80 dollari al mese e da noi un interprete arriva a farne 300, come si potranno riadattare dopo la nostra partenza?“
Categoria: Ambiente
Luogo: Indonesia
Articoli correlati:
20/05/2005 Lento cammino: La storia di Anthony che ha ricevuto una nuova barca: continua la ricostruzione in Sri Lanka
18/10/2005 Sopravvissuti: Le testimonianze di chi ricomincia a vivere nello Sri Lanka del dopo-tsunami
13/10/2005 Corsa contro il tempo: Portare assistenza ai feriti ma anche ai malati cronici
08/10/2005 Equilibri precari: Gli attentati di Bali e la politica indonesiana spiegati da Francesco Montessoro
29/09/2005 Ripresa difficile: Le isole tailandesi di Phi Phi, ex paradiso del turismo, a otto mesi dallo tsunami
16/09/2005 La tregua dopo la tempesta: In Indonesia le trattative di pace prendono forma. I ribelli consegnano le armi
06/09/2005 Ti aiuto: La solidarietà del lider maximo e dei paesi ‘nemici’ degli Usa.
03/09/2005 Sri Lanka: l’inferno: Due lettere di Adriano Drammissino
16/08/2005 Una pace attesa 30 anni: A Helsinki firmato l'accordo tra Giakarta e i separatisti del Gam
30/06/2005 Il diritto di giocare: Diario dallo Sri Lanka di un’operatrice di Save the Children
28/06/2005 Tsunami e povertà: Save the Children in Sri Lanka: "Aiuti alle vittime del maremoto, e ai poveri"
24/06/2005 Tsunami, sei mesi dopo: Un bilancio sulle conseguenze del maremoto e il duro lavoro di ricostruzione
25/06/2005 Il trauma ha tempi lunghi: Superata l'emergenza, bisogna fare i conti con gli effetti psicologici del maremoto
25/06/2005 Un lavoro complesso: Intervista ad Agostino Miozzo, responsabile della protezione civile in Sri Lanka
25/06/2005 Una lezione per il futuro: Parla Guido Barbera, presidente del coordinamento di diverse Ong italiane CIPSI
25/06/2005 Tecnologie per il sud del mondo: Il rischio di altri tsunami è elevato. Ecco le strategie di difesa
12/04/2005 Le isole affamate: Un'altra scossa e la corsa per sfamare i sopravvissuti nel nord dell'Indonesia
Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti: