Scritto per noi da
Paolo Lezziero
"Il tempo dovuto", sono gli anni, dieci, dedicati da Gabriela Fantato, milanese,
fondatrice della rivista letteraria La Mosca, autrice di testi teatrali rappresentati
, organizzatrice di incontri culturali, alla sua produzione poetica (1996-2005).
Un tempo di felice e duro lavoro per filtrare sé stessa e la società che le sta
attorno, quella piccola della sua casa, e quella grande della città e del suo
tempo. Mettersi in gioco con un volume, per chi fa scrittura poetica, è già un
fatto coraggioso, passando l’esame di chi ti legge e ti giudica, ti analizza e
tu sei in attesa di una parola, di un si o un no rispetto a quanto pensi di aver
dato o detto. Scegliere di stampare un’antologia che riporta testi fondamentali, Fugando- Enigma, ventidue invocazioni – Moltitudine, poche storie certe e numerate
– Northern Geography – Inediti (2001-2005) è una constatazione di forza per un’artista.
Questa è la mia opera, sembra dire Gabriela Fantato. Questa è una grossa parte
della mia vita.
E sotto e fuori c’è la fatica della parola usata come pennello, confessione,
esplosione di gioia, contatto a volte duro e amaro con una realtà geografica
e interiore, descrittiva e intima, con le persone, familiari e occasionali, con
gli ambienti che fanno da sfondo teatrale; una inclinazione che l’ha portata anche
alla creatività della scena.
Una mappa lunga e articolata che apre al suo mondo fissato in momenti creativi
e di crescita intellettuale. Fugando (la fuga o il ricordo di una realtà passata
e fuggita ma che resta dentro) è il primo volume che traccia il segno, l’inizio
di una strada che parte da poeti di linea lombarda, dal Maurizio Cucchi di "Donna
del gioco", alla carnalità di un Milo De Angelis, ad una sofferta Amelia Rosselli.
Sono gli anni giovani (l’autrice è tuttora giovane) di esteriore ricerca personale
"…lei è sempre dove non/si pensa: segnato luogo (allo specchio si scorge/istanti
di desideri e azione)…", di ambienti domestici: "…la madre disegna figlie d’assenza/
con mani colme di cuore….nei denti i perché nonmai/ e un sole che viene che poi/non
sa…".
Enigma, il secondo volume, è un indovinello di sentimenti e di pensieri, facile
o misterioso. "…doveva restare appeso là/ nel mondo cavo del non dire/(senza volere
altro che sia!)/doveva anche scordare/i desideri che sempre agitano/l’anima a
tempesta…/(l’Appeso)
Con una leopardesca invocazione limpida e chiara, diretta a una luna (in maiuscolo)
che sempre ci sta sopra, misura del nostro tempo…” resta là, nel cielo Luna/ sospesa sopra quel gioco d’acque/flusso che porta via le ombre/al dopo che sempre inventa/(al
prima che ancora le trasforma)…
Segue poi Moltitudine, "poche storie ben certe e numerate", dove la fisicità
si lega a luoghi cittadini precisi, molto più accentuati in Northern Geografy.
Qui Gabriela Fantato esce dalla sua ricerca interiore e i versi diventano narrazione,
storie.
(in viale sarca)
segnato a dito sta l’azzurro
quella bellezza che ci buca
nella voluttà che convince a vivere
proprio qui sotto, qui da noi
in basso cielo dove la vita
come aria si consuma…
Ci sono incontri nei bar dove osserva pratoliniani poveri amanti che consumano
amori magri in un intervallo dove "…c’è la ressa del giorno/ma la pelle nei pori
sa di terra rappresa/sa d’amore magro e non sazia/là nel centro spaccato/sono
seduti i due amanti, schiacciati/al tavolo verde d’azzardi e carezze…"
In Northern Geography, diviso un due parti: Le strade a picco e Terre salate,
con traduzione in inglese di Emanuel Di Pasquale, per lei che è nata a Milano
ma di famiglia polesana con dentro sempre la visione del Delta e del grande fiume,
c’è l’abbraccio con la città-metropoli, osservata nel suo labirinto di tensioni
e di passi, foulards e bambini ingoiati, come scrive Milo De Angelis nella sua
introduzione.
Ecco allora A tacchi alti nel metrò, dove "c’è un senso largo della vita/in
questo andare avanti, in furia/tra corridoio, scala e nel metrò…" e in via Torino,
dove c’è "nella terra infilato di netto/al cemento piantato su guanti/quell’uomo
orientale/e poche le monete davanti…"
E la stazione centrale, il ventre e l’anima storica della Milano dei migranti,
"in questa marrakech d’occhiali e treni/scorrono voci per l’uscita/che non c’è e l’entrata e nelle
spalle…”
E infine le pagine degli Inediti, (2001-2005), con una città non più cosi rumorosa
e vitale, ma forse scomparsa, fisicamente avvolta dalla nebbia o dalla metafora
della vita. "Forse non ci sono più/via Larga e l’acqua dei Navigli/dove ci s’incontrava
a notte/in un presente tutto da smontare".
E gli omaggi a sua madre che/ha ancora/il suo sorriso di ragazza/spalancato nell’addio/.
E a suo padre, (Al tuo delta), emigrato nel ‘31 a Milano, cui ricorda "I pioppi
indicano una geometria/di rimandi tra la casa e una chiglia/lenta nell’addio."
E il paese di origine, il nucleo che lei, l’autrice, non ha mai visitato, "Io
non ho mai visto Lendinara,/la strada asciutta che spinge/a Fratta Polesine. I
miei legami./Conosco le voci, l’eco della palude".
Una rivisitazione di luoghi e tempi e di diverse età, una verifica di bilanci
personali con le cifre in versi.