28/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di chi si è ritrovato, per la guerra, clandestino a casa sua
Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo
 

 
una veduta di Ljubljana - foto di naoki tomasini
Cosa si nasconda dietro l’apparente integrazione sociale della Slovenia bisognerebbe lasciarlo raccontare agli izbrisani, i cancellati. Persone che si chiamano Franjo, Milenko, Anton, Dusan, che  hanno volti, figli, una casa, un lavoro. Avevano anche dei documenti, ma per il governo sloveno non esistono più. Izbrisani. Cancellati.
Dal 1992 circa 18mila persone sono state cancellate dal registro dei cittadini residenti permanentemente in Slovenia. La ragione? Queste persone provengono da altre repubbliche della ex Jugoslavia e oggi, nonostante abbiano sempre vissuto in Slovenia, sono presenze ingombranti.
La vicenda ha origine nel 1991. Quando la Slovenia si dichiarò indipendente, più di 100mila bosniaci, serbi, croati e macedoni che vi risiedevano in qualità di cittadini jugoslavi furono obbligati a richiedere la cittadinanza slovena entro il termine massimo di sei mesi.  Un lasso di tempo esiguo e per di più imposto senza tener conto che la guerra che andava divampando nel resto della ex federazione rendeva oggettivamente impossibile il reperimento dei certificati di nascita. Ciò nonostante, il 26 febbraio del 1992, il Ministero dell’Interno sloveno decise di cancellare dal proprio archivio 18mila cittadini che non erano riusciti a mettere in atto il lungo iter burocratico per l’acquisizione della nuova cittadinanza.
 
quartiere popolare abitato da bosniaci alla periferia di Ljubljana - foto di naoki tomasiniUna storia kafkiana. Da allora la storia degli izbrisani somiglia a un calvario degno di un racconto di Kafka in cui il loro diritto a continuare a vivere in Slovenia si scontra quotidianamente contro l’ottusità della legge e della burocrazia.
Jelka Zorn, ricercatore al Mirovni Institute (Istituto per la pace) di Ljubljana e autore del saggio The erased, si è occupato a lungo della vicenda. “La storia ha dimostrato che queste persone hanno subito una violazione sistematica dei loro diritti – racconta Zorn – queste violazioni non erano accidentali, ma sistematiche. Le persone cancellate non avevano alcun modo di contrastare gli eventi: nessuno di loro sapeva cosa sarebbe accaduto né quando la cancellazione sarebbe diventata esecutiva. Molti di loro non hanno mai ricevuto una notifica ufficiale del provvedimento e hanno appreso di essere stati cancellati quasi per caso”.
Trattati come “clandestini” nel loro stesso Paese, queste persone hanno sperimentato sulla loro pelle l’ingiustizia di un’esclusione arbitraria.
Storie come quella di M. B., cittadino di origine serba che si è visto revocare la cittadinanza slovena ottenuta nel 1993, con l’accusa di aver violato la pace e l’ordine pubblico.
M. ha raccontato che dopo essere stato sottoposto a trattamenti umilianti tra cui l’espulsione, le percosse della polizia e il divieto di poter rilevare l’appartamento statale in cui viveva, si è sentito incapace persino di raccontare cosa gli stava accadendo: “Non potevo parlarne con nessuno, riuscivo solo a pensare a cosa mi stava capitando”.
 
scritte sui muri di Ljubljana per il referendumIl silenzio della società civile. Proprio il silenzio e l’incomprensione sulla sorte degli izbrisani hanno alimentato a Ljubljana il dibattito sull’ “anestesia culturale” che caratterizza la giovane repubblica.
I problemi, in sostanza, non sembrano riguardare gli sloveni. Questioni per “Balkans people”, come conferma la testimonianza di un membro dell’associazione dei cancellati contattato da Jelka Zorn che dichiara: “Per me, il problema non sono soltanto le numerose violazioni e il ritiro dei documenti. In qualche modo a questo si potrebbero ovviare. Ciò che trovo penoso è l’abisso esistente tra l’incessante discutere sulla democrazia, sul ruolo della legge e dei diritti umani e ciò che noi abbiamo direttamente sperimentato. I nostri problemi non sono discussi in pubblico perché contrastano con l’immagine perfetta della Slovenia democratica”. La sua testimonianza era del 2002. Dopo tre anni e un referendum, quello del 2004, passato alla cronaca per l’altissimo tasso di astensione e di disinteresse, la sorte degli izbrisani resta così ancora senza soluzione. Amnesty International in un  recente comunicato ha commentato: "E’ una vergogna che in Slovenia ci siano persone che non esistono per le autorità. Questa gente non è stata privata solo dei documenti. E’ stata privata anche dei diritti umani di base. Queste persone non possono viaggiare, cercare un lavoro, sposarsi, andar a scuola o all’università. Alcuni di loro sono rimasti senza cittadinanza dopo essere stati cancellati dal registro dei cittadini residenti permanentemente”.
La risposta del governo sloveno? Gli izbrisani "non credevano nella Slovenia quando il paese è diventato indipendente”. Questo il laconico, almeno per gli izbrisani, commento del premier sloveno Janez Sansa.

“Noi siamo sempre stati europei”. Questa affermazione descrive l’atmosfera che si respira in Slovenia dopo l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea nel 2004.
Dov’è finito il multiculturalismo della Jugoslavia unita?
Serbi, bosniaci, macedoni, kosovari, rom e croati sono l’altra faccia della Slovenia europea. I loro gusti musicali, i loro piatti tipici e la loro cultura serve solo a tenere in vita l’apparenza di una società-cartolina in cui tutto sembra come dovrebbe essere: perfetto.
Categoria: Diritti, Guerra, Politica
Luogo: Slovenia
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