Un esercito di migliaia di operai per distruggere una delle foreste più rigogliose
e ad alta biodiversità al mondo. Accade nello stato birmano del Kachin, al confine
con la Cina, e le aziende di disboscamento hanno tutte il marchio della Repubblica
Popolare Cinese. A lanciare l’allarme è
Global Witness, un’organizzazione ambientalista con sede a Londra e ricercatori in tutto il
mondo: “Quindici tonnellate di legname attraversano illegalmente il confine tra
il Myanmar – come è stata rinominata la Birmania dal 1989 – e la Cina ogni sette
minuti, 24 ore al giorno, ogni giorno dell’anno”. Senza contare la percentuale
di legname che passa invece la frontiera legalmente.
L'indagine. Un disastro ecologico che così è descritto da Susanne Kempel, tra gli autori
del rapporto di Global Witness Una scelta per la Cina: porre fine alla distruzione delle foreste della frontiera
settentrionale birmana: “Il governo di Yangon dice di esportare in Cina 18mila metri cubi di legname
all’anno, mentre quello cinese dichiara di importarne oltre un milione. Il divario
è enorme perché il 95 per cento del legname che arriva dal Mynamar nella Repubblica
Popolare è venduto illegalmente. Noi siamo andati al confine, da parte cinese,
e abbiamo visto ben 15 dogane illegali. La legislazione birmana stabilisce, infatti,
che la dogana in quest’area debba essere solo una”.
Abusi di ogni tipo. Ma il Kachin è una terra senza legge, afflitta da corruzione, miseria e quaranta
anni di guerra tra l’esercito governativo e i separatisti. “Nel commercio del
legname – spiega la Kempel – sono coinvolti diversi attori. Il legname giunge
da zone birmane controllate sia dai signori della guerra, venuti a patti con il
governo, sia dagli stessi militari dello State Peace and Development Council (Spdc),
cioè la giunta che guida il Paese”.
“Gli abitanti – racconta la ricercatrice - sono poveri e trascurati dal governo
centrale. Per decenni hanno dovuto fare i conti con la guerra e adesso che è finita
arrivano pochi investimenti e pochi aiuti sia dall’interno sia dalla comunità
internazionale. Per giunta in queste regioni a sud del triangolo d’oro, crocevia
del narcotraffico internazionale, un altro fattore mina l’esistenza della popolazione:
l’Hiv, che raggiunge il più alto tasso di contagio di tutto il Myanmar”.
Global Witness evidenzia che lo sfruttamento delle risorse naturali avviene spesso
in Paesi afflitti dalla guerra e guidati da regimi dittatoriali dove c’è largo
spazio per l’abuso dei diritti umani: “A causa del disboscamento – insiste la
ricercatrice - molti contadini sono costretti a lasciare le loro case. Si spostano
di villaggio in villaggio, perché non possono emigrare in Cina. I locali non guadagnano
nulla dallo sfruttamento delle loro risorse. Le aziende cinesi producono ricchezza
solo per se stesse e non impiegano mai i birmani, ma solo lavoratori cinesi”.
La legge del più forte. Secondo la Kempel, la crescita del gigante cinese non è priva di contraddizioni:
“Dieci anni fa Pechino si accorse che le sue foreste stavano sparendo, perciò
bandì il disboscamento e proclamò diverse aree ‘riserve naturali’. Continuava
ad avere bisogno, però, di legname e decise di importarlo illegalmente. Oggi pochi
uomini d’affari cinesi si arricchiscono a discapito dell’ambiente birmano”.
Una storia, quella della deforestazione, che si ripete in India, Bangladesh,
Thailandia aggravando l’effetto delle alluvioni. In questi altri Paesi asiatici,
dove non ci sono più le foreste a fare da barriera naturale, la stagione monsonica
porta con sé inondazioni devastanti.
Diversi Paesi ricchi, tra cui anche l’Italia – conclude la Kempel - sono coinvolti
nel disboscamento della giungla birmana: “Non è solo la Cina, più importante partner
economico del Myanmar, a finanziare la giunta. Il vostro Paese, per esempio, è
ghiotto di teak, il legname pregiato che utilizza per costruire yacht e navi di
lusso. Il 60-70 per cento del teak utilizzato nel mondo viene dall’ex Birmania
e origina un mercato che rappresenta la seconda fonte di ricchezza per i militari”.
Ancora una volta siamo tutti un po’ responsabili.