Enza Roberta
Petrillo
Cosa si nasconda dietro l’apparente integrazione sociale
della Slovenia bisognerebbe lasciarlo raccontare agli izbrisani, i cancellati. Persone che si chiamano Franjo, Milenko,
Anton, Dusan, che hanno volti, figli,
una casa, un lavoro. Avevano anche dei documenti, ma per il governo sloveno non
esistono più. Izbrisani. Cancellati.
Dal 1992 circa 18mila persone sono state cancellate dal
registro dei cittadini residenti permanentemente in Slovenia. La ragione?
Queste persone provengono da altre repubbliche della ex Jugoslavia e oggi,
nonostante abbiano sempre vissuto in Slovenia, sono presenze ingombranti.
La vicenda ha origine nel 1991. Quando la Slovenia si
dichiarò indipendente, più di 100mila bosniaci, serbi, croati e macedoni che vi
risiedevano in qualità di cittadini jugoslavi furono obbligati a richiedere la
cittadinanza slovena entro il termine massimo di sei mesi. Un lasso di tempo esiguo e per di più imposto
senza tener conto che la guerra che andava divampando nel resto della ex federazione
rendeva oggettivamente impossibile il reperimento dei certificati di nascita.
Ciò nonostante, il 26 febbraio del 1992, il Ministero dell’Interno sloveno decise
di cancellare dal proprio archivio 18mila cittadini che non erano riusciti a
mettere in atto il lungo iter burocratico per l’acquisizione della nuova
cittadinanza.
Una storia kafkiana. Da allora la storia degli
izbrisani somiglia a un calvario degno
di un racconto di Kafka in cui il loro diritto a continuare a vivere in
Slovenia si scontra quotidianamente contro l’ottusità della legge e della
burocrazia.
Jelka Zorn, ricercatore al
Mirovni Institute (Istituto per la pace) di Ljubljana e autore del
saggio
The erased, si è occupato a
lungo della vicenda. “La storia ha dimostrato che queste persone hanno subito
una violazione sistematica dei loro diritti – racconta Zorn – queste violazioni
non erano accidentali, ma sistematiche. Le persone cancellate non avevano alcun
modo di contrastare gli eventi: nessuno di loro sapeva cosa sarebbe accaduto né
quando la cancellazione sarebbe diventata esecutiva. Molti di loro non hanno
mai ricevuto una notifica ufficiale del provvedimento e hanno appreso di essere
stati cancellati quasi per caso”.
Trattati come “clandestini” nel loro stesso Paese, queste
persone hanno sperimentato sulla loro pelle l’ingiustizia di un’esclusione
arbitraria.
Storie come quella di M. B., cittadino di origine serba
che si è visto revocare la cittadinanza slovena ottenuta nel 1993, con l’accusa
di aver violato la pace e l’ordine pubblico.
M. ha raccontato che dopo essere stato sottoposto a
trattamenti umilianti tra cui l’espulsione, le percosse della polizia e il
divieto di poter rilevare l’appartamento statale in cui viveva, si è sentito
incapace persino di raccontare cosa gli stava accadendo: “Non potevo parlarne
con nessuno, riuscivo solo a pensare a cosa mi stava capitando”.
Il silenzio della società civile. Proprio il
silenzio e l’incomprensione sulla sorte degli
izbrisani hanno alimentato a Ljubljana il dibattito sull’
“anestesia culturale” che caratterizza la giovane repubblica.
I problemi, in sostanza, non sembrano riguardare gli
sloveni. Questioni per “Balkans people”, come conferma la testimonianza di un
membro dell’associazione dei cancellati contattato da Jelka Zorn che dichiara:
“Per me, il problema non sono soltanto le numerose violazioni e il ritiro dei
documenti. In qualche modo a questo si potrebbero ovviare. Ciò che trovo penoso
è l’abisso esistente tra l’incessante discutere sulla democrazia, sul ruolo
della legge e dei diritti umani e ciò che noi abbiamo direttamente
sperimentato. I nostri problemi non sono discussi in pubblico perché
contrastano con l’immagine perfetta della Slovenia democratica”. La sua
testimonianza era del 2002. Dopo tre anni e un referendum, quello del 2004,
passato alla cronaca per l’altissimo tasso di astensione e di disinteresse, la
sorte degli izbrisani resta così
ancora senza soluzione. Amnesty International in un recente comunicato ha commentato: "E’
una vergogna che in Slovenia ci siano persone che non esistono per le autorità.
Questa gente non è stata privata solo dei documenti. E’ stata privata anche dei
diritti umani di base. Queste persone non possono viaggiare, cercare un lavoro,
sposarsi, andar a scuola o all’università. Alcuni di loro sono rimasti senza
cittadinanza dopo essere stati cancellati dal registro dei cittadini residenti
permanentemente”.
La risposta del governo sloveno? Gli
izbrisani
"non credevano nella Slovenia quando il paese è diventato indipendente”.
Questo il laconico, almeno per gli
izbrisani, commento del premier sloveno Janez Sansa.
“Noi siamo sempre stati
europei”. Questa affermazione descrive l’atmosfera che si respira in Slovenia
dopo l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea nel 2004.
Dov’è finito il multiculturalismo della Jugoslavia unita?
Serbi, bosniaci,
macedoni, kosovari, rom e croati sono l’altra faccia della Slovenia europea. I
loro gusti musicali, i loro piatti tipici e la loro cultura serve solo a tenere
in vita l’apparenza di una società-cartolina in cui tutto sembra come dovrebbe
essere: perfetto.