A un anno dal maremoto, ancora frustrate le aspettative della popolazione di Sumatra
scritto per noi
da Gianluca Ursini
Quasi un anno fa, un’onda travolse dodici Paesi e uccise oltre 300mila persone:
le stime Onu parlano di 235mila morti accertati, ma i dispersi sarebbero 140mila.
In Indonesia, sul settentrione dell’isola di Sumatra, il sisma e l’onda assassina
hanno colpito più duro: nei villaggi di pescatori più vicini all’epicentro
si parla di un 80 o anche 90 percento di vite spazzate via. Tuttora il capoluogo
della regione, Banda Aceh, offre uno spettacolo desolato ai viaggiatori: il centro
storico in collina è stato risparmiato, mentre i quartieri a ridosso della spiaggia
sono stati rasi al suolo e nulla è stato ricostruito. Per tracciare un bilancio
degli aiuti umanitari PeaceReporter ha contattato professionisti della cooperazione
e dell’informazione appena rientrati da Aceh.
Raso al suolo. L’onda ha colpito con maggior violenza sulla costa a Ovest di Banda Aceh. A
tutt’oggi interi villaggi non sono stati ricostruiti, come mostrerà in immagini
il documentario “Atjeh” di Frank Vellenga, regista pluripremiato nei festival
per cortometraggi, da Montreal a Torino, per i suoi lavori sulla società islamica.
Vellenga ha filmato in due occasioni, nel gennaio e nel luglio di quest’anno,
la
distruzione nella zona di Calang, poche decine di chilometri a sud di Banda Aceh.
Il suo documentario andrà in onda in prima serata il 15 dicembre sulla tv nazionale
olandese, per la quale Vellenga lavora da vent'anni. Non ha pretese di fare un
lavoro
giornalistico: “Io voglio fare il documentarista, mi interessano le storie della
gente comune: voglio informare, ma non posso fornire dei dati con valore statistico”.
“Rimane ancora molto lavoro da fare in
Aceh: ci vorranno anni per ricostruire
tutto; io non ho conferme al riguardo, non do dati certi, so anche che
la ricostruzione sta proseguendo
in altri luoghi, ma dove son passato io, sull’Oceano Indiano, va molto
a rilento. Finora l’unica nota positiva è stata l’accordo di pace tra
ribelli e governo, siglata sulle macerie dello tsunami”. Perché così a
rilento
a Ovest? “Su quel versante la questione della proprietà delle terre
impedisce
la ricostruzione; infatti sullo stretto di Malacca, zona Est, hanno
fatto chiarezza
sulla proprietà dei terreni e so che la ricostruzione è quasi ultimata.
Ci vorranno
anni.”
Fievoli speranze… Dall’altra costa vengono indicazioni meno pessimiste. Francesca Iacona vi è
andata a più riprese: dal marzo scorso la sua Ong, ‘Alisei’, ridà una casa agli
sfollati, lavoro, scuole per i bimbi. Con una lunga esperienza di cooperazione,
iniziata nel 1994 nei Balcani, Iacona nel 2001 era già stata in Indonesia, a Timor
Est. Condizioni di lavoro difficili al momento in Aceh, visto che il Governo ha
più volte intimato a Ong internazionali e agenzie Onu d’abbandonare il Paese.
“Abbiamo avuto tre ultimatum: il primo il 31 marzo, poi il 30 aprile, il 30 maggio.
Alla fine si sono arresi alla nostra presenza, ma c’era chi li aveva presi sul
serio, e non è più tornato, come UNHCR, l' agenzia Onu per i rifugiati”, spiega
Francesca.
Progetti veri. “La prima emergenza è passata. Abbiamo lavorato parecchio con agenzie Onu, come
l’Unicef o l’Undp, l'agenzia per lo Sviluppo, che hanno sponsorizzato progetti
concreti, animati dalla filosofia ‘cash for work’, ossia ‘contante in cambio di lavoro’: gli stessi acehsi hanno rimesso in piedi
il loro Paese, in cambio di uno stipendio equo. Il lavoro svolto è stato molto
utile: abbiamo ripulito le piantagioni di cocco o altre colture, oltre a ripulire
anche le vasche per gli allevamenti di avanotti e gamberetti”.
La ricostruzione sul lato meno colpito è andata avanti
speditamente: “Si può
dire che le Ong in generale hanno lavorato bene, per ricreare le
condizioni di vivibilità che ci eravamo prefissati. L’emergenza è stata
superata, e l’Onu
sta andando già avanti con i suoi progetti, oltre i bisogni elementari.
L’intervento
è stato ripartito su due cicli: il primo, marzo-agosto, il secondo
tuttora in
corso, che durerà sei mesi, il terzo forse un anno”.
Non come in Sri Lanka. "Alla luce dell’intervento portato in Sri lanka, abbiamo visto l’inutilità di
una politica di semplici donazioni. Alisei ha cambiato per esempio la modalità
di aiuto ai pescatori cingalesi, quando ha visto che gente che prima aveva una
barca, con le donazioni era arrivata a 5 o 6. Abbiamo pulito i canali, fornito
loro mobilia per rifarsi la casa. Ora lì pensiamo a rifare il vecchio mercato
del pesce, un simbolo culturale. A cui i cingalesi tengono: pensate che hanno
conservato la vecchia pietra bicentenaria su cui i loro avi tagliavano il pesce
al mercato".
Emergenze sanità, scuole, case... “Rimangono grandi problemi a procurarsi medicinali consumabili, l’equipaggiamento
di base: a volte non si opera per mancanza di guanti. Manca il necessario per
i test Hiv: infatti fino a poco fa da quelle parti si segnalava un’incidenza quasi
nulla del virus. Logico: non si conducevano test su larghe basi di popolazione!
Per l’infanzia il danno è stato terribile: in Indonesia il 50 percento dei morti
erano bimbi e gran parte delle scuole erano vicino alla spiaggia: sono andate
distrutte.
Alisei solo nel villaggio di Sigli, dove operiamo, ne sta ricostruendo undici.
Un
altro sforzo è per l’edilizia: si deve anzitutto capire come operare. In alcuni
villaggi stiamo provando a rifare le loro case tradizionali, le palafitte: dopo
lo tsunami s’è visto che hanno retto meglio di ogni altra costruzione l’impatto
sismico".
Cosa rimane da fare. “Bisogna lavorare sulla gente: l’impatto psicologico sui sopravvissuti è stato
disastroso. Molte famiglie ancora non vogliono rimanere sole: riuniscono insieme
il nucleo allargato, per non rivivere il trauma capitato alla famiglie in cui
qualcuno si è salvato, per rimanere senza parenti… Il problema è adesso come tornare
a qualcosa di simile alla normalità: a molti di loro è stato detto di andare a
vivere a un chilometro dal mare: ma gli acehsi sono pescatori e tali vogliono
rimanere. Non vogliono diventare contadini. Chiunque abbiamo intervistato, ci
ha detto di voler tornare a vivere dove era vissuto finora…”
L’economia Onu. “La presenza delle agenzie internazionali avrà effetti devastanti, quando ce
ne andremo sarà un disastro per loro: i prezzi delle case e degli affitti sono
andati alle stelle, in molti affittano casa agli stranieri e vanno a vivere a
Giacarta. Anche il prezzo delle derrate alimentari è schizzato alle stelle: non
possono comprare alcune qualità di riso cui erano abituati.. ma la peggior conseguenza
sarà per il mercato del lavoro: se in media si guadagnano stipendi da 80 dollari
al mese e da noi un interprete arriva a farne 300, come si potranno riadattare
dopo la nostra partenza?“